Scrivi come te stesso

Magritte, 1964

Poiché vita e scrittura sono legati in modo contorto ma stretto, una buona lezione di vita è spesso anche una buona lezione di scrittura.

Ho litigato furiosamente con una mia amica. Ho nascosto troppo a lungo, per non ferirla, tante mie divergenze che sono infine esplose col botto. A pace fatta, abbiamo accolto l’amara, serena verità: un abisso separa le nostre filosofie di vita e i nostri caratteri. Ci vuole un buon udito per volersi bene da così lontano.

Così, in questi giorni ho un pensiero fisso:

Se sei te stesso, allontani molti.
Se ti fingi qualcun altro, allontani tutti, te stesso compreso.

Sarebbe meglio incontrare “regole” di scrittura solo dopo aver sviluppato una solida abitudine al divertimento. Come giovani scrittori (non importa l’età) che si impegnano a Scrivere Bene, rischiamo di perdere l’anima nel tentativo di ottenere legittimazione, rischiamo di buttare via la passione con l’indisciplina, e sostituire una corposa manualistica creativa al nostro libero arbitrio. Dopo qualche anno sapremo a memoria sciodontèll ma non scriveremo più. Ne avremo una voglia matta, ma non scriveremo più. Perché scrivere senza giocare non solo è impossibile, ma anche impensabile. E allora la paura di scrivere male, di non trovare editori, di deludere i lettori, saranno lontane e insignificanti.

« Ma è terribile, ho il corpo che sembra un sasso! »
« Eh già, l’anima ha il suo peso. »

Ti prego, ti scongiuro, smettila di voler Scrivere Bene. “Bene” è una parola ambigua, pericolosa, facilmente infestabile da ogni genere di timore, ansia e auto-imposizione. “Scrivere Bene” è un pozzo senza fondo da cui non si esce.
Butta via ogni dovere, datti il permesso di scrivere male e poi di dimenticare cosa significhi, perdi ogni dignità e re-impara a divertirti. Sei un pirata della scrittura, hurrr ⚓
Il te stesso lettore si ritroverà fra le mani del materiale caotico e spigoloso, ma palpitante di vita, e credo più appassionante di tanta altra roba che avevi Scritto Bene.
Da lì, il te stesso scrittore e lettore si accorderanno pian piano, con rispetto per le reciproche divergenze d’opinione, per sviluppare il meglio che c’è già naturalmente in te, e non per adattarti con la forza a un canone. Da questo punto di vista, i manuali non saranno più gendarmi della scrittura, ma solo passanti casuali, che a volte sapranno come renderti ancora più entusiasta, e a volte no.

Scrivere come sé stessi è un passaggio alla maturità letteraria, perché implica l’accettazione di tante dure verità: che non piaceremo a tutti (diciamo di averlo accettato da tempo, eppure… ), che molti altri scrittori piaceranno più di noi a editori e lettori, che noi stessi magari li riconosceremo superiori, e che se ci rifiutiamo di essere solo noi stessi siamo destinati, prima o poi, a perdere la gioia di scrivere.

Se accettiamo questo macigno, ci si aprirà un mondo, in cui scrivere è la cosa più bella, e qualche lettore potrebbe anche preferire noi a Shakespeare o a King. Perché? Perché, assurdità della vita, i gusti son gusti. E io ne sono enormemente felice.

(Per chi se lo chiedesse, il ‘sé stesso’ accentato mi è sempre piaciuto ;)).

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22 pensieri su “Scrivi come te stesso

  1. …per quanto può valere, l’accento sul sé di Sè stesso lo ammette pure la Crusca…
    In conclusione, sebbene negli attuali testi di grammatica per le voci rafforzate se stesso, se stessa e se stessi non sia previsto l’uso dell’accento, è preferibile considerare non censurabili entrambe le scelte, mancando in realtà una regola specifica che ne possa stabilire il maggiore o minore grado di correttezza. Si raccomanda di tener conto di questa “irrilevanza” specialmente in sede di valutazione di elaborati scolastici e affini.
    Io scrivo male e ci convivo… chi legge quel che scrivo ne soffre perché vorrebbe leggere, senza fatica eccessiva, le storie che racconto.
    Ma è così…
    Buonanotte

      1. Devo, è basilare per non prendermi sul serio, altrimenti corro il rischio di sentirmi scrittore, cosa che non potrò mai essere davvero.

  2. Hai espresso meravigliosamente una “regola”, o consiglio, iconici per uno scrittore: write drunk, edit sober. 🙂
    Le “regole” dovrebbero essere indicazioni per trovare una via, non delle leggi. Dico spesso che è molto utile seguirle e sarebbe bene impararle e imparare a sfruttarle prima di decidere di infrangerle, per farlo coscientemente o per decidere che quel che è già scaturito dalla penna non merita di essere cestinato.

    1. Write drunk edit sober è un must 🙂
      Molti dei miei romanzi preferiti ignorano tante linee guida popolari, e secondo me il rischio di imparare prima e infrangere dopo è che certe idee buone ma molto anarchiche rischiano di non venirti nemmeno in mente.

  3. Il sé stesso, accentato, è l’unico giudicato corretto dall’Accademia della Crusca 🙂

    Tutto giusto, tutto corretto: la Buona Scrittura, da Manuale, è tanto, tanto noiosa 😉

    1. Leggo solo adesso il commento di @gianni… Mi pareva di aver letto di recente (forse una settimana, per dire) un commento della Crusca che diceva di preferire la versione accentata.
      Comunque anche io sono passato all’accento 🙂

    1. Seriamente: scrivere bene non significa nulla. Studiare come si scrive per me è un po’ come imparare a usare pennelli e tempere prima di dipingere: è utile, ma può anche favorire l’impressione che si stia apprendendo un lavoro normale, con un suo percorso, tappe e traguardi. Questo è fuorviante e rischioso, perché la scrittura non è così. Se covi un’ambizione, quell’ambizione deve essere di rileggere un tuo pezzo e domandarti a bocca aperta da dove sia uscito. Il resto, la pubblicazione, il pubblico, le vendite, non possono essere al centro dell’attenzione, anzi, non vale la pena di dedicarci un pensiero. E’ dalle mie stesse aspettative, più di tutto, che voglio prendere le distanze. Sto azzerando il contatore, ed è una grande liberazione! 🙂

      1. Eh sì, ogni tipo di “scuola”, di indirizzo prestabilito, ti forma la mente in un certo modo e se da un lato può facilitarti il lavoro dall’altro ti preclude molte strade. La sensazione di “wow, ma l’ho scritto io questo?”, assieme a quella di “wow, sto scrivendo un pezzo bellissimo!1!1!!” è la gioia più grande e più solida di uno scrittore, perchè non ha bisogno di buone vendite, di complimenti, di grandi successi mondani. Pian pianino mi sto liberando anche io di tanti orpelli, senza fretta e con la consapevolezza che ognuno ha i suoi tempi (anche questa una bella conquista 🙂 )

    2. Sto annaspando con la scrittura da un po’, ho visto che hai messo in semi-pausa il blog, che pure Chiara ha fatto qualcosa del genere, e altri ancora… e ho pensato: qui c’è un problema di fondo. Parlarne è anche terapeutico per me 🙂

      1. mumble … ho riletto il post e letto gli altri commenti che nel frattempo si sono accodati e direi che ciò che manca è (potrebe?) essere solo il gusto di scrivere. Si scrive per gusto, mica per altro.
        Chi corre per davvero lo fa perché ama correre, mica per tenersi in forma o per partecipare ad una gara o a qualunque manifestazione. Chi corre, lo fa perché è bello correre e come in tutte le opere umane è così che si arriva a qualcosa. Se arrivi a questo punto, cioè scrivere perché è bello, non ti ferma più nessuno. Puoi perdere l’abbrivio e non concludere un racconto iniziato 2 anni fa, ma ne inizierai e finirai magari altri 3.
        La tecnica è utile? Sì, un sacco, perché la scrittura usa il linguaggio scritto, il linguaggio scritto ha delle convenzioni, le convenzioni servono per capire a cosa si riferiscono quelle cose tipo frasi coordinate subordinate e principali, e quindi di chi o cosa si parla. La tecnica ti fa evitare ripetizioni e cali di ritmo, quindi la tecnica serve molto. Certo che se non sai di cosa parlare o non hai idee, puoi dare ripetizioni di italiano, ma non scriverai mai nulla. Vale anche il contrario: se hai molto da scrivere e poca tecnica tu intanto scrivi, magari qualcun’altro ti aiuterà a correggere.
        La tecnica serve come serve, per esempio, sapere tecnicamente come funziona una chitarra per poterla suonare, ciò che può essere sbagliato è come si insegna la tecnica. Ci sono insegnanti di chitarra che ti fanno far 100 volte le scale e ti fanno ammattire dietro 10.000 regole e ci sono insegnanti bravi che ti dicono dove si trova il mi per le ottave che ti servono a cominciare. Uno non porta a niente l’altro ti fa amare la musica e diventare un chitarrista blues.
        Quindi? Quindi bisogna fare le cose con passione.

      2. Ci tengo a dire che questo articolo non era contro l'”apprendere l’arte” in generale, ma contro la mentalità che identifica la tecnica con quella contenuta nei manuali e nei santoni del campo, che vorrebbe imporsi come La Buona Scrittura, mentre secondo me esiste una sola vera scuola di scrittura davanti a cui tutto il resto é accessorio: leggere con attenzione i libri degli altri, tutti diversi e contraddittori 🙂 e leggere quel che vuoi, con il piacere di leggere prima di tutto.

      3. Metto le mani avanti: è vero ma poi i commenti hanno preso una piega diversa e mi sono sentito di dover commentare ai commenti. (beh, son contorto lo ammetto)

      4. Sono pienamente d’accordo con te, Gianni. Credo che già capire i termini del problema sia in qualche modo una cura per la “malattia”. Secondo me non si inizia a scrivere se non si ha l’impulso interiore a farlo, che resta in gran parte incomprensibile; ma per la strada ci si inquina per effetto degli umani limiti combinati alle influenze esterne. Io credevo che si potesse scegliere come scrivere, ma non è così. O hai l’approccio giusto, o non scrivi affatto, sul lungo termine.

  4. Gran bel articolo! Sembrava seriamente rivolto a me. Ho perso il piacere di scrivere quando ho cominciato a concentrarmi troppo sullo scrivere Bene. Ho una voglia matta di scrivere, di farlo, prima di tutto, per sfogare me stessa e divertirmi. Dopo penserò allo scrivere bene.

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