Shelley, the pursuit: la controversa parabola del genio come essere umano

tumblr_lm6prnRzP61qfoi4t Romeo & Juliet – Stefano di Battista

Non illudetevi che questo libro interessi solo me e altre 10 persone sul pianeta. Parliamo di qualcosa che riguarda un po’ tutti.

Leggere Shelley, the pursuit significa imbarcarsi in un viaggio di destrutturazione. Smontare pezzo per pezzo il mito, e trovare sul fondo di quest’oceano i frammenti di un uomo in carne e ossa. Si parla di Shelley, ma penso che questo schema a grandi linee valga per ogni grande uomo mummificato sui libri, come reliquia laica della nostra civiltà.

Fuori il santo, dentro l’uomo

Questa biografia, purtroppo disponibile solo in inglese, recita “this is not a book for Shelley lovers”. Questo non è un libro per chi vuole sentire favole su Shelley come Ariel, come spirito dei venti, come fanciullino ferito che compone poesie a uno skylark, non troverete il santo arcadico che l’epoca vittoriana ha inventato di sana pianta per proteggere se stessa dal fantasma illustre di un uomo ateo, poliamoroso, tra l’anarchico e il socialista ecc ecc. Troverete un uomo.

Il sottile inganno della biografia

La biografia come genere contiene sempre un sottile inganno: si propone di raccontare il “vero vero” e di dissipare ogni mitologia legata al personaggio in questione, attraverso una pedissequa osservazione delle fonti disponibili, ma, in quanto essa stessa narrazione, deve concedere un margine di falsificazione, per ottenere la conditio sine qua non di ogni storia: una struttura, un senso. È difficile rendere conto alla vita di un senso. La vita, quando è vita, pulsa e non ha senso né direzione univoci, poiché ogni possibilità è ancora aperta. Quindi “Shelley, the pursuit” non è il “vero vero”, ma una nuova storia, più rispettosa delle fonti disponibili, che propone Shelley come essere umano plausibile.

Prima la politica

Stupisce che quel corpicino esile e quel lungo naso aristocratico siano appartenuti a un furioso attivista politico, prima ancora che a un poeta. Espulso da Oxford e allontanato dalla famiglia per aver scritto un saggio sull’ateismo, passò i successivi anni a cercare di istigare sollevazioni popolari e a sognare una specie di comune sessantottina su base familiare.

Aveva pareeecchi difetti…

Incoerenza

Replicava quando poteva le sue abitudini aristocratiche pur desiderando l’uguaglianza universale. Ripudiava l’azione violenta ma giudicava inutile l’azione politica entro i confini della legalità. Non apprezzava le persone in base al carattere o alla bontà di spirito, ma al loro panorama intellettuale. Quindi cambiava spesso idea su chiunque, poiché Shelley era fortemente convinto, ma di cosa esattamente, è materia dibattuta. Con gli anni si smussò per afflizione, e in parte le sue contraddizioni trovarono un filo comune, ma non sapremo mai cosa sarebbe diventato se fosse vissuto più di 29 anni.

Davvero “mad Shelley”

Era pieno di fantasmi: sonnambulismo, visioni, attacchi “di isteria” lo accompagnarono per tutta la vita, e il laudano invece di curarlo probabilmente peggiorò le cose. Sapeva di essere instabile, e poche cose sono più drammatiche di un pazzo che sa di esserlo, ma questo lo trasformò in un precursore della psicanalisi. Per istinto catartico, era un maniaco di storie gotiche. All’inizio della sua carriera letteraria ne scrisse anche un paio, bruttissime. Tieni duro Shelley, sappiamo cosa significa fare schifo all’inizio.

Il carisma è impietoso

Questo libro conferma, sotto una luce più concreta, l’idea decadentista della persona carismatica come forza distruttiva. Shelley si muoveva come una trottola, cieco o indifferente alle conseguenze delle proprie azioni, a volte ingenuo e fragile, a volte crudele e stranamente pratico nel suo idealismo estremo, sospinto da una volontà di resilienza implacabile che gli altri, più equilibrati o più deboli, non potevano seguire. Amicizie troncate, cadute in rovina, suicidi. Shelley si lasciò alle spalle una scia di disgrazie, e non è affatto romantico che Mary (Shelley) abbia tenuto il suo cuore in formalina per anni, un estremo tentativo di tenerlo con sé, fermo, innocuo, radicato a terra, lontano da altri amori e da altre utopie, almeno nella morte.

Insomma, Shelley uomo è da buttare?

Posso vedermi a prenderlo a capocciate tre o quattro volte al giorno, ma non ho più sensi di colpa se la sua vita mi appassiona almeno quanto i suoi scritti (ci ritornerò), perché ho la conferma che la sua vita sia la sua opera più grande, anche se non può sopravvivere senza essere raccontata e falsificata, e diventare ogni volta una cosa diversa, “suffer a sea change into something rich and strange”*.

La narrazione come esorcismo dei passati possibili

Forse è inevitabile che la persona morta sia subito storia. I vivi si interrogano sulla sua esistenza: insomma, è da salvare o da disprezzare? A conti fatti, per davvero, che persona era? Abbiamo bisogno di mettere un punto, una lapide alla loro vita, fermare il loro corso, quietare le loro correnti. Abbiamo bisogno di un confine netto tra la vita e la morte, e trasformare gli uomini in storie è un modo per seppellirli definitivamente nel regno dei sogni, dei miti, nel tempo passato o mai esistito.

*Nothing of him that doth fade, But doth suffer a sea-change, into something rich and strange” sono versi de “La Tempesta” di Shakespeare, pronunciati da Ariel. Sono riportati sulla lapide di Shelley, nel cimitero acattolico di Roma. Mesi fa ho attraversato Roma in bus e il tragitto mi ha portato proprio lì accanto. Ho fatto un saluto da lontano.

Annunci

9 pensieri su “Shelley, the pursuit: la controversa parabola del genio come essere umano

  1. Si ragionava appunto di questo su Wallace… una cosa che non ho abbastanza sottolineato e cui tu dai giustamente spazio è la necessità per una biografia di confermarsi narrazione, quindi con uno spazio di interpretazione. Per farla breve, se io stessa non posso affermare di conoscermi bene, figuriamoci che speranze avrà qualcuno che rimarrà pur sempre un estraneo. Una ricerca accurata certamente non tutela da errori. Non riesco però a non detestare – nemmeno tanto cordialmente – le biografie che non ci provano nemmeno e finiscono per essere un romanzo o inconsapevolmente la storia ufficiale del personaggio che devono descrivere. Da qui il santo, l’artista tormentato… “l’ammiratore” non rimane deluso, ma anche qui dipende da cosa cerchiamo. La leggerei una biografia di Shelley che lo cercasse di descrivere nel modo più impietoso possibile. Se cerco la persona sarà più facile per me almeno intuire come abbia potuto scrivere quello che ha scritto. Certe vite hai ragione, sono dei capolavori, alle volte possono risultare più interessanti delle opere stesse. Cercare di conoscere queste vite mi fa pensare che io, in realtà, non ho tutta questa voglia di “lasciare andare” la persona, salvarla… o idolatrarla in certi assurdi casi. Sono ancora convinta che queste informazioni e con esse le opere siano una sorta di materia viva (o come si chiamerebbe la parte sommersa di una nave, l’opera viva) da cui posso attingere per continuare il mio percorso. Parlo di Wallace ovviamente, ma potrei riferirmi nello specifico a qualsiasi autore da cui voglia farmi ipoteticamente insegnare qualcosa. Ah, la materia del tuo pezzo è particolarmente vasta, mi fermo sennò non so fino a quando potrei continuare a scrivere 🙂

    1. “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” è un titolo ipnotico (e anche una metafora che pensavo girasse in testa solo a me – e come al solito, quando pensi di avere in testa solo tu certe cose, in realtà non è mai vero).
      Richard Holmes è forse il biografo più accreditato di Shelley oggi; molti gli hanno imputato uno sguardo eccessivamente impietoso (per me ha solo giudicato Shelley con le malignità precauzionali che a un comune mortale qualsiasi non sarebbero state risparmiate, ma niente di più). Ha scritto questa biografia nemmeno trentenne, quindi forse ha sentito l’esigenza di distanziarsi sia da una idealistica comunione spirituale con un illustre più o meno della sua stessa età, e sia dal romanticismo sommario che per stereotipo viene attribuito ai giovani intellettuali. Penso che sia riuscito nel compito.
      Penso anche che il mito, se chiamato col suo nome, abbia la sua parte di interesse: l’altro giorno guardavo “Valentino” di Ken Russel. Di Rodolfo Valentino in quel film c’è poco. C’è molto del suo mito, e molto del trash targato Russel, che ogni tanto mangio come junk food. Penso che in quel caso il regista avesse escluso volutamente l’uomo per esplorare e romanzare il mito, che ha comunque una sua forma di realtà fantasmatica, tinteggia un clima, un’epoca, perchè è questo fantasma che la maggior parte della gente ha conosciuto, e non l’uomo (soprattutto se so parla di figure dello spettacolo) – e finché la distinzione è chiara, finchè biografia del mito e biografia dell’uomo coesistono senza farsi concorrenza e fingersi l’una per l’altra, mi interessano tutte e due le cose. Ciò che si può ancora distinguere come umano dopo che la sua vita biologica si è conclusa, non è mai del tutto morto. E’ Revenant 🙂
      (Ah, tra parentesi, Russel ha anche fatto un ritratto esilarante di Shelley in Gothic. Ma non ne parlo sennò vado all’inferno.)

  2. Una cosa è l’uomo, un’altra le sue opere. È bellissimo quando c’è piena coerenza e la persona che ha creato quelle opere è simile a quella che ci siamo immaginati, ma spesso non è così. Credo che questa sia una cosa che vada accettata, in un certo senso è anche bella. Nell’arte si riflette il nostro io migliore.

    1. Vero, si fa spesso l’errore di ipotizzare, di pretendere anche, una netta corrispondenza tra opera e vita – e ci si indigna quando lo scrittore si rivela uomo. Fosse così facile! Mi avvicina molto di più a loro, sapere che i grandi del passato avevano grandi e piccole increspature e vizietti come qualsiasi persona 🙂

  3. Personalmente io me ne disinteresso. A meno che non sia un serial killer o un ex gerarca di qualche regime, se è bravo è bravo. Vivo morto che sia. L’unica cosa che potrà mai insegnare è la sua visione del mondo e se ha un buono stile, magari a leggere. 🙂
    Ok, questa era facile.

    1. Ti dirò, in genere pure io vado avanti senza sapere niente degli scrittori che leggo. Poi ci sono i miei super super super preferiti, e forse leggo le loro biografie nella speranza di trovare nascosta qualche altra storia inespressa nelle pieghe rimaste del loro mondo interiore.
      Di Shelley mi interesso perchè la sua vita è una storia a parte. Mi immagino una cosa tipo Casa Vianello.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...