Vocaboli tecnici e narrativa: può funzionare?

Difficult-Words2Moby Dick mi ha offerto spunto per un’altra riflessione:

quanto possono essere usati i termini tecnici nella narrativa? E’ possibile ambientare una storia avvincente in un ambiente sociale o lavorativo specifico, che possiede un lessico proprio per chiamare attività, luoghi, oggetti, gruppi di persone?

Moby Dick e il mondo della caccia alla balena

Il romanzo di Melville è pieno di termini tecnici inerenti al mondo della caccia alla balena. Ogni cosa viene chiamata col suo nome: le parti della nave, gli attrezzi da pesca, e così via. In linea di principio sono d’accordo con la scelta di Melville: se qualcosa ha un nome, bisogna usarlo per il bene della varietà lessicale (e anche per non andare sul vago o perdersi in giri di parole).

Però, nella pratica, la tanta ricorrenza di termini così specifici mi ha reso la lettura difficile e meno piacevole. Ignorante tu che non sai cos’è una vela di trinchetto, prenditi un dizionario, si potrebbe dire. Vero. Però è anche vero che:

  1. è un ambito così specifico che la cultura generale c’entra poco. Solo chi “vive” questo ambito linguistico, per lavoro o magari per hobby, può conoscere bene tutte queste parole.
  2. con termini poetici, arcaici ecc. si può arrivare a capire alla lontana il significato partendo dal suono o dall’assonanza con termini più comuni, ma con il lessico tecnico questo è impossibile.
  3. secondo me, un romanzo che costringe anche una persona di media cultura a consultare il dizionario ogni capitolo o paragrafo, almeno per gli standard moderni, non è accettabile.

Io e il mondo della tecnologia

Nel mio piccolo, circa un anno fa, ho dovuto affrontare lo stesso problema come scrittrice.

Durante il mio soggiorno in Giappone cominciai a scrivere un piccolo racconto a proposito di un gamer accanito e del suo videogioco preferito che, di punto in bianco, si anima di vita propria. L’ho intitolato come spesso i giapponesi scelgono il nome di un nuovo prodotto, cioè associando un termine inglese a qualche vocabolo a caso: Skynepia. “Nepia” è una marca di fazzoletti giapponesi; ne avevo un pacco sul tavolo mentre scrivevo.

Mi piacerebbe presentarvi questo racconto, però purtroppo mi sono bloccata alla prima stesura a causa di un problema:

  • Se uso termini specifici al mondo dei videogiochi (console, joystick, rpg, npc, sprite, eccetera) la narrazione è molto più rapida e sciolta MA mi capisce solo un ristretto gruppo di persone (più o meno giovani, più o meno vicini al mondo dei videogiochi).
  • Se uso termini generici mi capiscono tutti, ma la narrazione è molto più contorta e brutta, e perdo molti dei significati, associati ai termini tecnici, che danno sostanza al racconto.

Esempio: un npc non è semplicemente “un personaggio che incontri per strada”; è un “non-player character”, un personaggio gestito dal sistema di gioco, non da un giocatore – quindi è un personaggio “spersonalizzato” che si comporta in modo sempre uguale.
Poniamo che un npc cominci ad agire per conto proprio.
Se lo chiamo npc, questo comportamento risulta anormale, anche inquietante, agli occhi del lettore che capisce. Se lo chiamo “personaggio”, tutti capiscono ma l’effetto straniante è molto più insipido.

Certo, potrei inserire una legenda all’inizio o alla fine del racconto. Questo risolverebbe il problema in parte, ma non del tutto: aver appreso un vocabolo 5 minuti prima non vuol dire averci vissuto, aver assorbito tutte le sfumature e i significati secondari che dovrebbero riverberare nel testo narrativo.

Avete mai usato lessico specifico come scrittori, o lo avete mai trovato come lettori, nei romanzi altrui? Che effetto vi ha fatto?

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30 pensieri su “Vocaboli tecnici e narrativa: può funzionare?

  1. credo che ogni scrittore debba parlare di un dominio, non necessariamente tecnico, che conosce bene. La sua competenza l’aiuterà a introdurre termini e concetti in maniera graduale e a spiegarli. Occorre equilibrio, ma non ricordo quasi alcun romanzo che non abbia una parte tecnica. È da quei dettagli che alla fine nascono delle storie intriganti.

    1. Dici? Io ho letto moltissimi romanzi (direi la maggioranza) che hanno un lessico comprensibile da chiunque (e se vengono usate parole “particolari” non sono d’intralcio per la comprensione della trama).

  2. Non ti fare di questi problemi: ogni libro si rivolge a una nicchia. Posso citare il caso di Egan, con “Il Tuffo di Planck”. L’autore spiega che solo chi ha una laurea in fisica può capire la storia. Ed è così. Peraltro io voglio davvero moltissimissimo leggere Skynepia! Ho bisogno di questa roba! Vuoi 10 euro? Eccoli! Non me ne frega nulla della Puglia corrotta di Lagioia, non fa parte del mio mondo (gli npc si…). So benissimo che conosci Stein’s Gate. E sai benissimo che è un continuo riferimento alla cultura dei manga e degli anime o dei geek moderni. Sai anche benissimo che, in numero di copie, ha venduto più di questo famoso Missiroli di cui si parla. Hanno sorriso e pianto e seguito e commentato di più un’opera “tecnica” di una generalista. Se riesci a rendere la trama davvero permeante, allora si, la gente va a chiedersi cosa sia quel termine, se lo cerca da sola, si pone dubbi, comunica l’una con l’altra le sue scoperte.

    1. Adesso mi sento un po’ in colpa di non averlo finito :’) vorrà dire che mi ci rimetterò appena posso! Sì, conosco Steins Gate, ma non l’ho ancora visto. Però sono una divoratrice di creepypasta legate al mondo dei videogiochi, e quello mi è bastato. Ogni libro si rivolge a una nicchia? Sì, penso di sì.
      Hai detto una cosa interessante e la approvo: se la storia prende a livello “poetico” sarà lo stesso lettore a cercare i termini che non capisce. Gli anime vengono seguiti come il pane, e questo, entro certi limiti, dovrebbe far pensare chiunque voglia creare storie.

  3. Io sono per i termini tecnici, ma con moderazione. Se l’ambito in cui la storia è circoscritta è molto preciso, è giusto usare una terminologia esatta, perché è ciò che i lettori si aspettano e le dà verosimiglianza. Usare termini generici fa sembrare l’autore poco competente e approssimativo. Però non sono per l’esagerare o diventa una sorta di ostentazione fastidiosa.
    Comunque, si può sempre usare l’espediente del personaggio-novellino per spiegare alcune cose.

    1. Nel mio caso il personaggio non può che essere un veterano del campo 🙂 però l’espediente del novellino viene usato spesso e funziona. Per stavolta vada il linguaggio specifico. Tutte le altre storie che ho scritto sono molto più comprensibili.

  4. Io la vedo così: se servono, vanno usati e basta. E poi io sono un grande amatore delle note a pie’ di pagina 🙂
    Console e joystick ormai li conoscono tutti. La sprite mi piaceva da ragazzo, prima di conoscere la birra.
    Puoi anche inserire una legenda, in alcuni romanzi di mare c’è, come per esempio, se non ricordo male, in quelli di Patrick O’Brian.

    1. E allora andremo di note (o di legenda). Oddio, forse se fai leggere “joystick” a un sessantenne forse non capisce! (Lo sprite è una figuretta bidimensionale che viene usata per raffigurare i personaggi soprattutto nei videogiochi 2D 🙂 )

  5. Questione delicata, che non sempre ha una soluzione. I termini tecnici, se solo non sembrano del tutto ostrogoti, aggiungono fascino alla storia. Toglili, e tutto si appiattisce. Ma allora dobbiamo domandarci cosa sia ostrogoto e cosa no, e scivoliamo nel soggettivo. Non rinuncerei ai termini tecnici dove il contesto li richiede, perché lo trovo troppo penalizzante per il risultato, ma sicuramente sceglierei storie che risultino comunque comprensibili, come per me è stata Moby Dick. Conoscevo la vela di trinchetto? Macché. Solo che non saperlo non mi ha disturbata. Nel caso del tuo racconto ambientato nel mondo dei videogames, non lo avrei scritto affatto, a meno che non avessi avuto in mente una destinazione ad hoc. 🙂

    1. E’ una di quelle questioni in cui si deve tentare la fortuna. Trasportare su carta il mondo dei videogiochi è una sfida perchè sono due supporti del tutto diversi, rendere bene l’atmosfera è difficile. Poi a chi sarebbe indirizzato un racconto del genere? Ai lettori “normali” probabilmente no. Ai gamer probabilmente nemmeno. Però mi è uscito x)

  6. Un bel problema. Non sono molti i libri letti che fanno uso di termini tecnici (a parte… Moby Dick). Di solito cerco le note a piè pagina ma sono talmente poche le letture di questo genere che nemmeno ricordo se e quando è capitato. Credo che si debbano usare con moderazione perché esiste il rischio di interrompere la narrazione.

    1. Sì, il rischio di buttare il libro dalla finestra c’è sempre. Forse è valido quello che ha detto Gas sopra: se la storia prende il lettore, e i vocaboli non sono uno scoglio eccessivo, prima o poi sarà il lettore a voler imparare parole nuove.

  7. (Non c’entra niente, ma ho ritrovato il mio vecchio account su WordPress. Wow. XD)

    Come in quasi tutte le cose, penso che la verità stia nel mezzo: se si vuole scrivere per un pubblico “commerciale”, ovvero per vendere tante copie, di sicuro aiuta di più un linguaggio semplice e comprensibile a tutti. È anche vero però che l’appiattimento della cultura non rende del tutto contenti i veri appassionati, che magari cercano proprio qualcosa di rivolto a loro, oltre al fatto che a un lettore comune generalmente non fa male imparare qualcosa.
    Io sono favorevole alla legenda alla fine del libro: è utilissima per chi non conosce un certo campo, e allo stesso tempo serve da ripasso per chi lo conosce. Tu ti chiedi, giustamente: “Ma chi non sa cos’è un npc come può essere coinvolto come chi lo sa?” Ecco, questa secondo me è una questione che va ben oltre il semplice vocabolario, e che riguarda semplicemente la soggettività del lettore: se tu ambientassi un romanzo in Giappone, per esempio, dovresti già dare per scontato che chi ci è stato coglierà delle cose in più e sarà coinvolto emotivamente. Gli altri dovranno farsi bastare i racconti e le informazioni trovate in giro (delle emozioni “artificiali”, se vogliamo, come quelle di chi legge la definizione di npc senza conoscere i videogiochi). Ma questo discorso si può espandere praticamente a tutto: il racconto di un pilota di aerei coinvolgerà di più chi ha volato su un aereo, una storia d’amore a distanza coinvolgerà di più chi ne ha vissuta una, le avventure un universitario coinvolgeranno di più chi ha frequentato l’università… come ti è stato già detto sopra, ogni romanzo ha il suo target, anche se poi la bravura di uno scrittore sta nel renderlo in larga parte comprensibile anche a chi non conosce certi campi.
    Nel mio romanzo, per dire, io ho avuto in parte un problema simile: avendo scritto un fantasy con varie componenti umoristiche/parodistiche, ci sono tantissime battute che possono essere comprese solo da chi conosce il mondo fantasy o degli anime. Ma questo non mi ha impedito di avere una proposta di pubblicazione da due editori free, che non penso proprio siano otaku. 😛 Semplicemente, nonostante ci siano tante battute, queste non influenzano in modo decisivo la trama, oppure sono impostate in un modo per cui sembrano generiche “cose divertenti”, anche per chi non coglie l’allusione. Questo è il mio metodo di lavoro, anche per eventuali termini tecnici: cerco di dosarli bene, solo quelli che servono davvero, e di non rendere mai la lettura del tutto incomprensibile a chi non è esperto.

    P.S. Qualcuno ha citato Steins;Gate, che casca a pennello visto che proprio ultimamente sto giocando la visual novel (in inglese, purtroppo il giapponese è fuori dalle mie competenze XD). Ecco, quello secondo me è il perfetto esempio di come il vocabolario possa essere utile per avere una comprensione almeno generica del contesto e delle battute. Io conosco in parte il mondo otaku, per cui diciamo che sono un po’ facilitata se leggo termini come “tsundere”, ma tante parole non avevo la più pallida idea di cosa fossero; questo non significa che avrei voluto più semplificazione, ma esattamente il contrario: se si è interessati a leggere/giocare qualcosa, forse è anche perché si vuole imparare qualcosa di nuovo. Anche questo non è da sottovalutare. 🙂

    1. Sì, sono d’accordo. Il problema dei vocaboli non è mai solo un problema di vocaboli, ma di esperienze condivise. E per “esperienze di nicchia” non possono che esserci parole di nicchia. Sono anche d’accordo che sia il coinvolgimento del lettore a fare la differenza, il lettore può fare del suo meglio per declinare una esperienza particolare in un tema universale, ma sta al lettore capire l’analogia e accettare di “scendere” in un mondo che non conosce. Con l’umorismo è particolarmente difficile, perchè è un ambito fortemente legato al contesto in cui si vive, per cui complimenti se ci sei riuscita 🙂

  8. Io penso che sia giusto utilizzare i termini tecnici (e se si aggiunge una legenda dove viene spiegato il significato di quelle parole, ben venga). Sarà perché io comunque se non conosco bene una cosa vado sul momento a informarmi, però se si utilizzano i termini generici si perde gran parte della narrazione.
    Ovviamente non bisogna esagerare con l’utilizzo di parole tecniche.

  9. Chi sa davvero di cosa si parla non ha bisogno di termini troppo tecnici e tecnicismi, chi sa davvero come si scrivono le cose di cui parla le spiega a prescindere di vocaboli da esperto. Che sia un’indagine di polizia, un duello alla spada, una regata velica, se sai e ti sei documentato, il resto viene da sé. E’ la salsedine che fa il mare, non l’h2o con sali disciolti e vento da ponente!
    Sono i calli su indice e incavo del pollice che fanno sparatoria, non la colt automatica calibro .45 modello 1911.

    1. Sarei d’accordo se si parlasse di termini tecnici sparati tanti per fare figo, che non aggiungono niente alla comprensione della storia (anzi complicano tutto) ma torniamo all’esempio della pistola: se fosse necessario per il lettore sapere che si tratta di un modello 1911 perché, poniamo, il numero 1911 é la chiave per risolvere l’indovinello lasciato dal killer?

      1. In quel caso però sarebbe un indizio e non un dettaglio tecnico ed avrebbe lo stesso valore del numero di una stanza di albergo, composto dal piano e dal progressivo nel corridoio, con tanto di numeri dispari per le stanze rivolte verso il fiume e pari per quelle verso le montagne.

    2. questo argomento mi tocca particolarmente perché scrivo molto di tecnologia. È molto vero che chi parla di cose tecniche, essendo un esperto, sa bene come trattare la cosa senza esasperare i tecnicismi, ma molto spesso la sostanza del discorso si nasconde proprio nei dettagli. E non è solo il modello di una pistola, ma l’aspetto sistemico che entra in gioco, i piccoli universi che si creano, ma ancora di più il fatto che la tecnologia possa diventare essa stessa protagonista della storia, produrre senso. Ci sono ormai tantissimi dispositivi che pervadono in maniera intima le nostre vite e sono convinto che ci possa essere per loro un futuro molto diverso in letteratura da come l’abbiamo immaginato sino ad oggi. Senza cominciare il discorso sull’intelligenza artificiale che con gli ultimi avanzamenti sconvolgerà totalmente la nostra civiltà. Ma questo è un discorso troppo lungo per questo post!

      1. Penso valga per le armi, come per la magia, la psichiatria, la botanica. Sicuramente cose nuove aprono scenari nuovi; anche se qualche strada i vari scrittori di fantascienza l’hanno già percorsa, gli oggetti tecnologici di uso quotidiano, possono dare spunti e\o creare nuovi percorsi per la trama. Però forse (e qui chiamo in campo Francesca che ha creato l’articolo) la sua domanda era più ampia, lei per tecnicismo intendeva tutto, da come si cattura una balena a come si governa una nave, a come si dà di scherma ecc. e comunque resta il problema: si può anche prevedere che nella trama si dia una buona descrizione dei paradossi del tempo basandosi sulle formule della relatività, ma questo renderà il tutto difficile da seguire? Noioso?

  10. Gianni è assolutamente corretto quello che dici. La tecnologia non esaurisce di certo ogni possibile tecnica. Il mio era infatti un esempio che poteva trarre in inganno. La mia affermazione più generale voleva essere: quelli che chiamiamo tecnicismi non necessariamente sono elementi accessori di una storia, altrimenti ricadiamo nella diatriba della letteratura di genere. Credo che dobbiamo affermare che i tecnicismi possono (non necessariamente devono) essere la sostanza della storia.

    1. Mi piace molto questo vostro scambio di battute 🙂 rispondo all’ultimo commento che ho trovato.
      Per me il discorso è semplice: se una parola esiste é perché le persone la usano, la ricordano, hanno bisogno di lei perché é insostituibile (come ho già detto il sinonimo non esiste, é pura convenzione). La letteratura parla di uomini e quindi secondo me non può esserne bandita nessuna parola, nessun frammento umano. Per ogni parola c’è un posto giusto, la scelta difficile spetta allo scrittore. Nella maggior parte dei casi vale la pena scrivere ‘mucca’ piuttosto che il suo nome scientifico, però penso proprio che il mio racconto senza termini tecnici sarebbe brutto, confuso e mortalmente noioso.

  11. Io sono per il partito di chiamare le cose con il loro nome. Il linguaggio tecnico è indispensabile in alcuni contesti (ad esempio, nel mio racconto ho inserito una parte che riguarda la pirateria e per forza di cose ho dovuto utilizzare termini tecnici sulla navigazione ecc) Ma, credo, bisogna usarlo con attenzione, senza cadere nello sfoggio di capacità. Se il testo ci impone di inserire un termine tecnico che al lettore non specializzato può risultare oscuro, non dobbiamo avere paura di non essere compresi, magari potrebbe essere utile spiegarlo con una nota, tuttavia se si può sostituire al termine “troppo” astruso una minima perifrasi, perché no? Da lettrice, il linguaggio tecnico non mi disturba affatto, anzi, spesso trovo che arricchisca la narrazione (senza contare che quando leggo un buon libro mi piace che mi rimanga qualcosa, mi piace imparare.)
    Per quanto riguarda i termini tecnici dell’ambito “videogames”, se posso permettermi di darti un consiglio, penso tu li possa usare senza paura. Non sono termini che solo un programmatore può comprendere. Oggigiorno, un gergo del genere è accessibile a molte più persone rispetto a qualche anno fa.( Ti parlo da giocatrice incallita) Non esiste più quella differenza tra “gamer sfigato” e “bulli che lo prendono in giro”, lo dimostra la proliferazione di canali Youtube in ambito videoludico gestiti da persone che non hanno nemmeno tutta questa conoscenza alle spalle o una libreria di videogiochi di un certo livello… Anche in questo caso si potrebbe utilizzare la perifrasi per i termini più astrusi, se però il joystick si chiama così, chiamiamolo così! è inutile scrivere “una periferica che trasforma i movimenti di una leva manovrata dall’utente in una serie di segnali elettrici e blablabla”. Termini come mana, hp, dmg, quest, pvp, pve ecc sono largamente utilizzabili, cose un po’ più specifiche tipo mmorp, o altre sigle eccessivamente lunghe, trovo inutile inserirle quando si possono sintetizzare nel generico “gioco di ruolo”.

    1. Penso che in fondo tu abbia ragione. Mi sono sentito un po’ in colpa al pensiero di tagliare fuori tutti, diciamo, gli over 50 da un racconto infarcito di termini videoludici, ma forse è solo una cosa da accettare. Accettare che le cose vadano chiamate col proprio nome e che spesso questo porterà all’esclusione, o se non altro metterà un po’ alla prova, tutta una potenziale fetta di pubblico che con quell’ambito ha poco in comune. Per il resto, ovviamente, se si può sostituire una parola complicata con una semplice senza perdere nulla, allora dev’essere fatto, però a volte non è possibile e va bene così, al massimo chi avrà voglia leggerà con il dizionario sotto braccio 🙂

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