Racconto: Parlare con i morti

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Odilon Redon

Il mio amico voleva parlare con i morti. E in un certo senso, un giorno, ci riuscì.La sua mente piena di domande era come un ago. Scivolava con naturalezza nelle più piccole crepe della vita e le allargava, le allargava sempre di più.
Questo per l’angoscia mia e degli altri, che eravamo molto più bravi di lui a vivere, e coltivavamo questa disciplina tramite una robusta e genuina resistenza ad ogni forma di dubbio.
Intuii che lo stavamo perdendo quando mi confessò di aver ricevuto un’illuminazione: se è possibile concepire un problema, di conseguenza la nostra mente è capace di afferrarne la risposta. Ciò che non viene compreso in questa vita è di sicuro chiaro al di là.
Dalla commozione segreta con cui mi parlò compresi quanto ne fosse convinto, e come avesse scambiato per intuizione le assordanti esigenze del suo spirito. Per questo non ebbi il cuore di farlo ragionare, additare la fumosità di quel ragionamento e riportarlo a noi. Il mio amico era una nave salpata da tempo.
Gli chiesi cosa avesse in mente e lui, guardando lontano, mi confessò il suo progetto: esistevano modi per parlare con i morti e lui intendeva tentare. Anzi no, si corresse subito, ci sarebbe riuscito e basta. Di sicuro loro sapevano ogni cosa.
Decisi in quell’istante che non volevo saperne più nulla. Non lo avrei accompagnato né assecondato, nemmeno per pietà. In molti pensammo che fosse bene lasciarlo da solo per un po’, e forse qualche disavventura lo avrebbe ricondotto a terra. È proprio così che andò, e oggi me ne rammarico.
Durante il suo isolamento (offendendoci a morte, non fece alcuno sforzo per interromperlo), qualcuno di noi vestì il ruolo di fratello maggiore, qualcun altro di amico assennato, qualcun altro di filosofo. In sua assenza, lo avevamo tutti a cuore, e tutti avevamo una parola intelligente da scambiarci sul suo caso. La realtà era che la sua autarchia di spirito aveva passato il segno, mutandosi in ricerca pratica, e che questo rinfocolava il disprezzo o forse la soggezione che avevamo sempre sentito per lui, e che questo turbamento ci rendeva odiosa tutta la sua persona, e questo odio ci metteva in imbarazzo gli uni con gli altri, e verso di lui, e verso noi stessi.
I più sinceri dissero che non gliene importava nulla, ed era vero: continuarono a frequentarlo per il gusto di riferire tutto a noi.
Dissero che cominciò dai metodi più diffusi, che hanno qualcosa in comune con la scienza: rilevatori termici e magnetici, registratori e così via. Ma abbandonò queste attrezzature perché, con uno strano pragmatismo, giudicò la comunicazione troppo indiretta, troppo confusa. Cercare una voce in ogni sbuffo di vento gli pareva ridicolo. Non voleva suggestioni, ma un’esperienza concreta.
Non ci fu chiaro quali strade intraprese in seguito. I nostri informatori raccontavano poco e male ciò che sapevano, per calcare quanto la faccenda li lasciasse indifferenti, ma si lanciavano a tratti in fantasiose e minuziose supposizioni che dicevano molto su loro stessi e ben poco sul nostro comune amico: vennero fuori ectoplasmi, galvanismi e ogni genere di pasticcio new age, più appropriato ad un horror dozzinale.
Tutte queste fantasie avevano un elemento in comune, e sospetto che quella fosse l’unica verità: egli si era convinto che per parlare con i morti fosse necessario rivolgersi a una forma tangibile della loro presenza. Quasi sempre, si trattava di loro resti.
Solo io conosco la conclusione di questa storia. Il mio amico provò a descrivermi tutto in dettaglio, ma il suo umore era così alterato, ed io così estraneo alla materia, che ad oggi non comprendo le circostanze e le modalità con cui egli riuscì nel suo intento.
Fatto sta che una notte, mentre il resto della città si apprestava a dormire, egli si introdusse di nascosto nelle catacombe che percorrono il sottosuolo della nostra città. Laggiù centinaia di corpi si sono conservati nel corso dei secoli per una misteriosa coincidenza di umidità e temperatura. Alcuni sdraiati nelle cavità di tufo, altri in piedi ai lati dei corridoi, altri ancora non sono più riconoscibili, poiché le loro ossa sono state mescolate a quelle dei loro simili come decorazioni parietali. Poco prima della mezzanotte, egli si trovava lì. Aveva scoperto, o si era convinto, che gli ultimi cinque minuti del giorno morente, dopo determinate formule, protezioni e scaramanzie, quei corpi antichi potessero sentire, intendere e rispondere.
Guardava con ansia l’orologio, e ripeteva a mezza voce le frasi che aveva imparato a memoria, per paura che, davanti all’eccezionalità dell’evento, ogni proposito gli morisse sulle labbra. Il tempo era scarso, così aveva selezionato un pugno di domande ricorrenti, a parer suo, nella vita di ogni individuo; sperava così di trasformare la propria ricerca solitaria in una ricchezza da condividere. Aveva giurato a se stesso che, se avesse fallito anche questa volta, allora avrebbe rinunciato, e quale spaesamento lo avrebbe accolto… .
Il primo minuto era scoccato e lui, con aria circospetta e senza complimenti, disse: “esiste un aldilà? Com’è fatto?” ma fu interrotto da un suono strano, un sibilo seguito da un paio di sbuffi.
Si guardò intorno ma non c’era nessuno. Mentre passava in rassegna la parete affollata di cadaveri, si accorse che due di loro si erano mossi. Inclinati l’uno verso l’altro con atteggiamento complice, si coprivano la mascella con le falangi rinsecchite e tremolavano appena, come se qualcosa li avesse scossi… oppure stessero ridacchiando. In pochi secondi tutto tornò immobile e silenzioso.
Scacciò il misto di perplessità e paura che provava, e tentò con la seconda domanda: “esiste una legge o un’entità che governi questo mondo, o tutto è caos?”
Scoppiò un coro di risa gracchianti. I morti che lo circondavano presero a tenersi la cassa toracica, altri si voltarono a guardare il vicino con le orbite vuote, e quelli che conservavano tracce di pelle secca attorno alla bocca si riempirono di crepe e spaccature.
Lui era terrorizzato, ma offeso e confuso ancora di più e, con un coraggio che ancora oggi gli ammiro, li incalzò: “perché esiste il dolore e il male? C’è un modo per sconfiggerli?”
Questo sembrò colpirli a morte una seconda volta, perché alcuni cadaveri si piegarono sulle ginocchia, altri dimenarono gli omeri nella sua direzione come qualcuno che, strozzato dal riso, tenta di comunicare il motivo di quella soverchiante ilarità ma, più ci pensa, più ride e tace.
Egli era spiazzato; sperò che la ristrettezza delle sue paure li avesse spinti a una tenerezza divertita, ma no, era evidente, i morti stavano ridendo di lui. Per quale motivo? Conoscevano ogni risposta, e quindi ridevano? O ridevano per la stupidità delle sue domande?
Sull’orlo delle lacrime, raccolse tutta la lucidità che gli rimaneva: “Ascoltatemi. Mia sorella è morta due anni fa dopo un incidente. Quel giorno non avevo avuto voglia di accompagnarla. Potete dirmi dov’è adesso? Avrei potuto evitarlo? È colpa mia? Perché è capitato proprio a me? Perché?”
Nessuno zittì per starlo a sentire. L’intimità di quel dolore era la battuta migliore di tutte, anche se i vivi non potevano afferrarla. Abiti vecchi di secoli si strappavano, mani e mascelle cominciarono a staccarsi dietro quei movimenti convulsi, e cadevano a terra con fruscii e ciocchi sordi, coperti dagli ululati irrefrenabili delle loro risate, e più andavano in pezzi e più ridevano, galvanizzati dal proprio stesso disfacimento.
Mentre battevano i rintocchi della mezzanotte, il mio amico correva per le strade della città in preda al panico, e fu allora che bussò alla mia porta e mi raccontò tutto.
Non sapevo cosa rispondergli, e se credergli. Quante battute avrebbero fatto i nostri amici l’indomani, se gli avessi riportato ogni cosa…. Ma eravamo lì insieme, e in fondo mancavano ancora due ore all’alba, ed ero così dispiaciuto per lui.
Da quel giorno è diventato molto silenzioso. Ogni tanto, nei momenti più casuali della giornata, gli nasce in volto un’espressione smarrita che a volte si tinge di sereno o di paura. Ci tiene lontani dai suoi pensieri, e sospetto che ora ne faccia pochi, e che li segua con timore, come sentieri infestati e non più suoi.


Note dell’autore: mi ha suggestionato il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie e mi incuriosiva l’idea di scrivere un pezzo “ottocentesco”.


Nel frattempo, ho sfornato una batteria di ciondoli e anelli in resina.

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11 pensieri su “Racconto: Parlare con i morti

  1. La narrazione in cronaca e il narratore impersonato dall’amico del protagonista mi ha riportato subito alla mente Stevenson o Poe, quindi l’atmosfera ottocentesca l’hai resa appieno, secondo me.
    Ti faccio i miei complimenti, mi piacerebbe scrivere con naturalezza pezzi come questo, narrazione e flusso di pensieri si intersecano con naturalezza, e la scelta del discorso indiretto è adeguata.
    Molto bello e malinconico.

    1. Stevenson o Poe, che bel paragone!
      Ti ringrazio davvero di questo commento.
      (Ah, tra parentesi, ti stimo un sacco per la tua scelta di lasciar parlare i tuoi racconti – purtroppo non sono così produttivo sennò seguirei il tuo esempio!)

      1. Ok, adesso però arrossisco io 😅
        Per la verità la scelta di campo è dettata in parte dalla scarsità di tempo, ma anche dalla mia incapacità di affrontare in modo approfondito tematiche più complesse.
        Meglio fare un blog per lettori 😉

  2. Bello, inquietante e triste. Ottimo racconto. Hai uno stile che mi piace moltissimo ^-^
    Come sono anche molto belli i ciondoli e gli anelli che hai fatto :p

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