Racconto: Carie

Il dentista mi ha detto che nell’incavo dei miei molari ci sono tre piccole carie, e che per star sicuri è meglio otturare.

Sono le tre di notte e penso che un giorno morirò.

Ecco il primo marchio. È così piccolo che nessuno ci dà peso. È così piccolo che tu lettore starai sorridendo alla mia ipocondria, mentre io rabbrividisco per la tua acquiescenza di fronte al decadimento che guadagna terreno pian piano come chi ha già vinto: è chiaro che sei già schiavo.

Non ho mai creduto di essere immortale, anche se i vecchi raccontano questa grossolana fandonia per dare senso ai pochi frammenti di gioventù che gli sono rimasti in testa. Coltivavo una illusione più fine: che sarei stato del tutto vivo, e poi del tutto morto. Che un muro alto e forte mi avrebbe mantenuto integro e protetto fino al giorno del grande buio. Nessuno mi aveva spiegato che campiamo solo perché a morire ci vuole un po’; la vita è un tempo burocratico.

I caratteri fosforescenti della sveglia segnano le quattro di notte e io sono furioso. Sono stato truffato ancor prima di esistere, e nella culla ero già suo. La cerco, è dentro il mio corpo. Sotto la luce fredda del bagno tiro con l’indice l’angolo della mia bocca, ed ecco le mie arcate dentarie. Eccolo, il mio teschio in boccio sotto strati di carne. Ecco il punto nero tra gli avvallamenti del molare 47, secondo il pratico schema in bianco e nero del dentista. Ecco il seme gettato alla mia nascita che sta infine germogliando. Dove sono gli altri? Guardo le braccia, guardo le gambe, guardo la pallida cute del cuoio capelluto e gli infidi spazi sotto le unghie, dove la pelle non è più pelle e lo sporco non è ancora sporco, la linea d’ombra dove il mio corpo svela i suoi confini slabbrati, ed io non sono più io. Questo corpo, non c’è da fidarsi di lui. Sono suo ospite, ma ha altri padroni, e non mi svelerà i suoi segreti.

Un peso issa la sua bandiera sul mio petto mentre sprofondo nel sonno: la sconvolgente normalità di tutto questo. Gli esseri umani farebbero qualsiasi cosa per vivere, persino vivere.

Presto, una ribellione, un piano di fuga! Non ho nemmeno la facoltà di pensarli. Non esiste insenatura, non esiste scintilla di me che non le appartenga già. Resistente al punto giusto, stupido al punto giusto, sono scolpito mente e corpo per incastrarmi alla perfezione nel suo abbraccio. Sotto le mie costole, fra i tendini dei gomiti, passeggia l’intruso già vincitore, e già mi investe in altre esistenze future, che sul mio campo di battaglia si ciberanno di quel che resta, e contrarranno la maledizione che le ricondurrà presto o tardi nel buio, con me.

——-

Sono stato da un altro dentista. Per avere due opinioni, non si sa mai. Mi ha detto che la parte cariata è così piccola che otturare farebbe più danno delle carie stesse. Sono giovane, i miei denti sono molto vicini tra loro e lo strato di smalto è spesso e forte.

Posso tenerla a bada. Ho ancora tempo. Tempo per vivere, per esempio.


Nota dell’autore: ecco cosa succede a guardare troppo ero-guro su Tumblr.

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11 pensieri su “Racconto: Carie

  1. Mi hai aperto un mondo, non ti scrivo altro! A ogni modo è interessante come descrivi il corpo, come se fosse altro dalla persona, qualcosa da osservare, ma insieme qualcosa con cui identificarsi fino allo spasmo. Quando posso lo rileggo.

      1. Siamo la migliore ispirazione per noi stessi, a volte. Ricordo di aver scritto un racconto, Sogno (dovrebbe stare in giro sul mio blog), in un periodo piuttosto attivo dal punto di vista creativo e al contempo fiacco dal punto di vista dell’umore. Tutto il grigiore e il senso di smarrimento che avevo già sperimentato e che stavo sperimentando era finito in Sogno. Non me ne ero resa conto, forse avevo bisogno di buttare fuori quella parte di me, chissà, fatto sta che più del solito lì c’ero io. Questo, però, lo realizzo solo ora, perché ho sia la tranquillità di vederlo che la forza di ammetterlo.

  2. A volte mi faccio pensieri simili…
    Guardo il mio corpo e penso che prima o poi non sarà più mio e non più suo.
    Credo nell’anima e quindi penso che un giorno verremo separati e intanto mi avvicino alla morte, ogni secondo che passa.

    Bello il tuo modo di scrivere.
    Complimenti!

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