Come è importante creare per gioco

Oggi vorrei buttare dalla finestra due idee… con voi.

La prima è che l’arte sia una cosa seria. Penso che anche l’arte migliore, soprattutto quella migliore, sia di certo onesta e curiosa, ma se fosse seria dovrebbe occuparsi di etica, di appropriatezza, di spiegare concetti importanti e perseguire un fine, utile o nobile, e non fare brutta figura. Ma anche quando leggo il più celebrato dei classici sento solo la precisa, impetuosa e autarchica inutilità con cui un bambino si inventa i suoi giochi.

La seconda è che una cosa fatta bene comporti una imprescindibile dose di sofferenza, di castrazione dei propri istinti e bisogni, un solenne accordo con un pubblico giudicante e sempre presente, reale o immaginario. È falso, è falso. La mia non è una protesta, ma una allibita realizzazione a mezza voce.

Al mio esame di stato, l’esterno di matematica mi odiò a prima vista. Osservò il coinvolgimento o l’ignorante auto-accettazione con cui affrontavo le altre interrogazioni, e quando arrivò il suo turno mi umiliò, mi impedì di parlare. A tiro a segno concluso, mi consigliò di smetterla di inseguire quello che mi piaceva, perché la vita da adulti sarebbe stata ben altra cosa.
Non sono mai stato uno studente innocuo. Ho sempre valutato i miei valutatori, perché avevo capito che la scuola non era un obbligo da sopportare, ma un tornio che mi avrebbe formato. Non temevo il duro lavoro e stimavo chi aveva il polso e le competenze per insegnare. Ho incontrato una miriade di professori stizziti, preoccupati, indignati dal mio entusiasmo e da quel po’ di talento che cominciavo a mostrare. Di cosa avevano paura? Che vivere al mio modo fosse possibile, e di sentirsene esclusi?

Le cose migliori della mia scrittura e della mia vita, le ho fatte perché mi divertivo,

perché ci credevo, ero lì, facevo quello che facevo, e in quello mi sentivo pieno e realizzato. Ogni altro obiettivo, aspettativa o legge mi scivolava addosso. Questo coraggio ha dato forma ai pezzi che oggi leggo con più orgoglio.

È tutto semplice, molto più di quello che vi siete abituati a pensare. Scrivete quello che vi rende orgogliosi e felici quando lo scrivete e lo rileggete. E se vi correggete, fate che sia per entusiasmo. E se buttate via pagine e pagine, che sia per entusiasmo anche quello. Giocate. È la cosa più coraggiosa e proficua che possiate fare.

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11 pensieri su “Come è importante creare per gioco

      1. Ci sono valide alternative alla tristezza come fonte di ispirazione o metodo per creare quel mood o come si vuol definire quel momento in cui si è in sintonia con la propria vena creativa.
        C’è chi fuma il sigaro e beve scotch, chi invece si stordisce di musica, chi di silenzio, ad ognuno la sua, ma alla base, alla fine e principio di tutto ci si deve divertire! Al 100%!

      2. Anche se scrivo cose tristerrime non ho quasi mai scritto sull’onda della tristezza. Non é un sentimento che mi motiva. Mi capita spesso di mettermi a scrivere pieno di ansia per il risultato, con la sensazione di star facendo una roba critica e importantissima, ma indovina un po’, in quei casi non mi esce una parola!

  1. Questi professori che sembrano quasi volerti impedire di seguire una passione e un sogno non li capisco. E farlo in quel modo poi. Come se non bastasse non sono neanche pochi, non è la prima volta che mi capita di seguire una cosa del genere.
    Se tu vuoi dimostrare la tua creatività, fare ciò che ti piace di più la cosa importante è che riesca a divertirti e a provare piacere in ciò che crei. Purtroppo ci sarà sempre qualcuno che criticherà quel che fai anche se fatto bene. Gente del genere c’è sempre, ma tu cerca di tirare avanti.

    1. Penso che sia tutta frustrazione, lavorativa o esistenziale, che sfogano sugli studenti o chi altro gli capiti perchè si sentono giustificati, o peggio ancora perché ci credono davvero. Ne ho sempre incontrati e ne incontrerò sempre, l’importante è imparare a compatirli e andare avanti.

  2. Mi sembra di vedermi ancora, quando la mia professoressa di italiano delle scuole medie mi sconsigliò di iniziare gli studi da psicologa. Perché? a detta sua sono sempre stata una persona sensibile e la mia espressione già triste sarebbe diventata ancor più depressa. Me lo disse ridacchiandomi in faccia, tentando un’imitazione fra l’altro poco riuscita. A oggi, una delle cose che mi riesce meglio è dimostrare empatia, non sempre con entusiasmo… ma per essere un’introversa mi ritengo piuttosto aperta agli altri. In fondo tutti siamo talmente immersi ognuno nella propria personale sofferenza, che sarebbe un delitto non tentare di capire il prossimo. Ancora mi dispiace, stimavo fortemente quella persona. L’ho incontrata nuovamente venti anni dopo circa, molto invecchiata, faceva tenerezza. Non mi ha riconosciuto e non ho fatto niente per farmi riconoscere; mi sono limitata a riconoscere che per “colpa” di entrambe è nato uno dei miei più grandi rimpianti. Non ho mai avuto un buon rapporto con la scuola, ho voluto fidarmi di chi ne sapeva (o doveva saperne) più di me, ma tante di quelle volte ho sbagliato nel farlo. Quando l’ho vista così, a tal punto diversa, mi sono subito chiesta quanti fallimenti deve subire una persona prima di ridursi a “ridimensionare” chi una sua dimensione la sta ancora cercando. Perché non chiedermi semplicemente le motivazioni della mia scelta?
    Questo ricordo non fa che spronarmi a seguire il consiglio che dai giustamente nella seconda parte dell’articolo 🙂 sono parole che fanno bene, le tue.

    1. Grazie! Ho voluto buttare giù queste parole proprio perchè penso che in tanti (me compreso!) abbiamo bisogno di sentircele dire o ripetere ogni tanto. L’esperienza dev’essere ancora più straniante quando a dirti parole di disillusione è qualcuno che stimi. Immagino che quella professoressa non avesse afferrato il punto della terapia, dell’essere psicologi e forse nemmeno del benessere psicologico, che c’entra poco con i sorrisi e molto con l’accettarsi e amarsi senza fare del male agli altri.

      1. Nessuno è infallibile, certo, ma la Francesca che chiese un consiglio ancora non lo voleva/poteva accettare. Lei sicuramente non afferrava né la dimensione di quel desiderio, né il senso di quello che volevo o potevo fare; ciò che mi dispiace è che in aggiunta a questo non ha considerato l’impatto che poteva avere su una persona in via di formazione. Lasciamo stare, comunque, mi fa piacere averne parlato.
        Il gioco e la scrittura dovrebbero andare di pari passo… non c’è cosa più mortifera per lo scrivere che avvertire pressioni (e non mi riferisco solo a un discorso di tempistica… ma alla classica vocina “non stai esprimendo il concetto a dovere” o “ti linceranno se criticherai quella tal cosa nel tal modo”) e assecondarle. Quando smetto di “giocare” e inizio a pensare di dover maturare qualcosa di perfetto, allora sì che inizio a provare quello che taluni chiamano blocco dello scrittore. Colpisce anche i non scrittori come me, potrebbe essere definito “blocco” e basta. Tutto sta alla nostra spontaneità e alla gioia con cui abbracciamo la libertà di esprimerci.

    1. Ed è pure il mio! Per questo ho voluto metterlo “verde su bianco” 🙂
      Anche solo nominare tutte le preoccupazioni collaterali che si frappongono tra me e il gioco, ne avrebbe offuscato la forza.

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