La morte del congiuntivo e la concezione del tempo

L'enigma dell'ora, De Chirico
L’enigma dell’ora, De Chirico

Il congiuntivo è morto, il condizionale è moribondo, e anche l’indicativo non sta troppo bene. Come è cambiato il nostro modo di pensare il tempo?

“Se lo sapevo lo facevo”

Oggi la comunicazione orale si riduce più o meno a: presente (faccio), imperfetto (facevo), passato prossimo (ho fatto), futuro semplice (farò). Non solo nella normale conversazione, ma anche in quegli ambiti dove, in teoria, si dovrebbe mostrare un po’ di cultura, per il buon nome dello Stato o della propria azienda: uomini di spettacolo, politici, doppiatori ormai parlano con la correttezza grammaticale del mio vicino di casa.

Normale in teoria, triste nello specifico

Che la lingua cambi, non mi scandalizza. La lingua, per sua natura, è un flusso in continuo cambiamento, soprattutto quella parlata. E’ sempre successo e succederà sempre. Vedere il passato sempre come migliore del presente, è una falsificazione romantica. Ma il modo in cui una lingua cambia la dice lunga sullo stato della cultura a cui questa appartiene.

Una lingua ricca di tempo

Rispetto a tante lingue del mondo, l’italiano corretto si distingue per l’ampia varietà di tempi e modi verbali. Me ne sono accorta bene quando ho cominciato a studiare le lingue dell’Asia orientale:

  • Il giapponese ha solo il passato, il presente, e una specie di potenziale; non ha il futuro.
  • Il cinese ha praticamente solo la radice semantica, senza coniugazioni.

E invece l’italiano ha un amplissimo ventaglio di tempi e modi, che corrisponde a una modalità variegata e complessa di intendere il tempo. Noi eravamo questo: un popolo (se lo siamo mai stati) con una concezione particolareggiata del tempo: un intreccio di oggettività ed eventualità, sovrapposizione di più presenti, più passati e più futuri. La nostra lingua ci permette di ricordare, di prevedere, valutare e ipotizzare con grande ampiezza. E pensare il tempo è un modo per padroneggiarlo.

Un presente senza tempo

Eppure noi non sfruttiamo tutta questa varietà. Perchè? Perchè, in qualche modo, non ne abbiamo più bisogno. E’ avvenuto un appiattimento, non solo linguistico, ma prima di tutto mentale. Il nostro sguardo verbale ha una gittata corta e confusa. Fatti accaduti due anni fa vengono espressi come se fossero accaduti due minuti fa. Eventi ipotetici vengono espressi con l’indicativo, come se fra eventualità e realtà non ci fosse poi tanta differenza. Al posto del futuro anteriore (sarò andato) si usa il presente: il tempo è relativo, noi siamo già lì.

L’Italia in cui vivo parla una lingua che ha perso gradualmente contatto con la realtà: passato e futuro, possibile e reale sono confini relativi. Tutto fa parte dello stesso flusso indistinto. Non c’è più bisogno di prevedere, di ricordare, di fare ipotesi. Perchè la realtà che ci circonda non è più in nostro controllo. Questo impoverimento grammaticale corrisponde a un impoverimento delle nostre prospettive e possibilità di vita – ed è questo che dovrebbe farci paura: il lato inquietante della post modernità è lo sfaldamento sociale, provocato dalla crisi politica ed economica, e dalla scomparsa di narrazioni collettive che possano dare un senso e un futuro alla vita collettiva.

Annunci

19 pensieri su “La morte del congiuntivo e la concezione del tempo

  1. A me che la lingua italiana cambi spaventa, invece, perché sta cambiando in peggio, con tutti quei termini inutili inglesi e altra robaccia che si sente.

    Curioso che il giapponese non abbia (!) il futuro. Il norvegese non ha invece il gerundio.

    Lunga vita al congiuntivo e al resto dei nostri tempi verbali!

  2. L’altro giorno parlavo di mio nonno a mio marito (inglese e con un italiano zoppicante, imparato perlopiù per via orale!) e cercavo di descrivergli la bellezza dei suoi racconti. Non tanto perchè i racconti di vita di mio nonno fossero speciali – certo, per me lo erano essendo sua nipote! -quanto perchè mio nonno utilizzava la lingua con proprietà ed eleganza. E, attraverso l’uso di congiuntivi, passati remoti e trapassati sapeva rendere giustizia alle sue parole ed alle storie che queste contenevano.
    Sono d’accordo con te quando scrivi che la lingua che parliamo ha perso il contatto con la realtà ma credo che la causa sia più da attribuire ad una pigrizia mentale dilagante anziché ad una mancanza di bisogno di utilizzare il linguaggio in tutta la sua varietà. Tutto è fruibile, tutto è fruibile adesso e siamo tutti sempre più soli sebbene inseriti in una collettività (apparente, ma senza storia collettiva.).Non posso che concordare sul fatto che all’impoverimento del linguaggio corrisponda un impoverimento delle prospettive, conseguenza del periodo socio-politico nel quale viviamo.
    Mi chiedo però, e ti chiedo, se un uso più attento e scrupoloso della lingua non potrebbe invertire la rotta. Ossia, parlare ( e pensare) “meglio” non credi potrebbe a sua volta avere degli effetti benefici sulla nostra società? O, è solo la società a cambiare la lingua?

    1. Ciao e benvenuta 🙂
      La proprietà lessicale dei nostri vecchi spesso è stupefacente.
      E’ interessante quello che dici: poichè le nostre necessità possono essere soddisfatte in modo incorporeo (tramite internet la globalizzazione) ci siamo abituati a non dare il peso che merita alla realtà corporea.
      Sono tra gli scettici: penso che sia la società a cambiare la lingua. Pensiamo al problema della disparità di genere: abbiamo coniato “avvocatessa” e altri nomi di professioni declinati al femminile; intanto le vittime di stalking continuano a non essere credute, e magari ci rimangono secche – senza che nessuno intervenga davvero. Avere un linguaggio migliore della realtà serve come specchietto per le allodole, affinchè le autorità si lavino le mani dalle proprie responsabilità pratiche. Rimane la questione di principio: parlare bene l’italiano per manifestare il proprio desiderio di un’Italia migliore 🙂

      1. Ci ho voluto pensare un pochino. Sono d’accordo con te, essere in possesso di un lessico migliore della realtà è uno specchietto per le allodole. Rimango dell’dea però, che arrendersi ad uno uso pigro e semplificato della lingua è un modo per essere succubi e passivi di fronte ad un sistema che ci fa sentire un po’ tutti pecore.
        Credo dovremmo cercare di non perdere l’uso di una buona lingua, per manifestare, come dici tu e per partecipare al miglioramento di questa Italia. 🙂

  3. Io ho un diploma di terza media e una volta mi è capitato di sentirmi dire che “parlo difficile”. Da allora scruto con impazienza l’orizzonte nella speranza di veder arrivare al galoppo “essi”: i 4 cavalieri dell’Apocalisse.

    1. A me è successo qualcosa del genere durante l’infanzia: a 4-5 anni parlavo un italiano perfetto. Poi ho imparato a fare di proposito gli stessi errori degli altri bambini perchè sentivo che la mia correttezza grammaticale metteva un muro tra noi. Storie tristi!

  4. Come hai ben spiegato l’italiano possiede una certa coerenza con il tempo e può indicare cose del tipo:
    un’azione svolta nel passato che si è conclusa, una che ancora è in corso, un’azione certa nel futuro, una incerta, un’ipotesi e così via, ma già più di trenta anni fa tutta questa disponibilità di tempi non veniva più spiegata, né capita; è un processo di semplificazione (teorica semplificazione) che probabilmente nasce da ancora prima. Non penso dipenda da qualcosa che accade adesso è un qualcosa che viene (ironia) dal passato.
    Certo la televisione ha avuto un ruolo importante nel costruire una base di italiano, già dagli anni ’80 non più (c’è chi ci ha costruito su teorie del complotto ma non è questo il luogo per parlarne) ora poi è caduta libera.
    In conclusione? Io non ho ricette, mi arrendo. Cerco e cercherò solo di non perdere quel pochino che so.

    1. Sì, i cambiamenti linguistici non accadono dall’oggi al domani. Questo processo di impoverimento linguistico sarà iniziato, la sparo, a partire dagli anni ’80?
      Penso che non si possa fare niente contro questo processo, tranne parlare e scrivere meglio che possiamo 🙂

  5. Io ho sempre avuto difficoltà nel distinguere i tempi verbali e da piccola parlavo male. La grammatica la odio anche adesso… è contro la mia natura studiarla. Ma leggendo molto sono riuscita a correggere i miei difetti e ho imparato a parlare e scrivere decentemente. La gente che legge è sempre di meno (per non parlare di coloro che leggono cose di qualità) e forse il problema è anche legato a questo.

    1. A 5 anni parlavo bene per la mia età, adesso ho una buona proprietà lessicale ma incollo le parole tra loro in modo approssimativo quando parlo, non so spiegarmi meglio, chi guarda i miei video se ne accorge.Dici che si legge poco? Io sapevo che si legge sempre più (ma male).

      1. Io so che in Italia la percentuale di persone che leggono diminuisce sempre di più e, per quei pochi che leggono, la maggior parte legge male.

  6. Io sono già sulla via della perdizione, stadio avanzato: partita, da piccola, da un linguaggio ricco e corretto, non solo ho imparato a semplificarlo per non sembrare la signorina Tumistufi, ma adesso il congiuntivo inizia a sembrare demodé anche a me, dopo anni in cui l’ho difeso a spada tratta! Mai dire mai. In cambio non ho mai smesso di inventare parole e combinarle in modi strani (in famiglia lo sanno bene), e anche questo è un modo di combattere l’impoverimento linguistico, anche se limitato al mio cortile. Per ora. 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...