Racconto aperto: Nel Bosco

Mi richiamarono improvvisamente da Monterosso dicendomi che mio fratello era andato “tipo in coma”.

In effetti era lì, sdraiato comodamente sul letto con i muscoli morbidi, come se avesse deciso di prendersi un paio d’ore. Respirava regolarmente, il suo cuore batteva.

Però non si muoveva da una settimana. Non si era alzato per mangiare o bere, nemmeno si era girato su un fianco, o aveva scosso nel sonno un braccio, un dito, nè una increspatura delle palpebre. Restava lì, pacifico, alle porte del mistero. Aveva preferito ai segni della vita una profonda e oscura meditazione.

I medici confessarono con imbarazzo la propria ignoranza.

Non mi ero mai preoccupato per mio fratello. Ci credevamo immortali l’un l’altro. Ma il suo sonno improvviso si era intrufolato nella nostra tardissima infanzia per spezzarla in due.

Attorno al suo letto d’ospedale si era riunito il nostro gruppo di amici. Compagni di classe, del club di atletica, i suoi amici più grandi che mi destinavano alla bassa manovalanza quando avevo dieci anni, ragazzi da cui ero stato inseparabile alle scuole elementari, folli infatuazioni adesso spente, frammenti di vita che avevo dimenticato col passare degli anni e che poi erano riemersi dalla massa, con ruoli più marginali. Ci guardavamo alle volte di sfuggita, e gli occhi dicevano che vergogna, ti ricordi di chi eravamo.

In mezzo a tutti, Elena mi sorrise per prima. Quando avevamo undici anni io, mio fratello e lei ci eravamo promessi che saremmo rimasti per sempre amici. I bambini hanno un senso vago del futuro, e promettono fortissimamente per poi scordare l’anno dopo. Ma lei doveva aver preso sul serio le nostre parole con una lungimiranza al di là dei suoi anni, perchè mentre noi crescevamo e dimenticavamo, come se fossero due processi inscindibili, lei per una serie imprevedibile di conseguenze era sempre ai confini della nostra vita, come la punta di uno scoglio a pelo dell’acqua, ma saldamente ancorato al fondale. A volta amica di qualcuno, a volte parente o ragazza di qualcun altro, alla fine era sempre con noi.

Alcuni ragazzi accompagnati da solleciti genitori, alcuni degni e soli, i più tanti a gruppi di due o tre, tutto il nostro piccolo mondo si raccolse attorno a noi, tutti i nostri vent’anni stipati e mormoranti in una stanza, ad assistere al veto arcano che sigillava le labbra di mio fratello.

Elena mi prese da parte e mi abbracciò tutto con lo sguardo. “Vedi, non è cambiato niente”.

Già” sospirai. A settembre dovevo trasferirmi in un’altra città per proseguire gli studi. La mia vita stava imboccando un binario ignoto. Mi chiesi se Elena sapesse anche questo. Come avrebbe fatto con la sua promessa? Ogni volta che passavo lo sguardo su una di quelle facce tanto ovvie pensavo che quella fosse l’ultima volta, e d’improvviso anche il più sciapo conoscente mi diventava prezioso, e pregavo dentro di me, non andate via, non ancora.

E poi?

Eh.

Questo proto-racconto, scritto mille mila anni fa, conteneva il germe di quello che poi sarebbe diventato il mio attuale romanzo in progress.

Non ho mai scritto svolgimento e finale. Certo, avevo in mente una storia, ma sono passati più di 5 anni.

Quindi, secondo voi come va avanti? Cosa ha causato il sonno del fratello del protagonista? Cosa faranno gli altri personaggi?

Non ci saranno vincite e vincitori, è solo per gioco. Si accettano idee lunghe, corte, stupide, intelligenti, blu e arancioni tumblr_m3e3ffBVjt1qb1380

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17 pensieri su “Racconto aperto: Nel Bosco

  1. Domanda difficilissima per me, che parto sempre dalla fine. La butto là: un tentativo di suicidio a barbiturici, finito male, figlio del male di crescere.
    Il triangolo tra Elena e i due fratelli è fin troppo prevedibile; meno scontato se fossero in competizione tutti e tre (anche non in contemporanea) per lo stesso uomo. Qualcosa tra i due fratelli lo escluderei, perché è scritto in prima persona e il protagonista ne avrebbe accennato di sicuro.

    1. Wow, sono molto interessanti tutti questi sbocchi! Non penso che stiano nel limite di lunghezza di un racconto breve (o meglio, non penso di esserne capace) però adesso avrei voglia che qualcun altro li scrivesse, così potrei leggerli 😀

  2. …non mi interessa saperlo io, a me interessa che lo sappia tu. Io voglio (no dai vorrei) che lo finissi tu e che mi stupissi, mi dessi quello che vuoi scrivere, senza badare a cosa piace(rebbe) a me!
    Quindi lavora! 😀

    1. E c’hai raggione eh! Tranquillo comunque, sono insensibile e scrivo quello che voglio alla fine 😀 (però se spunta fuori un’idea che mi piace dico wow, mi piace!) E’ che spesso mi chiedo “cosa si aspettano i lettori quando iniziano a leggere una mia storia?”

      1. Interessante. Ultimamente sto ricevendo diverse lettere su “come l’avrebbero voluto leggere loro” quanto ho scritto e mi rendo conto che, non mi interessa per nulla. Potrò apparire superbo, pieno di me e borioso e forse lo sono anche, però io voglio scrivere e parlare di qualcosa senza curarmi che piaccia. A quel punto le critiche, costruttive o meno, possono venir fatte su buchi di trama, contraddizioni, carenze nelle descriziono, errori di stile o peggio, di ortografia. Il resto non mi interessa granché… Alla peggio non piacerà a nessuno! 🙂

      2. Le critiche alla “come l’avrei voluto leggere io” le lascio stare a prescindere. Penso che siano un’intrusione: non ha senso andarsi a lamentare con Asimov perchè “però io volevo Star Wars”. I lettori che vogliono le storie su misura non hanno capito qual è il punto (della scrittura, ma anche della lettura).

      3. Esatto. E’ poi provato che accontentare il lettore non serve, tanto non vorrà mai davvero quello che dice di volere.

  3. Ho letto il racconto ma è una domanda difficile quella che ci poni.
    Il sonno del fratello potrebbe essere stato causato?
    Non so… il tuo racconto ha elementi fantastici? Potrebbe essersi perso altrove, come su Insidious. Ho sempre trovato affascinanti i viaggi astrali. 😀

      1. Anche io ho adorato il film 🙂 e pure il secondo. Il terzo invece è carino come film a se stante ma brutto paragonato ai primi due.

        Comunque intrigante l’idea… anche il tuo attuale romanzo ha elementi fantastici del genere?

      2. Il terzo lo devo ancora vedere! Pure il secondo mi era piaciuto. Sì sì, il romanzo è proprio fantastico, con tanto di mondo immaginario e regole a parte 🙂 vorrei dire di più ma rischio di fare spoiler.

  4. secondo me il fratello era andato nel bosco a raccogliere finferli, ma è stato punto da una zanzara che gli ha trasmesso il virus Zika causandogli un’encefalite. resterà in coma e il sistema sanitario, non appena stabilizzato il quadro clinico (com’è consuetudine per contenere i costi) lo rispedirà a casa scaricando il problema sulla famiglia. il protagonista sarà costretto a rinunciare a proseguire gli studi per accudire il fratello che rimarrà in coma per quarantasette anni e quarantasette giorni (quindi nessun trasferimento in un’altra città). nel frattempo il sogno d’amore di Elena e del protagonista prenderà corpo attorno al capezzale del fratello malato, non senza risvolti morbosi da inconsapevole menage a trois (Elena si eccita particolarmente a fare sesso sullo stesso letto dove langue il fratello del protagonista, coinvolgendo il bell’addormentato in giochi erotici tanto involontari quanto perversi). l’ultimo giorno, il fratello del protagonista prima di passare dal sonno ininterrotto al sonno eterno, aprirà gli occhi, guarderà dritto in faccia sia Elena che il fratello e dirà: “ragazzi, ho avuto una bellissima idea: andiamo a raccogliere finferli nel bosco!”. un attimo dopo reclinerà il capo e spirerà. spero di esserti stato un’utile fonte di spirazione.
    : )))

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