Non ho una routine di scrittura perché non mi amo abbastanza

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Un carlino ci sta sempre bene.

Questa è una lettera di affetto e supporto a tutte le persone che potrebbero scrivere storie bellissime… se solo si amassero abbastanza da scrivere davvero.

Non siete pigri. Non siete deboli. Non siete falsi scrittori.

Sono con voi, sono come voi, ed ecco perché non dovete mollare.

Per sviluppare un’abitudine ci vuole tanto tempo. 66 giorni, avevo letto da qualche parte. Non ho mai scritto per 66 giorni di fila. Penso a scrivere ogni giorno, ogni giorno prendo qualche appunto, ma mettersi al tavolo e scrivere davvero, diario alla mano, risulta il meno importante dei miei impegni. Sono sempre troppo stanco, ci sono sempre faccende più importanti.

Se sei come me, voglio dirti che:

Non manchi di costanza perché sei pigro.
Non manchi di costanza perché sei privo di spina dorsale.
Non manchi di costanza perché scrivere in realtà ti annoia.

Semplicemente, non ti ami abbastanza.

Non hai una routine di scrittura perché ti sei abituato a pensare che tutto sia più importante che scrivere. Che le pressioni di ogni singola giornata siano più importanti del tuo diritto all’entusiasmo e all’autorealizzazione. Magari sei cresciuto con parenti e amici che sminuivano o ridicolizzavano i tuoi sogni o le tue difficoltà, oppure portavano pazienza sperando che un giorno saresti rinsavito.

Non abbiamo tutti le stesse possibilità. Non nasciamo e non cresciamo tutti con gli stessi vantaggi. Molte persone sono più costanti di te perché si sono sviluppate in un contesto che le ha incoraggiate, o non le ha frenate, o ha dato loro strumenti migliori per reagire.

Compararti con chi parte in vantaggio è insensato. Ti spinge ad essere sempre insoddisfatto di te stesso, e trasforma la scrittura in una sconfitta quotidiana, in una lotta inutile contro le parti di te che non puoi cambiare per magia.

Conosci la frase di Eleanor Roosvelt – “nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso”?

Non prenderla come un ulteriore motivo per sentirti da meno, ma come un brusco segno di speranza: c’è sempre qualcosa che possiamo fare.

Mi deludono, quei guru o blogger di scrittura che cercano di radicare la propria autorevolezza nelle insicurezze dei lettori. Che, in un modo o nell’altro, veicolano il seguente messaggio:

“questa è la Verità e se non la segui non andrai da nessuna parte”.

Non mi importa quanto possano essere utili i loro consigli, se questo è il tono o la premessa generale, non ho bisogno di loro. Mi piace e mi è utile invece chi mi incoraggia a seguire la mia strada e non ha bisogno di farmi sentire in difetto per spingermi a migliorare.

Life hack: la costanza non è onnipotenza. Negli ultimi decenni va forte la retorica del “se ti impegni tanto tanto tanto alla fine ci riesci per forza”. Si tratta di retorica non perché dica bugie conclamate, ma perché fa passare per verità completa una mezza verità, in modo da avvincere il nostro profondo bisogno di certezze.

Sono d’accordo che se si getta la spugna non si vada da nessuna parte, è una tautologia. Ma sono anche consapevole che qualcosa possa andare storto e impedirci di raggiungere quello che desideriamo nonostante tutta la costanza e tutto il metodo che abbiamo applicato. Può accadere. Può, e questo basta. L’universo non è tenuto ad aver senso, a seguire leggi, a onorare promesse; e non esistono ricette per l’onnipotenza. Quindi, piuttosto, possiamo allenarci a guardare il lato positivo dell’incertezza:

se la costanza non dà garanzie, tutte le altre qualità in confronto non appaiono più così accessorie come pensavamo

La maggior parte dei musicisti sviluppa l’orecchio perfetto con l’esperienza. Alcune persone, semplicemente, ci nascono.

Ora, io lo so che questo discorso non piace, perché quando dici “Pancrazio ha un talento naturale” il lettore medio si svaluta subito, si sente subito “quello che talento non ne ha. In niente. Mai”. Crede che siano sempre gli altri ad avere qualche talento. Una convinzione che, in fede, non sei obbligato ad avere. Ricordi cosa si diceva prima? Può essere. Può essere, come risposta, va sempre bene. è onesta, comunica speranza senza fingere conoscenza.

Pensare al talento in termini di certezza (ce l’ho per forza, non devo fare nient’altro, oppure non ce l’ho e non posso fare nient’altro) non ci aiuta affatto. Può essere, in entrambi i casi. Cercare Verità in ambiti di mistero come il futuro, o noi stessi, o noi stessi nel futuro, è un paradosso.

Pensare invece alla possibilità del talento, senza giudizio, senza ingigantirne né svalutarne il valore, alla semplice possibilità, mi sembra utile a raddrizzare l’autopercezione di chi si svaluta in automatico.

Magari sai osservare le persone meglio di altri. Magari hai un istinto più sviluppato per la bella parola. Coltiva ogni giorno lo stupore per i tuoi pregi, perché potresti non averceli. Magari sei costante nella tua incostanza: è facile essere costanti quando ci sei allenato. Ma riprovare di nuovo ogni volta che fallisci, è coraggio, è testardaggine vera. Magari, in fondo, la costanza è solo un collage di tante piccole inconcludenze che non hanno mai smesso di riprovarci.

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12 pensieri su “Non ho una routine di scrittura perché non mi amo abbastanza

  1. Un bellissimo post. Al di là di una routine scadenzata al minuto, che potrebbe non essere agevole per la creatività, penso che sia fondamentale amare se stessi così tanto da comprendere che non ci vuole il permesso della società per coltivare una passione, e negarsi il diritto di essere se stessi è il più grande atto di autolesionismo che un individuo possa perpetrare.

    1. Ti ringrazio 🙂
      Sì, la routine rigida può andare bene come no, dipende da come siamo fatti e da quanto bene ci conosciamo. E senza amare se stessi non si può conseguire nessun risultato duraturo, non solo nella scrittura.

  2. In questo post c’è forma e sostanza. E, ovviamente, non si adatta solo allo scrivere. Che sensazioni mi ha dato! Emozione, stupore. Ma anche ritrovarmi nelle tue parole (che non avrei saputo scrivere pur volendo dire le stesse cose). E infine, come penso tutte le volte che guardo il mio maneki neko versione sempreinpiedi: Sette volte cadere, otto volte rialzarsi.

    Spero non ti dia fastidio anche un attimo di leggerezza (nel senso frivolezza senza accezione negativa) per dirti che adoro i tuoi capelli.

    1. Ciao e benvenuta 🙂
      Hahah, grazie, cambiano colore a seconda dell’approssimazione con cui mescolo la tinta 😛
      Vero, questo post ha contenuti che possono essere applicati alla vita in generale. Troppo spesso sento che la scrittura è affrontata come una… roba galleggiante nel vuoto. Invece penso che scriviamo quello che siamo, e che un problema di scrittura sia spesso anche un problema di vita. Sono contento che questo articolo ti abbi suscitato emozioni positive, volevo dare un po’ di sollievo e incoraggiamento a chi mi legge.

  3. Ciao sono nuovo, devo ammettere che è veramente un bel post, sono cose che molte volte non ci facciamo caso. Dalle prime righe fino a metà mi hai descritto benissimo :). Il bello della scrittura è che il talento lo puoi costruire e l’introspezione ne è la base. Ma finché rimaniamo rinchiusi in dogmi e falsi stereotipi dell’eccellenza colui che è incostante sarà sempre portato a sentirsi in colpa. Condivido ogni singola parola del tuo post.

    1. Ciao e benvenuto 🙂
      Sono contento di aver espresso il tuo pensiero. Hai scritto commento denso di contenuti che non avevo focalizzato bene nemmeno io quando scrivevo il post: il talento come qualcosa che si può costruire, l’introspezione come strumento primario, e i falsi stereotipi dell’eccellenza in circolo. Tenar ha scritto in un commento sul blog Appunti a Margine che la routine costante di scrittura è un mito quanto quello di aspettare l’ispirazione… tutti punti che combaciano 🙂

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