Ignoriamo 5 consigli di scrittura, con Moby Dick

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Moby-Dick: Cetology by AmbrMerlinus (schifezzato da me)

Durante la lettura di Moby dick, a volte difficile, a volte gratificante, ho notato qualcosa che mi ha molto divertito: Melville ha ignorato completamente alcuni dei più famosi e validi consigli di scrittura, che spesso vengono considerati sacrosanti. E nonostante questo, è riuscito a scrivere un classico.

Vediamo quindi che norme ha violato questo pirata della letteratura:

1. Attieniti alla persona che hai scelto.

In questo articolo ho catalogato come errore la convivenza di prima e terza persona, senza spiegazioni, nello stesso romanzo. Se una prima persona si allarga all’onniscienza di una terza con la progressione del romanzo, in genere, questo viene considerato un errore. Ma Melville se ne frega.

2. Le opinioni personali dell’autore non sono richieste. Bisogna semplicemente dispiegare la scena davanti agli occhi del lettore.

Con Moby Dick è difficile tracciare una netta divisione tra l’autore e la voce narrante (Ismael) ma poichè, come ho detto, la prima persona spesso si dissolve in favore di una terza onnisciente, stento a credere che Ismael e Melville la pensino in modo diverso. E Ismael, se ha un’opinione, te la dice. Stai tranquillo che te la dice.

3. I personaggi devono fare, non parlare o pensare. Cugino del precedente. Potremmo metterci a discutere del fatto che parlare e pensare siano comunque azioni, ma adesso l’argomento è diverso.

I personaggi di Moby Dick agiscono soprattutto durante la pesca, la lavorazione della balena e l’incontro con altre navi, ma (per forza di cose, credo) non possono mettere in pratica su una baleniera tutte le proprie elucubrazioni. E quindi conversano, raccontano e pensano tantissimo, un po’ come personaggi di una tragedia greca. In fondo Moby Dick si alimenta a piene mani del Vecchio Testamento, nato a due isolati di distanza dalla tragedia greca.

4. I personaggi ben fatti sono tridimensionali.

Ma Melville se ne frega. Achab è un diavolo e un dannato nello stesso corpo. Starbuck è pieno di buon senso e timore di Dio. Stubb è allegro e prosaico. Queequag è coraggioso, strambo e saggio. E via così. Non hanno una grande tridimensionalità se presi singolarmente, eppure funzionano senza sbavature. Bisogna cambiare prospettiva per capire che la nave, il Pequod, è il vero personaggio tridimensionale.

5. Niente divagazioni e niente infodump. Tutte le informazioni che servono al lettore per capire la storia devono essere infilate nel corpo della narrazione, e bisogna eliminare tutte le scene che non sono strettamente necessarie.

Penso alla barbona di Melville scuotersi in risate convulse ogni volta che ignora questo consiglio. Penso ai numerosi capitoli tecnici dedicati alla struttura della balena, della baleniera, delle lance (le barche usate durante la caccia) e alla lavorazione della balena. Dopo aver letto Moby Dick potete praticamente imbarcarvi anche voi.

E’ difficile applicare questo consiglio a Moby Dick, perchè da un lato tutti i capitoli sono necessari, dall’altro quasi nessuno, eppure togliendoli non esisterebbe più il romanzo!

6. Tutto alla fine deve avere una spiegazione. Anche in un universo fantastico, al lettore piace vedere fili che si intrecciano e regole che rendono coerente e consequenziale il mondo narrato.

Moby Dick si svolge in un universo deterministico, pervaso di segni e presagi di una volontà superiore e della disfatta incombente. Gran parte degli avvenimenti semplicemente accade, accade in modo misterioso. La regola per cui tutto deve avere una spiegazione fa parte di un altro modo di vedere la narrativa (e il mondo), una mentalità scientifica, occidentale, moderna. Ma prima parlavamo di Vecchio Testamento e tragedia greca. Capite bene che siamo su altri lidi.

Bisogna comunque ricordare che Moby Dick è stato pubblicato nel 1851.

I lettori che perdonano a Moby Dick la sua pesantezza e prolissità, per accedere alla profondità e alla quantità di sano intrattenimento che può offrire, lo fanno perchè sanno che è stato scritto nell’800; ma non sarebbero altrettanto accondiscendenti con un autore vivente che, magari, vuole fare il pittoresco.

Il paradosso è che questo romanzo non è stato compreso dai suoi contemporanei, catalogato come un semplice romanzone d’appendice. Si è guadagnato lo status di classico proprio nel corso del ‘900, cioè l’epoca in cui sono nati i consigli e trend di scrittura che lo contraddicono.

Quindi probabilmente noi facciamo bene ad ascoltare i consigli di scrittura che Melville ha ignorato (perchè all’epoca non esistevano), ma fa sempre bene ricordarsi che i consigli non sono dogmi e chissà, con questa idea in mente si potrebbe anche scrivere un futuro classico.

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26 pensieri su “Ignoriamo 5 consigli di scrittura, con Moby Dick

  1. Credo che i classici abbondino di esempi in cui l’autore se ne frega di certe regole.
    Io comunque ho abbandonato la lettura di Moby Dick a pagina 50. In futuro, lontano credo, proverò a rileggerlo.

  2. io penso che le prime cinque regole, presumibilmente infrante da Melville, siano di invenzione post-moderna, eccetto la prima che è valida anche per l’epoca attuale, in quanto ci sono infatti molti romanzi che passano dalla prima alla terza persona, anche moderni. Mi vengono in mente Charlotte Link e l’ultimo romando di D’Avenia. I classici sono tendenzialmente più prolissi e statici, mentre i romanzi contemporanei si sono adattati alla frenesia della vita quotidiana cambiando notevolmente i propri connotati.
    Il punto 6, invece, è imprescindibile. Ha proprio a che fare con la mia percezione della qualità di un romanzo.

    1. Mi è anche capitato di apprezzare romanzi “senza molto senso logico”, come i romanzi gotici di primo ‘800, Alice nel Paese delle Meraviglie, o quelli di Neil Gaiman. Penso che violare un consiglio per inesperienza e farlo con cognizione di causa diano risultati molto diversi 🙂

  3. Io penso (o voglio sperare) che Moby Dick se la caverebbe alla grande anche se scritto oggi.
    Il bello della scrittura è che tutte le regole sono “frangibili” possono e devono essere infrante. Con la scrittura tutto si può fare, a patto di esserne capaci.

    1. E’ possibile che qualcuno da qualche parte oggi stia scrivendo un “parente” di Moby Dick, ma temo che sarebbe poco fortunato oggi, a causa delle regole del mercato editoriale, così come lo è stato all’epoca 😦

  4. Anche Dostoevskij nel romanzo “I Demoni” sembra scrivere in prima persona ma poi ci sono interi capitoli dove c’è la terza. Ma quanti se ne accorgono? E poi: le regole cerchiamo di capirle (e carpirle) noi che proviamo a scrivere, mentre il lettore bada al risultato. “Il conte di Montecristo”: piattissimi personaggi, ma quello è un classico, intanto.
    “Impara le regole, e poi mettile da parte”: ecco la vera regola da seguire 🙂

    1. Lo sbalzo dalla prima alla terza persona non mi ha dato per niente fastidio, come lettore ero ignara e soddisfatta, ho dovuto setacciare il testo con gli occhi dello scrittore per trovare quello che ho trovato. “Impara le regole, e poi mettile da parte”, sì, sono d’accordo.

  5. Le regole sono un limite che serve a contenere l’eccesso iniziale. “Ehi, scrivo un mervaiglioso libro con trecento personaggi, di cui uno è Goku, che si picchiano per 2000 pagine. Spiego tutte le tecniche, poi c’è un mistero misterioso e chissà…”. Con le regole voli basso e tenti di diventare maestro in quel tipico eccesso un poco alla volta.

    Ad esempio… cosa sarebbe mai il Signore degli Anelli cosa senza infodump? https://www.youtube.com/watch?v=41bkUoo9CIM

    1. Il libro di Dragonball, insomma, se ne sente la necessità, ammettiamolo. Sì, le regole di scrittura servono per la scrematura iniziale, per allontanare chi non si applica e/o non è intelligente. Gli altri imparano per gradi a fare un po’ quello che pare a loro.
      Oltre a Gimli che spaca botilia amaza familia ho sentito anche che Gandalf avrebbe potuto buttare l’anello nel monte Fato grazie alle aquile e via. Il senso narrativo è morto 😄

      1. (e come ci arrivavano le aquile a Mordor quando Sauron è ancora vivo? Ce la fanno solo dopo, a torre caduta, prima è pieno di mostri volanti)

  6. Più piacevole sì, nella misura in cui un romanzo (un testo in genere, verbale o no) assolva la stessa funzione di una fiction. Ma ritorniamo sempre allo stesso discorso: stiamo parlando di un prodotto d’intrattenimento destinato a essere confezionato e venduto; nulla di male, per carità, ma guardando le regole, così, a spanne, verrebbero esclusi Omero, Dante, Manzoni; Svevo e Joyce verrebbero cacciati a calci nel sedere etc. etc.
    So che questo è un discorso preso troppo “alla lontana”, aborrrrrrito dal punto di vista contemporaneo (basta con ‘sto postmoderno!), secondo il quale dobbiamo tutti sguazzare nella mediocrità, pena la messa in ridicolo però…concedimi questo sfogo (contro le regole, mica contro di te😄).
    Per quel che riguarda il discorso sugli esordienti, credo che si tratti di talento innato, tenacia, vicissitudini è fortuna. La storia della letteratura è piena di esordienti falliti (tra cui il sottoscritto) ed esordienti che sono poi divenuti celebri. E non è che Joyce abbia fatto cambiare parere alla Woolf scegliendo di attenersi alle cinque regole d’oro…
    Ammiro la dimensione fantastica dei tuoi testi. Ciao.

    1. Sì, ci sono tantissimi classici che violano a destra e a manca le cosiddette regole di scrittura creativa, ed è bene così, probabilmente è anche per quello che sono classici.
      Però penso che gli autori dei classici non fossero miracolati dalle Muse; avevano una visione chiara e indipendente di ciò che volevano dalla scrittura, e hanno seguito la propria strada con tenacia per migliorare ogni giorno, perchè non sono nati Joyce, Woolf, o Melville – lo sono diventati. (Poi chissà quanti bravissimi abbiamo dimenticato nel corso dei secoli – mi intristisce sempre pensarlo).
      Nel mio piccolo penso che i consigli di scrittura mi siano serviti più di una volta per supportare la mia visione, darle uno strumento in più. Tutte le volte che non mi sono stati utili li ho scartati. Insomma li considero un mezzo, non un fine.
      Grazie mille, per me è molto importante quando i miei testi vengono letti 🙂 spero che in futuro potrò postarne degli altri.
      P.S. “postmoderno” è un termine tecnico, non un modo figo per chiamare i tempi contemporanei 😄 anche se spesso viene usato ad minchiam.

    1. Perché dal ’79 in poi, fidati, è diventato solo un modo figo, da parte di filosofi e letterati, per chiamare i tempi contemporanei. Ma ormai stiamo andando fuori tema…

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