Sayonara, gangsters

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Lo comprai mesi fa perchè il titolo sapeva di fresco; perchè quando si tratta di contemporanei giapponesi ho gusti pulp rispetto ai soliti Yoshimoto e Murakami (Haruki); e perchè c’era Akira Fudo (o suo cugino) in copertina. Temevo sarebbe stata una di quelle letture piene di vita e finto-profonde che ti lasciano giulivo con un colossale eh? stampato in faccia. E invece… tumblr_mc464820Pq1qdlkyg

Parlare di questo libro è difficile: non è poesia, non è prosa, forse è prosa poetica – ma non quella poltiglia oscura di simboli che nel migliore dei casi ti costa fatica e nel peggiore ti suscita improperi. Sayonara, gangsters è molto, molto scorrevole. E lì sta la fregatura: ti coglie alla sprovvista.

“Mani in alto!” intimarono i gangster.
Erano in quattro, vestiti nell’inequivocabile stile dei gangster: cappello di feltro nero, abito dello stesso colore con tanto di panciotto, guanti di un bianco immacolato e mitragliatrice alla mano. Se ne stavano lì, con un’aria di solenne dignità, al pari di un Al Capone, un John Dillinger o un Clyde Barrow.
“Fate i bravi e non costringeteci a diventare cattivi!” aggiunsero subito dopo.
Con le mani al cielo, divorati dall’ansia, restammo a guardarli mentre portavano a termine il loro lavoro con una rapidità e una determinazione mai viste prima.
Tutti i clienti, gli impiegati e io eravamo alla fine incantati per avere avuto l’onore di essere stati nel mirino di quei celebri gangster.

Continuammo a tenere le mani alzate anche quando se ne furono andati, per un altro po’, gustando la piacevole atmosfera che aleggiava nella banca al termine dell’assalto.

 Ha una trama? Vagamente. Beh, di che parla? Di Sayonara, gangsters. Un tizio con quel nome. Che lavora in fabbrica, ha relazione amorose, ha una figlia piccola, ma soprattutto ha una scuola di poesia. Difficile tirare le somme della popolazione che abita questo libro. Andiamo a memoria.

  • Song Book, l’amore della sua vita.
  • Enrico IV, il gattone di casa. Beve vodka e apprezza Kant.
  • Publio Virgilio Marone. In forma di frigorifero. Con anche Ovidio e tutti gli altri.
  • Qualcosa di indescrivibile (eh, poveraccio).
  • I personaggi di Moto Hagio* e di Keiko Takemiya che fanno a cazzotti.
  • Il ragazzo che a forza di essere mandato in corridoio diventa un corridoio.
  • La studentessa con le ali che preferisce il fratellone a tutti gli altri amanti.

E tanti altri, troppi, a volte solo citati, tra cui Michel Foucault, che avevo abbandonato due esami fa tra i libri universitari. Ovviamente, ci sono anche i gangster.

Si ride un sacco. Ho avuto seri problemi a leggerlo in tram, perché tutti mi guardavano. Il culmine è stato quando una bambina ha cominciato a fissarmi, non ce l’ho più fatta.
Tuttavia gli epiloghi dei personaggi sono spesso drammatici, e mi hanno ricordato le evanescenze malinconiche della letteratura Heian (prima fra tutti la donna che scompare misteriosamente), o gli squarci tragici di certi anime demenziali.

Il bello di questo libro

Scoppia di amore per la vita senza nascondere, quando accade, lo squallore, il dubbio o la tristezza. Nonostante le emozioni in technicolor e le situazioni fuori dagli schemi, non ho mai sentito la nausea che mi coglie nei luoghi dell’entusiasmo a tutti i costi, come i parchi divertimento, le discoteche o i cenoni di capodanno. Quel linguaggio viene risemantizzato, utilizzato per raccontare l’assurdità allegra di essere al mondo.

È un libro onesto, e per questo disarmante. I rapporti di potere si invertono:

non sono i media, la musica, la cultura ad imitare la vita, autentico inafferrabile; è la vita che, nel mucchio, comprende i media, la musica, la poesia, ed è normale che ognuno di noi, in quanto vivo, balzi da un campo all’altro con naturalezza.

Questo Takahashi crede davvero nei sogni. Anzi di più, li vive e basta.

Col tempo mi sa che Sayonara, gangsters diventerà uno dei miei libri preferiti.

*Dietro alla copertina potete vedere Allan Twilight, un personaggio della Hagio che, nel bel mezzo della rissa, è impegnato a scaccolarsi. Tra parentesi, leggete Moto Hagio.

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