A watched pot never boils

A watched pot never boils by Alfred William Strutt

Ecco l’unica frase che ricordo di Tre uomini in barca:

“a watched pot never boils”, una pentola osservata non bolle mai.  Cioè, aspettare con ansia che un evento si verifichi non fa che dilatare l’attesa.

E quindi, io rilancio: a watched story never gets written.

Cosa faccio in questo periodo? Vivo; studio per la sessione estiva; leggo storie (è come volare); ho sempre qualche acciacco da curare o prevenire (perché sono vecchio dentro ma anche un po’ fuori); ho aggiunto e poi rimosso dalla colonna laterale sia la barra progresso di Conoscevamo Damui che il link al merchandise, perchè a watched story never gets written; vi leggo, anche se non lascio segni del mio passaggio;

e poi ricucio il rapporto con il me stesso scrittore.

Provo ad ascoltarlo. A capire chi è veramente, cosa vuole davvero. Dov’è andato in questi anni in cui l’ho abbandonato a sé stesso. Che rapporto ha con me, quali sono le sue capacità e le sue lacune. È una cosa intima, che riguarda il nucleo familiare più stretto, cioè me e me. Rimane fuori dalla porta un sacco di roba che finora avevo dato per scontata: il mio ruolo pubblico, le mie opinioni su quello o quell’altro problema di scrittura, il me stesso studioso e commentatore. A pensarci adesso mi chiedo come sia riuscito a considerare la scrittura un affare pubblico. Mi chiedo cosa sia La Scrittura. Probabilmente qualcosa che non mi riguarda. Per me esiste solo il mio scrivere.

Quando ho smesso di cercare in ogni riflessione privata uno spunto per un articolo, ho cominciato ad essere davvero d’aiuto a me stesso.

Ho scoperto questo: ad ogni problema particolare di scrittura esiste una soluzione particolare. Più è calzante rispetto alle tue necessità, più è utile a te, ma priva di interesse per gli altri. Ecco perché passare il tempo in piazza a discorrere di tecniche letterarie lascia il tempo che trova: alla fine della fiera sei sempre tu, davanti al tuo scritto particolare con i tuoi problemi particolari. E se vuoi essere davvero d’aiuto a te stesso devi smettere di cercare soluzioni interessanti “un po’ per tutti” a problemi che capitano “un po’ a tutti”. In quel ‘”un po’” sta la fregatura dell’approssimazione, dei discorsi teorici rivolti a nessuno in particolare.

Per questo se scrivi davvero hai poco tempo per il blog. Perché l’80% della tua testa è altrove, a fare il vero lavoro. Avere un blog, scrivere articoli, riflettere sulle grandi questioni non è sbagliato o stupido, se la tua attività principale è scrivere; è solo difficile o, nel mio e in altri casi, impossibile.

Sto cominciando a dubitare della definizione “diario intellettuale” che figura nella pagina introduttiva di Carta Traccia.

Questo è nato come il blog di un critico letterario e uno studioso. E non mi rivedo più tanto in questa figura. Dentro di me sta vincendo l’ammirazione per la democrazia dolce-amara della letteratura: a parità di ceto, età, conoscenze specifiche, potere politico ed economico, tutti gli alfabetizzati possono vedere qualcosa in un racconto, ma tutti, a pari merito, qualcosa soltanto. Per questo oggi vorrei che le mie storie fossero il mio diario intellettuale, e che tutto il resto rimanesse ciò che è: un simpatico, interessante chiacchiericcio dietro le quinte.

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19 pensieri su “A watched pot never boils

  1. Mi ripeto, ma vivo anch’io un periodo simile al tuo. A parte il fatto che al momento non sto scrivendo affatto, ma mi occupo di ciò che ho già scritto nei modi che posso, sento anch’io il bisogno di recuperare una dimensione più riservata dello scrivere. Sul blog sto scoprendo il piacere di parlare anche d’altro e di farlo quando sono pronta, ma la parte di me che scrive si è messa tranquilla, lontana dai riflettori. Aspetterò altrettanto tranquilla di leggere Conoscevamo Damui, senza sapere se e quando succederà. (Titolo bellissimo, te l’ho già detto? Uno dei migliori che io abbia mai sentito.) 🙂

    1. Grazie 😀 ! Quando mi è venuto in mente sapevo che non ne avrei valutati altri. Volevo dare un senso di coralità e di nostalgia al titolo.
      Occuparsi delle cose già scritte per me è ottimo, è un po’ come fare il punto della situazione. Pure io sto pensando in futuro di toccare uno spettro di argomenti più ampio.

  2. Già avere fatto pace con quel che si è e che si vuole essere non è male. Riguardo il blog, è normale capire dopo un po’ a cosa ci è servito, quasi sempre una (o più) cosa(e) diversa(e) da ciò che si pensava all’inizio… Ed in fondo è quel “sarebbe” implicito che fa la differenza in tutto.
    Le storie si scrivono, si pianificano, si studiano, si progettano ma, fondamentalmente si scrivono, altrimenti non esistono.
    L’importante poi è essere cresciuti, almeno un po’, acciacchi a parte, perché sennò si diventa solo vecchi e canuti (chi i capelli li ha!).

    1. Non avevo mai pensato al cambiamento di prospettive sul blog strada facendo come una cosa normale, però in effetti hai ragione. Cambio io, cambia questo spazio. Un po’ canuto lo sono già, sono avanti sulla tabella di marcia 😛

      1. Non scrivere più lo considero drastico. Io mi sono allontanata dalla scrittura ma il suo richiamo è forte per me è prima o poi cederò.

      2. Sì sì, non era un consiglio. E’ che noto quanto sia un argomento tabu. In passato ho smesso di scrivere per anni e poi ho ripreso perchè ne avevo voglia. Se uno lo desidera può ricominciare quando vuole.

  3. A me piace chiacchierare delle mie passioni, consapevole del valore assai relativo di queste chiacchiere. Il blog per me è questo, evitare di scocciare marito e amici su questioni scrittevoli, per potermi confrontare con chi più interessato. Altre pretese sono oltre le mie possibilità.

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