Vi presento Cassis: scrivere è affrontare i mostri

cassisSto raccogliendo materiale per compattare la caratterizzazione di questo tizio qua. Con Cassis (Cassì, alla francese) ho un rapporto di fascinazione del tutto amorale.

Nella seconda stesura l’ho snaturato. Nella prima era uno squilibrato stretto come un salame nei panni della normalità, e così dev’essere. Quindi?

Quindi torno sui miei passi e raccolgo tutti sentimenti, i temi, le atmosfere, gli stracci di vita accumulati nel tempo che mi parlino di lui.

Così scopro, per esempio, che Cassis ha molti parenti negli anime degli anni ’90-2000 che ho guardato, da Asuka di NGE a, sì, a Mello, caro fan di Death Note, anche se un hairstyle non fa primavera. Ultimamente sto seguendo la pista di Dilandau di Escaflowne, che mi sembra particolarmente densa di spunti.

Poi incontro il mostro e smetto di scrivere.

I sentieri della mente sono intricati, imprevedibili, collegati da passaggi arbitrari, sedimentati dal tempo e dal caso. Non mi conosco quando mi attraverso. Entusiasta alla sensazione di essere sulla pista giusta, abbasso la guardia, e accedo a luoghi di me inospitali. A un certo punto eccolo davanti a me, il mostro: persone vere, accadimenti veri, ricordi veri.
Smetto di scrivere, per giorni.

Mi è già capitato di interrompere la stesura di questo romanzo perché, in un momento di improvvisa lucidità, ho visto la mia vita dietro alle parole, e non ero pronto a rivivere o ad accettare quello che un altro me, il me scrittore, mi raccontava.

Per il lettore una storia dovrebbe essere splendente come la superficie di un mare impenetrabile. Lo scrittore sa che sul fondale vivono mostri abissali, magari non li conosce tutti, ma l’importante è che non emergano in superficie: la scrittura non è diaristica. Il materiale autobiografico è un mezzo, e non fine a sé stesso. Bene, uno di questi mostri abissali mi è saltato in faccia perché solleticato troppo da vicino.

Che faccio? Smetto di scrivere? Scrivo male per il quieto vivere?

Nah.

Questa volta la scrittura dovrà armarsi e corazzarsi contro un pezzo inquieto di vita, e trovargli un senso. Poi impagliarlo e metterlo a riposo; magari non adesso, magari non con questo romanzo. Ma un giorno…
L’aspetto terapeutico della scrittura e la qualità del risultato finale vanno in direzioni opposte? Penso proprio di no: ridurre i propri problemi a materia prima per farci tutt’altro implica un affrancamento dalla loro impellenza, un’esplorazione coraggiosa ma impersonale, un distanziamento nel terreno dell’estetica, che è già una mezza vittoria.

Farfalla blu, non mi avrai.

Ho una cotta per Cassis, scriverlo mi elettrizza, è il mio stunt-man: non vive e basta, si schianta sulla vita, con ostinazione. Spregevole, patetico, degno di ammirazione, è troppo impegnato a fuggire dal proprio disorientamento per lasciarsi inquadrare in una forma stabile, e in questo dinamismo parossistico risiede il suo ascendente su di me. Non gli riservo trattamenti di favore né lo massacro per il gusto di farlo. Il mio piacere più grande è osservarlo agire per come è. Gli ho consacrato Sinnerman di Nina Simone.