“So Shelly”, di Ty Roth

Copertina che non c’entra niente con la storia ma segue la moda ” Y. A. con donna tenebrosa e drammatica vista di schiena”. Yeah.

tumblr_lm6prnRzP61qfoi4t R.E.M. – Leaving New York

Mentre una simpatica otite dimezza la mia permanenza al Salone del Libro, passo il tempo a dormicchiare, imprecare, e leggere (in inglese) “So Shelly”, uno Y.A. scritto per un solo tipo di pubblico: 15enni infoiati della seconda generazione romantica inglese. Quindi anche me, un pochino in ritardo.

Lo scenario è tanto stupido quanto… tecnicamente ben reso:

Gordon (Byron) e  John (Keats) sono studenti liceali dei giorni nostri, in una città lacustre dell’Ohio. Non hanno niente in comune, se non l’amicizia con Shelly (Shelley).

No, seriamente.

Quando Shelly muore, John e Gordon stringono una specie di amicizia mentre esaudiscono le sue ultime volontà.

Insomma, una fanfiction, direte voi. Eh, beh, sì. Una fanfiction dignitosa. Davvero. So distinguere uno stile dilettantistico da uno magari mediocre ma maturo, solido, con qualche picco di talento qua e là, e lo stile di “So Shelly” appartiene a questa seconda categoria.

Ma come sono resi i nostri eroi in questo cross-over con il XXI secolo?

Come personaggi di un libro. Sembra un’ovvietà, ma richiede qualche precisazione.
Su una persona realmente esistita puoi scrivere fiumi di parole, esaminare centinaia di fonti, senza esaurire il tema. Il personaggio di un romanzo non ha tempo né spazio per tutta questa tridimensionalità. È bene tenerlo a mente, prima di giudicare in modo troppo crudele l’operato di questo libro.

Gordon/Byron, mano sul cuore, penso sia reso benissimo. Anche per questo è ingombrante come l’originale (si chiama “So Shelly” ma parla in gran parte di lui).

John/Keats, la voce narrante, è il ragazzo povero, intelligente, troppo timido e troppo impegnato a scrivere e tirare a campare per avere un ruolo attivo nelle vicende degli altri due. Agli esperti di Keats l’ardua sentenza.

Shelly/Shelley è… una ragazza! Una fusione di Mary e Percy, secondo le parole dell’autore. Sapete che Percy Bysshe Shelley è il mio husbando letterario, quindi andrò in profondità con lui/lei.
Morta dalla prima pagina di “So Shelly”, è il personaggio più rarefatto, frequenta le esistenze di Gordon e John e le intreccia con la sua scia collosa e luminescente. Caro Ty Roth, dissento: questo è Percy al 70% e solo al 30% Mary. Avere una vagina con tutte le conseguenze del caso non significa possedere tratti caratteriali o mitologici di una figura storico-letteraria che casualmente è anche donna. In Shelly, il mito arioso, pagano-angelico di Percy è al pieno delle sue forze, anche se sono contento che siano stati inseriti tratti più autentici come il suo frenetico e scomposto impegno politico. Non si fa alcuna menzione di Frankenstein, piuttosto si cita un’opera secondaria di Percy come The Cenci. Perché? Tiriamo la stilettata.

Perché Mary era una figura di troppo, con tutto il suo mito della maternità mostruosa, per il romanzo che l’autore aveva progettato? O perché ammettere che Percy, quello vero, fosse platonicamente affascinato da Byron, e in un certo senso ricambiato, sarebbe stato inammissibile?

Esiste una parola per questo: queer erasure.

Ed è una piaga della critica letteraria. Mentre con Byron piove sul bagnato, la sua bisessualità è sbandierata per comprovare che fosse “mad, bad and dangerous to know”, il mito angelico di Shelley ha nascosto troppe cose per più di un secolo. Anche la più famosa e affidabile biografia odierna di Shelley non esita a chiamare “romantica” l’amicizia di Shelley e Byron (no, non nel senso letterario del termine) e a descrivere Shelley separato dal suo amico Hogg come un innamorato abbandonato. La modesta opinione che mi sono fatto, è che Shelley fosse capace di innamorarsi di un uomo senza desiderare un rapporto fisico con lui, e che “So Shelly” lotta in modo evidente con la natura iridescente di questo sentimento.

A niente vale un imbarazzato gender-bending, è come se tra le pagine del romanzo Shelley e Byron si riconoscessero dietro le loro maschere americane, e questo rende impossibile una vera storia d’amore.

“Romantically?” you ask. No.
“Like a sister?” Not really.
“A best friend?” That’s not it either. It was some twisted form of love that required her to be forever inferior to […] him.

Ty Roth è più sincero di quanto desidera, qui e in altri punti:

Shelly’s was the work of great literary depth and quality. Gordon’s was a masturbatory piece of self-aggrandizement, but the irregularly reading public […] was incapable of discerning the difference between artistry and sensationalism.

Nailed it. Ty Roth ha veramente colto qualcosa di queste figure storico-letterarie, dei loro rapporti, e della loro personalità. Qui però gli è mancato il coraggio.

Nonostante tutto, “So Shelly” mi è piaciuto.

Certo, perché conteneva i miei bambini, l’avrei letto anche se fossero stati tre banane in pigiama. Eppure secondo me ha dei pregi autentici. È scritto meglio di tutti gli altri Y.A. che ho letto. Ha un’acutezza psicologica che manca a tanti libri per adulti. Non mi importa molto che sia pesantemente inaccurato nella resa dei fatti (Keats muore ben prima di Shelley, per esempio), la caratterizzazione realistico/mitologica è parziale ma convincente. È un bislacco pastiche postmoderno nel senso più vero del termine, senza impegni politici o intellettuali, senza pretesa alcuna di serietà, a costo di essere ridicolo, ed è questo che forse gli ammiro di più: aver liberato dal loro sarcofago di gesso tre poeti su cui la critica ufficiale pensa di avere l’ultima parola.

Momenti di qualità:

  • Gordon fa una entrata trionfante alla Ali Ababwa durante il ballo di Halloween.
  • Shelly canta Shiny Happy People dei R.E.M.
  • “I don’t want to die,” I confessed to Shelly. […] [She] didn’t laugh dismissively or tell me I was being silly. She simply said, “write something”. E io a questo credo. Non alla scrittura come investimento nella memoria dei posteri; ma come mezzo per sconfiggere, da vivi, la morte dentro di sé.
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4 pensieri su ““So Shelly”, di Ty Roth

  1. Intrigante la tua valutazione sul romanzo. Secondo te può apprezzarlo anche una persona che Shelley, Byron e Keats non li ha mai sentiti nominare, oppure i fili e le sfumature di cui parli sono essenziali?

    1. Grazie! Ho letto altre recensioni in inglese e ne ho beccata più di una che lo ritiene apprezzabile anche da chi non conosce i retroscena letterari. Certo, riconoscere qua e là persone e avvenimenti realmente esistiti aggiunge tanto sapore alla trama 🙂

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