Un romanzo realistico è incoerente pt.1 : il mondo è incoerente

Coerenza, coerenza! Su questo consiglio sono tutti d’accordo (che io sappia), lo si può quasi considerare un dogma. Coerenza per l’ambientazione, per la trama, per la caratterizzazione. Ho letto molti suggerimenti sulla falsariga di:

Qual è la cosa più stupida, più immediata che faresti se ti trovassi in quella situazione? Bene, fai agire così il tuo personaggio.

Indovinate? Non sono d’accordo. Questo approccio rischia di essere inutile o controproducente, perchè parte da un assunto sbagliato:

La letteratura deve solo adattarsi alla coerenza del mondo.

  1. Siamo sicuri che il mondo sia coerente?

Il pubblico non è mica scemo. Forse.

Negli anni ho ascoltato molte delle mie conoscenze fornire pareri impietosi sull’ultimo romanzo letto o film visto. “Se io fossi stato nei suoi panni avrei fatto questo e quest’altro”, “ma invece di fare x non poteva fare y? Era ovvio che in quel modo sarebbe successo z“, e così via.
E io, preoccupato, ascoltavo cotali esseri di perfetta intelligenza con una certa soggezione: avevano proprio ragione, da solo non ci sarei mai arrivato. Mi vergognavo di quello che scrivevo e di cosa ne avrebbero pensato. Non ero capace di scovare che le insensatezze più grossolane, ai loro occhi le mie storie dovevano essere proprio malfatte, i miei personaggi proprio stupidi. Avrei dovuto colmare questa lacuna prima o poi, ma come? Tutto ciò che per loro era ovvio a me sembrava così… relativo. In quel film di zombie sarei morto 3 o 4 volte di fila.

Sono ancora convinto che in un film di zombie morirei. E che ho una certa incapacità a scovare le insensatezze. Ma qui parleremo di altro.

Grazie antropologia: ora so che la gente non ha coerenza

Lo sapevo anche prima. Lo sappiamo un po’ tutti. Ma vederselo spiegato in modo sistematico fa un altro effetto. Ecco cosa ho imparato leggendo monografie etnografiche:

Lo stato delle cose non è un meccanismo ben oliato e accuratamente mantenuto da personale adatto al compito.

Non esiste l’ottimizzazione, esiste la sopravvivenza. Credenze, istituzioni e psicologie individuali sono il prodotto diacronico di una molteplicità di influenze vecchie e nuove di cui spesso si perde traccia e che raramente si combinano senza scarti, bug di sistema, imperfezioni.
Il risultato è un bandolo incoerente di processi e comportamenti che ha portato noi occidentali per secoli a concludere che i selvaggi avessero credenze insensate poichè inferiori nella catena evolutiva dell’essere umano.

(Come se noi occidentali fossimo diversi.)

La realtà è più semplice e crudele:

Il mondo non è obbligato ad avere senso ai nostri occhi per continuare a esistere.

Gli impotuti ignoti

Se guardiamo con umiltà e senza horror vacui, ci accorgiamo che niente “funziona bene”. Nemmeno noi stessi. La normalità è composta da ciò che chiamerò gli impotuti ignoti: istituzioni,  credenze, tecnologie, correnti di pensiero, singole vite che avevano un certo ordine, un certo senso, le loro comprensibili ragioni, ma non hanno retto il passo, e sono scomparse. Sono nate così, e così si sono inabissate, oppure lo sono diventate dopo una lunga sopravvivenza.

Perché? Perché non erano adatte al contesto.

Ovvio cosa?

Non bisogna mai dare per scontato cosa significa normale, ovvio ecc. Le regole che intessono il contesto sono soggette a oscillazioni e cambiamenti. Più il contesto è intrinsecamente umano, più queste oscillazioni sono rapide e contorte.

Pensate alla politica italiana: se fosse apparsa in un libro sarebbe stata giudicata il lavoro di un imbecille. E invece compare nel libro più letto di tutti: la realtà.

  • si adatta ottimamente al contesto, e lo influenza a proprio favore.
  • ha un enorme livello di complessità e sofisticazione, degenere e involontaria, che agli occhi del singolo, come tutte le cose molto complesse, sembra il caos puro.

L’incoerenza è il secondo nome dell’adattabilità

Solo le macchine sono meccanismi funzionanti e chiusi in sè stessi. Per questo dopo un po’ si rompono e vanno buttati. La vita è diversa. La vita si adatta.

Tutti noi sopravviviamo “e basta”, senza aderire perfettamente alle condizioni presenti. E proprio questa è la nostra chance di sopravvivere alla contraddittorietà del mondo: avere il 6 in tutte le materie, piuttosto che due 10 e poi una sfilza di 3 che ci farebbe bocciare. La manchevolezza verso il presente è apertura a possibilità che forse si realizzeranno nel futuro.

Incoerente NON è insensato

Tutto ha un suo senso, pur essendo incoerente.

Se il tuo amico continua ad andare con donne che gli ricordano sua madre, ha dei problemi infantili irrisolti che proietta sulle sue relazioni adulte. Ha appreso un pattern di comportamento e continua ad applicarlo. Ha un senso. Eppure è incoerente, perché le sue partner non sono sua madre e, anche se questo non lo ucciderà, probabilmente lo porterà ad una vita sentimentale infelice, che è una forma di morte relazionale.

Ognuno ha le sue comprensibili ragioni per essere incoerente. La vera domanda è: la tua incoerenza si coordina bene con l’incoerenza del mondo in cui vivi?

Quindi, l’incoerenza:

  1. è lo stato naturale di ogni singola cosa e vita esistente.
  2. è il nome che diamo a una complessità di stratificazioni, variabili e punti di vista che non riusciamo a comprendere.
  3. se la nostra non entra troppo in conflitto con quella del mondo, “incoerenza” è solo la faccia negativa dello nostra capacità di adattamento.
  4. se entra in conflitto con quella del mondo, o ci adattiamo o siamo spacciati.
  5. non va confusa con l’insensatezza. Tutto ha un suo senso, anche ciò che è inadatto a sopravvivere.

Conclusione

Le mie conoscenze davano per scontate molte cose.

  1. Pensavano che tutti i mondi possibili avessero le stesse regole del circondario a cui erano abituati.
  2. Che esistessero cose coerenti e cose incoerenti, bianco o nero.
  3. Che solo le cose coerenti fossero sensate.
  4. E che l’unica coerenza degna fosse quella incarnata dal proprio grado e tipo di incoerenza.

Secondo me, non sarebbero stati grandi scrittori.

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La parte più filosofica della mia argomentazione finisce qui. E’ vero che il fuoco brucia e che l’acqua disseta, è vero che esistono limiti fisici all’imprevedibilità dei comportamenti umani. Ma se per un monaco buddista è possibile auto-mummificarsi, i limiti alla nostra imprevedibilità sono sempre minori di quanto pensiamo.

Che ne pensate? Su quale grado di “incertezza filosofica” si basano le vostre storie?

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17 pensieri su “Un romanzo realistico è incoerente pt.1 : il mondo è incoerente

  1. È un bellissimo argomento che temo di non avere la forza mentale di affrontare ora.
    La realtà è bellissima, variegata e piena di contraddizioni.
    La narrazione è una semplificazione di una realtà percepita e immaginata e tra le prime cose che vengono semplificate ci sono (alcune) incoerenze. Quindi credo che un mondo narrato sarà sempre più coerente di un mondo reale. La difficoltà, penso, sia far trasparire parte dell’incoerenza del reale (ad esempio, che so io, con un personaggio che si dice innamoratissimo, ma tradisce puntualmente, tipica incoerenza del pensiero umano) in un contesto abbastanza semplificato da essere comprensibile.
    Ecco, ora mi viene la parola. Il narrato, per essere compreso, non deve essere realistico ma verosimile, quindi non tanto aderente alla realtà, quanto all’idea di realtà comunemente accettata e questo porta inevitabili semplificazioni.

    1. Ma così mi anticipi l’argomento della parte 2 😉 è un argomento parecchio difficile che provo a sintetizzare in tre post, ma meriterebbe un libro a parte.
      Sì, la narrazione è una versione circoscritta e semplificata della vita. Devo ammettere che non ho ancora ben capito cosa sia “l’idea di realtà comunemente accettata”.

  2. mmmhh, le mie storie sono coerenti nel loro mondo e a loro modo. Ogni personaggio agisce secondo la sua volontà e questo potrebbe non essere coerente per chi legge, ma quel personaggio non è il lettore, e nemmeno lo scrittore… è una vita a sé stante e per questo motivo non è incatenabile. Si adatta… semplicemente questo.

    1. “Quel personaggio non è il lettore, e nemmeno lo scrittore.” Un’idea sacrosanta, a cui molti lettori non arrivano, e interpretano il personaggio come un guanto indossato dall’autore, mentre il rapporto scrittore/personaggi è molto più complesso e distaccato.

      1. Esattamente! Molto spesso quando scrivo ho un’idea, ma man mano che la storia procede i personaggi prendono vita, spessore e anche se non mi piacciono le loro scelte, le assecondo… anche se questo poi mi addolora! Ma c’est la vie! 😀

  3. Mumble, mumble…
    Avrei detto il contrario… Ma è il mio parere. Però come sempre dico “mi riservo di ritornare e commentare come si deve!” 🙂

      1. Beh, una volta pensavo che il mondo avesse senso, poi ho vissuto un po’ e ho scoperto che non è così 🙂 un vero colpo per il mio ego! Nella seconda parte spiegherò come per me lo scritto abbia sempre un suo ordine, una sua semplicità rispetto alla vita.

  4. Se penso alla coerenza in uno scritto di solito penso alla coerenza interna a quello scritto, quindi non tanto coerente rispetto al mondo, ma al “suo mondo”. Questo perché fondamentalmente ci sono cose che lo scrittore sceglie (la struttura del mondo che crea, per cui in un mondo steampunk possano trovarsi dei draghi meccanici che si riparano da soli) e altre che il personaggio fa di testa sua (o se non altro mi piace pensare che faccia di testa sua). Nel mio mondo, Francesca fa bene o male sempre le stesse cose, perché Francesca lo sanno tutti che è abbastanza prevedibile, ma poi succede qualcosa e Francesca fa qualcosa di strano, fa una figura del cavolo… Se facessi sempre quello che ci si aspetterebbe che facessi o se facessi sempre le stesse cose, non sarei una persona vivente. Non vedo perché dovrebbe essere diverso un personaggio di un libro. Vogliamo la realtà in un personaggio? La realtà è che le persone fanno cose a volte logiche a volte imprevedibili, altrimenti non sarebbero persone ma automi. Il mondo può essere incoerente, se si tratta di interazioni sociali, decisioni personali… non lo è più se si tratta di leggi di natura. Insomma, se nel mio racconto creo un mondo dove esiste la gravità, un personaggio dotato di pochissima forza difficilmente potrà andare in giro con una spada bastarda più alta di lui. E se nel mio racconto sempre lo stesso tizio fosse un arciere, nulla gli vieta di seccare una guardia del castello con un colpo di sasso invece che con una freccia, solo perché ci si aspetta che usi un arco.
    Quando leggo un brano di uno scrittore, mi metterebbe a disagio pensare al “cosa avrei scritto io”, perché ritengo che mediamente chi scrive abbia pensato alle proprie ragioni quando ha fatto agire così il suo personaggio, quando se non altro gli ha dato la sua impronta. Quando esce un film di Tim Burton, viene fuori sempre un gran trambusto per decidere se non fosse meglio che girasse un altro Big Fish. Non passa per la mente a nessuno che Tim Burton è cambiato, che forse è un’altra persona.

    Concludo con una riflessione delirante che potrai tranquillamente ignorare. Ho letto un libro su una signora che insegna alle persone a mettere in ordine la casa. Quello che più mi ha colpito sono state le critiche al suo libro. “A me piace il disordine”. “Questa persona è strana”. “Quello che afferma è banale”. Mettiamo che questa signora sia la protagonista del proprio libro; l’esposizione del suo metodo di comportamento funziona nell’ambito culturale in cui questo è scaturito (Giappone), ma in Italia ha trovato qualche resistenza. Ho riscontrato una certa incapacità di “comprendere” quelle stranezze e contestualizzarle. Qui mi sono chiesta se il lettore a volte non riesca ad apprezzare un personaggio solo perché non si può identificare in esso. Se la signora di cui sopra parla di saluti alla casa, riti shintoisti e così via, ci sarà chi è disposto a ridicolizzare tutto questo. Eppure, tutto è veramente relativo. Per chi ridicolizza magari sarà normale partecipare a un rito cattolico, un po’ come per un ragazzino di 7 anni di una tribù Arapesh è stato normale essere quasi mutilato da un tizio vestito da casuario in un rito d’iniziazione (questa cosa mi rimase parecchio impressa, non mi sono ancora ripresa). Qui il lettore avrebbe detto “ah ma io non lo farei mai il saluto alla casa, perché fa il saluto alla casa?”. Figuriamoci che avrebbe detto degli Arapesh. Veramente mi chiedo se la volontà di coerenza in un comportamento non sia proprio l’incapacità di comprendere la diversità culturale, il che implica l’incapacità di intuire la particolarità della propria stessa cultura.

    1. Forse ho una notevole resistenza al concetto di realismo proprio perché ogni giorno a lezione ne vedo e sento di tutti i colori. Se non mi sforzassi di venire incontro ai “mondi degli altri”, mi sembrerebbe di essere l’unico sensato sulla faccia della terra, mentre “gli altri” rischiano la vita in pericolosi riti di iniziazione (ce ne sono tanti, taaaanti così), si accusano di stregoneria, venerano le scarpe vecchie, ecc ecc. Ho una mentalità da realismo magico, in fondo. Le regole ci sono, ma non quelle di un meccanismo ben oliato.
      “Qui mi sono chiesta se il lettore a volte non riesca ad apprezzare un personaggio solo perché non si può identificare in esso.” Penso che questa sia la causa principale, sia a livello culturale che psicologico. Spetta all’autore il compito di rendere comprensibile e convincente ogni tipo di diversità e bizzarria, ma da parte mia ho conosciuto lettori e spettatori tanto rigidi che immagino volessero solo conferme del proprio mondo da ogni libro, film, serie e via dicendo, e che bastasse la “proposta” di un altro mondo, di un altro modo di vivere, per lasciarli indignati.
      Non mi è mai capitato, ora che ci penso, di trovare una storia insensata, ma al massimo scritta male. Insensato è un termine abbastanza vago che riunisce insieme l’incapacità di autore e fruitore di venirsi incontro, mettersi d’accordo e comunicare. (C’è anche da dire che da anni navigo le acque sicure dei classici e di altri scrittori stra-approvati, quindi sarebbe strano trovare grossolane manchevolezze tecniche.)
      E dopo lo smacco definitivo di Alice in Wonderland ho divorziato da Tim Burton, quindi non so più cosa stia combinando :/

      1. Realtà… vuol dire tutto e niente obiettivamente. “Reale” è quello che risulta dalla mia operazione di filtraggio degli impulsi che ricevo? riesco a fraintendere le regole di natura, figuriamoci tutto ciò che fa parte delle interazioni sociali. Trovo giustissimo pertanto che tu affermi che le regole ci siano, ma che non siano quelle di un meccanismo ben oliato. Per me è assodato, quasi banale (altra parola magica: amo le banalità, sono ciò che possediamo di più vicino al vero). Penso allo studio della storia, con tutto quello che è successo da 8.000 anni a questa parte, mi viene da ridere pensando a chi pontifica su cose mai successe prima, su grandi cause, eternità… e qui ancora la necessità di conferme. La “realtà” è una gran bella chimera. Qualcosa con cui mi scontro ogni santo giorno, anche quando scrivo un pezzo per il blog. A volte credo veramente di non riuscire umanamente a confrontarmi con chi ha una certa rigidità mentale. Mi arrendo subito, ma solitamente con chi apprezzo. Sennò posso diventare una macchina da guerra, mi arrabbio proprio.
        Le storie (apparentemente) insensate, poi, mi piacciono. Prendi un film come “Fuoco cammina con me” o uno qualsiasi di Lynch, sono (sempre apparentemente) tortuosi e insensati, ma proprio per quello mi diverto a cercare fili di logica nascosti. Se sono fragili e si sfaldano, tanto meglio, erano così brillanti quando li avevo trovati. Aspetto solo di trovarne altri 😀 sono fissata? certo che sono fissata 🙂
        Tim Burton l’ho apprezzato nuovamente solo con Big eyes e mi sono convinta di una cosa, veramente non è più lo stesso, non so che sia successo, ma qualcosa deve essere successo. Sta per uscire Attraverso lo specchio, è una cosa reale, ho visto la locandina e ho già paura.

      2. Eeeh, purtroppo mi sembra che la coerenza perfetta sia un sogno di molti (nella vita, nell’arte e un po’ in ogni cosa). Giusto qualche mese fa ho studiato (e approvato) che l’unico sistema perfetto, chiuso, sia un sistema immaginario, di cui vengono ignorate le piccole sfasature interne, o un sistema morto. Tutto ciò che è vivo è aperto e interconnesso, sia in via gerarchica che non. Mi piace molto molto Lynch! (E non a caso uno dei miei anime preferiti è Utena, cioè… Sailor Moon se fosse stato diretto e sceneggiato da Lynch).
        Sarà il divorzio? Sarà la consapevolezza che il suo stile-brand ha esaurito ogni fecondità artistica? Devo recuperare Big Eyes e mi farò una mia idea.

      3. La coerenza perfetta era anche un mio sogno, ma poi credo che un po’ tutti ci scontriamo con la realtà “vera”. Pensa che rileggendo i commenti qui da te mi “beccata” mentre affermavo che il personaggio deve avere un comportamento coerente con la propria natura o le proprie azioni nel complesso (o una roba del genere), per cui immagino che da allora di strada devo averne fatta. Forse la scrittura rimaneva la mia “isola felice” di coerenza, giusto perché la costruivo io… per fortuna la cosa era abbastanza sfumata e non ha realizzato particolari mostri.
        Lynch è uno dei miei ricordi preferiti. Prima che inizi a riflettere su che razza di infanzia abbia avuto, ti scriverò solo una cosa: da qualche parte esiste un quadernetto in cui scrivevo tutti i possibili risvolti, percorsi mentali assurdi, teorie parimenti folli, tutto a partire da Twin Peaks. Inutile dire che ho paura di ritrovarlo, chissà che fine avrà fatto. Sailor Moon fu (ed è) altrettanto amata, ma questo già lo sai 🙂
        Tim Burton… un enigma. Ho provato a spiegarmi Big Eyes addirittura come elaborazione dei propri sensi di colpa (Helena B. Carter) o di una carriera che non può essere più la stessa dopo tanti anni di scelte di vita e artistiche, nell’incapacità di fare arte come prima, dopo aver cercato compromessi di vario genere (vedi Alice). Secondo me Big eyes è una riflessione su cosa sia Tim Burton allo stato attuale, anche un’autocritica se vogliamo. Poi, sono tutte ipotesi.

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