Lega per la protezione del “penso che” e del condizionale

yes-945356_1920Questo è un piccolo post per celebrare il fascino del dubbio e della soggettività nella comunicazione interpersonale.

Tempo fa su Medium lessi di una tizia entusiasta per i grandi cambiamenti che aveva introdotto nella sua vita. Tra cui, appunto, eliminare dal proprio linguaggio i forse, penso che, magari, può darsi e via così. Da allora ho letto tanti altri articoli che consigliano di eliminare dal proprio linguaggio scritto e orale tutte le sfumature del dubbio e della soggettività, perché

“ti rende più assertivo – e tanto è ovvio che siano tue opinioni, non c’è bisogno di ripeterlo”

Tu cosa ne pensi?

Una persona che non dice mai “forse”, “secondo me” e simili, a me fa una brutta impressione. Mi sembra che ignori, sottovaluti o cerchi di nascondere la differenza tra se stesso e il mondo esterno.

Ad ogni modo, chi usa “secondo me” “può darsi che” e tutto il resto, mi comunica che è consapevole dei propri limiti, più propenso ad ascoltare idee diverse dalle proprie, nel complesso più maturo, prudente, affidabile – più educato anche, più rispettoso dell’interlocutore. Se dovessi scegliere qualcuno a cui affidare un lavoro o con cui collaborare, preferirei chi mi parla così.

Troppi elementi di dubbio appesantiscono il discorso e lo rendono meno incisivo, questo è vero. Poi l’apertura alle prospettive altrui si manifesta anche nel tono generale della frase, nella voce, nel linguaggio del corpo, o nelle azioni concrete, fuori dall’ambito della comunicazione. Infine, ogni tanto è bene prendere posizioni nette, ma senza conoscere quello che si rifiuta, che posizione è? Insomma, la chiave secondo me è adottare un approccio moderato e organico alla questione.

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14 pensieri su “Lega per la protezione del “penso che” e del condizionale

  1. “tanto è ovvio che siano tue opinioni, non c’è bisogno di ripeterlo”
    Mica è ovvio per tutti.
    Il condizionale dà anche un senso di apertura verso l’interlocutore, quindi ci sta pure essere decisi nelle proprie idee, ma almeno far capire all’altro che ci interessa anche la sua opinione.

  2. Io ho scelto il dubbio come condizione esistenziale. Non do mai per scontato di essere nel giusto. È una posizione estremamente scomoda, tanto che il marito mi dà della vigliaccona, ma la sento mio. Io penso, suppongo, presumo, ma so molto poco.
    Nei miei primi scritti, la parola più ricorrente era “forse”. Poi, per ovvi motivi stilistici, ho dovuto limitarmi, ma anche i miei personaggi continuano ad essere campioni del dubbio.

    1. Non conosco certezze quando si parla di conoscenza. Comprendo e apprezzo la necessità della certezza come sentimento (cioè la fede) quando é l’unica cosa che ci salva. Però non mi piace quando diventa manipolazione.

  3. È normale che le persone dicano “forse” o “penso che”. È normale avere dei dubbi, essere certi di avere dei limiti nelle nostre conoscenze. Ed è qui che sta il bello del dubbio, perché in questo modo inizi a farti delle domande e a cercare una risposta per quest’ultime. Chi rimuove queste parole in un certo modo resta chiuso nelle proprie idee e fa fatica ad ascoltare le opinioni degli altri. Nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di incontrare persone del genere. Credo che togliere quelle parole li porti ad essere più sicuri di sé stessi e di ciò che la vita gli pone davanti.

    1. Mi piacerebbe che fosse normale! Purtroppo a quanto vedo non lo é. Mi pare però l’evidenza di una personalità sana che non ha bisogno di imporsi e illudersi per stare bene, e che non si chiude per principio a ciò che è altro.

  4. Per me è importante tenere conto se ciò di cui si parla è dettato da opinioni soggettive o da fatti oggettivi. Ovviamente la linea di separazione tra le due realtà è altamente sfumata e poco distinguibile ma in fondo è anche questo il bello nel poter comunicare. Nulla è certo ma bisogna anche essere convinti di quello che si sostiene. Il giusto compromesso tra il sapere di cosa si sta parlando ma accettare che è possibile sbagliarsi o che esistano versioni diverse di pensiero e quindi accettarle.

    Bene, ho recuperato tutti i tuoi articoli!
    Ora manca il video e il risponderti in privato ma quest’ultima cosa la farò con calma perché mi piace scriverti.
    A presto ^-^

    1. Molto dipende dal contesto in cui si discute. Se dico “nella tal rivista c’è scritto questo e questo” non c’è tantissimo di cui dibattere, al massimo da controllare. E poi c’è una bella differenza tra una opinione diversa dalla nostra ma comunque comprensibile, e una che non sembra avere alcun addentellato empirico. Certa gente non ha alcuna voglia di osservare quello di cui discute – però a quel punto non ha senso discutere 🙂

  5. Se non esprimo il mio parere delimitandolo con i termini giusti, ho l’impressione che le mie affermazioni siano arroganti e semplicistiche. Sarà pure ovvio che ciò che esprimo è un mio parere, ma mi mette a disagio una comunicazione che afferma il concetto ignorando… me. Poi ci sono casi in cui il “secondo me” è troppo tiepido, ma non sono così tanti.

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