Dubbio ed emozione sono il cuore della scrittura

right-brain-left-brain-ss-1920-792x600 lo Gli articoli “Raccontare è dimostrare” di Anima di Carta, e “Un’idea non fa una storia” o “Perchè pianificare un romanzo” di Penna Blu, e tanti altri commenti incrociati e scritti su altri blog, mi hanno dato da pensare.

Da qualche decennio, parlare di buona scrittura significa soprattutto parlare della sua componente razionale: la progettazione preliminare, la coerenza interna del romanzo. E poi le teorie degli studiosi, i tre o quattro archi, gli archetipi, e molte altre teorie.
Ci si prende spesso gioco dello scrittore immaturo, che aspetta l’ispirazione e vomita pagine e pagine che il giorno dopo gli sembreranno orribili.

La componente razionale è necessaria nella scrittura, soprattutto nei romanzi: se è assente, il complesso non sta in piedi. Ma la razionalità non è il bello, non è il cuore della scrittura. Non è lei che ti spinge a scrivere, non è lei che ti spinge a leggere. Trovo che l’importanza e la responsabilità dell’aspetto razionale siano spesso sopravvalutate a discapito di quello che dovrebbe importarci di più: le emozioni.

Le emozioni sono il senso della scrittura

Sembra un’ovvietà, ma forse è necessario ripeterla. Al lettore può interessare un’architettura narrativa ben oliata, una perfetta serie di coincidenze e tutto ciò che mostri bravura nel concatenare gli eventi… ma solo a una condizione.
Se quell’unica condizione non viene soddisfatta, per quanto mi riguarda, quel romanzo o racconto è un fallimento.
La nostra storia deve suscitare emozioni, il più possibile intense.
Quello è l’unico vero motivo che distingue un prodotto editoriale valido da uno mediocre. Il lettore cerca emozioni. Ci sono vari tipi di lettori, e ci sono vari modi per suscitare emozione, anche metodi beceri.
Per me, però, la vera emozione si ottiene in un modo solo: lasciando la storia libera di andare dove deve.

Quando la progettazione è nemica della scrittura

Con me il metodo della progettazione preliminare non ha funzionato. Alla fine ho preferito mettere in campo tutti gli elementi che avevo, e lasciarli andare per la loro strada. Non sapevo cosa avrebbe deciso quel personaggio, o cosa avrebbe trovato in quel punto. Ho semplicemente lasciato che le cose “si raccontassero” davanti ai miei occhi.

Questo mi ha dato diversi vantaggi:

  • ho scoperto ciò che volevo davvero raccontare. Se avessi progettato la storia prima di scriverla, non avrei mai scavato altrettanto in profondità, non avrei mai trovato quello che mi preme davvero.

  • non ho considerato alcuna buona lezione da impartire, alcuna teoria da dimostrare. Ci sono solo i personaggi con i loro desideri e paure, che si scontrano con il mondo e le sue regole.
    Questo per alcuni è un difetto, ma per me è un tratto necessario della buona scrittura. Non sto scrivendo un saggio, ma una storia. Suscitare emozioni, secondo me, non significa dimostrare un’idea, anzi tutt’altro: puntare il dito contro le “maglie rotte nella rete” [cit.] dell’idea che prendiamo in considerazione.

Rappresentare le contraddizioni della vita è un metodo efficace per suscitare emozioni vere. Come si possa amare e odiare qualcuno allo stesso tempo; come il pregiudizio o le abitudini possano impedire a una persona buona di empatizzare col prossimo; come la brutalità e la delicatezza possano convivere nello stesso cuore. Questo meccanismo funziona proprio perché non esiste una risposta giusta, non esiste una soluzione: il lettore è abbandonato da solo nel suo mare di emozioni. Un po’ come accade nella vita, insomma.

  • poiché di volta in volta non sapevo cosa sarebbe accaduto, ho vissuto la scrittura con emozione autentica. Sono andata nel panico, mi sono innamorata e disperata fianco a fianco con i miei personaggi. Non esistono modi “gratis” per emozionare davvero i lettori: bisogna provare quelle emozioni in prima persona, mentre le si scrive. Se avessi progettato prima ogni cosa, avrei avuto con la storia un rapporto più artificioso ed emozioni più filtrate, meno autentiche. Una cosa è pensare “qui il personaggio è spaventato, quindi devo rappresentarlo così e cosà e ricordare come mi sento io quando sono spaventato”; un’altra è essere quel personaggio, e spaventarsi davvero.

Ma così non riempi la trama di incoerenze?

Lasciatemi dire una cosa:

non abbiate paura dell’incoerenza, perchè secondo me è il più lieve dei nostri problemi. E’ come lo sporco sul grembiule di un cuoco che sta lavorando. Se la vostra storia si imbizzarrisce, è solo un bene! Vuol dire che è viva, ha uno spirito proprio.

L’incoerenza si può correggere con un po’ di pazienza e di lavoro. Lo so, creare un esoscheletro per la storia che avete già scritto è un lavoro lungo e faticoso, e molti di vi penseranno “perchè sprecare in questo modo le mie energie, quando avrei potuto progettare all’inizio ogni cosa, con la metà dello sforzo?”

Perchè la vera fatica sprecata è una storia nata morta. Una storia che funziona perfettamente, coerente in ogni sua parte, ma suscita emozioni tiepide e passeggere perchè il proprio autore le ha vissute alla lontana. Quello è l’unico vero problema. Se fossi costretta a scegliere (e un romanzo ben fatto non ti porta a scegliere), preferirei comunque una storia talmente emozionante che delle incoerenze non mi importa niente, o sul momento nemmeno mi accorgo.

Non tutte le incoerenze sono uguali

Ci sono quelle suscitate da confusione o inesperienza. E poi ce ne sono altre.
Se un personaggio arriva a violare le regole della logica per fare quello che desidera, a volte significa che sta cercando di mostrarvi qualcosa di davvero importante. 

Esempio: A e B si incontrano in un punto, a una determinata ora. Tuttavia non è possibile perché, che ne so, entrambi sono a piedi, e A è partito 3 ore dopo B.

Come comportarsi in questo caso? Semplice. Se l’incontro tra A e B è una musica, è una armonia di sentimenti, se senti un brivido sulla schiena quando lo scrivi… allora tienilo. Potrai sempre modificare le circostanze pratiche dell’evento in futuro, per renderlo plausibile, oppure cancellare tutto. Ma quando incontri un’emozione, incontri un diamante; non buttarlo con leggerezza.

In sintesi

  • Più che su una teoria, per me le storie dovrebbero essere costruite su una domanda.

  • Spesso non sappiamo quello che vogliamo raccontare, perché le cose importanti sono seppellite in profondità. Se la pianificazione bastasse a scoprirle, non avremmo bisogno di scrivere storie.

  • L’emozione è l’ingrediente più prezioso. La razionalità e la coerenza dovrebbero essere subordinate all’emozione, per valorizzarla al meglio; altrimenti sono inutili o controproducenti.

Una tendenza… interessata

Come ho detto a Francesca nei commenti a questo articolo, penso che la tendenza a valutare la componente razionale sopra quella demonica della scrittura abbia come origine il profitto.

Manuali, blog, corsi, intere scuole… la scrittura è diventata una fonte di guadagno, e non solo: sono nati anche i guru del campo, le autorità, i grandi nomi che ti dicono come si deve scrivere e, anche quando non guadagnano soldi, guadagnano autorità.

A tutto questo sistema serve propugnare l’idea che tutti, con dei buoni strumenti, possano scrivere capolavori.

Io ho un’opinione del tutto diversa, anche se non fa vendere e non accresce la mia autorità:

  1. Nella scrittura non esistono regole inviolabili. Le mie opinioni sono solo opinioni, anche quelle che seguono, le opinioni altrui rimangono opinioni, anche quando sono pubblicate dalla Feltrinelli. Tutto si può mettere in discussione.

  2. La tecnica non può sostituire la necessità. La necessità impellente, come quando devi vomitare. Un vero scrittore scrive perché, se non lo fa, sta male. Ha qualcosa da comunicare, assolutamente, ma nessun altro mezzo serve allo scopo, e quindi è costretto a scrivere.

Razionalità e disciplina sono due cose diverse

Si sono diffusi due binomi che, secondo me, snaturano la scrittura dall’interno.

Razionalità = disciplina

Irrazionalità = mancanza di serietà

Siamo diventati tutti fabbricatori di mattoni, che seguono il manuale e sfornano il prodotto finito. Quello che nessuno ha voglia di dire, è che prima di tutto bisogna trovare un modo disciplinato e maturo per trattare il proprio inconscio, la propria parte irrazionale, le proprie zone d’ombra, come volete chiamare quel buco nero che portiamo tutti dentro. Arrivare a capire per istinto se una parola, una frase, un capitolo, un personaggio, una trama vadano bene oppure no. Se corrispondano a quello che vogliamo comunicare, oppure no. Se stiamo posando davanti al lettore, o se siamo sinceri. Detto in soldoni, è un percorso di autodisciplina artigianale e insieme psicologica, spirituale quasi, dove nessun maestro ti può aiutare, così nessuno ha interesse a toccare l’argomento – ma è questa la prima vera autodisciplina di cui uno scrittore, secondo me, ha bisogno.

Un’esperienza personale: la scrittura come attività medianica

Questo ho scritto, in un commento a “Per scrivere romanzi ci vuole disciplina” di Marco Freccero.

Non creo storie: cerco, con i miei mezzi limitati, di rendere giustizia alle cose fantastiche che vedo, ai mondi fantastici in cui vengo invitata. Non ho potere sulle mie storie, loro hanno potere su di me. Se le tradisco, se le subordino ai miei schemi ed opinioni, esse mi abbandonano, mi tolgono la capacità di narrare. Non mi metto alla scrivania con l’idea di scrivere una bella storia fatta così e così; vengo svegliata nel cuore della notte da due personaggi che si conoscono, litigano o amoreggiano, e mi trascino alla scrivania con la speranza che, dopo aver dato loro voce, potrò dormire ancora. Quando ho per bocca qualcosa che non è una paura, non è una speranza, è una tensione senza rotta, come un singhiozzo, allora devo scrivere, per il mio bene.

A volte penso a tutti quelli che scrivono per hobby e mi chiedo: sono pazzi? Chi glielo fa fare? Perchè si imbarcano in queste fatiche se starebbero bene anche senza? Perchè sprecano così la pace che io non ho? Ditemelo voi, se li avete capiti e ne sapete più di me.

Se ricalco a pennello la macchietta dell’esordiente auto-proclamato Vate che insegue le Muse per non seguire il buon senso, poco male, ho detto la verità e ho fatto, almeno credo, una dichiarazione di sudditanza: le storie che scrivo vengono ben prima del mio ego.

Quanto conta la pianificazione nelle vostre storie? Scrivere di getto vi aiuta o vi crea problemi? Pensate che in alcuni generi (come il giallo) le emozioni contino di meno?

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29 pensieri su “Dubbio ed emozione sono il cuore della scrittura

  1. Personalmente ritengo che una commistione di razionale e irrazionale, di disciplina e di libertà sia necessaria per una buona opera.
    Diversamente da quando ero più giovane e avevo da poco iniziato a scrivere lasciandomi trasportare naturalmente dagli eventi delle mie storie senza o quasi alcuna progettazione, negli ultimi anni, scrivendo ancor di più lavori piuttosto complessi, ho imparato che una buona scaletta, uno schema intessuti e modificati durante la prima stesura dell’opera possono veramente aiutare lo scrittore a rendere migliore e pregno di emozioni il racconto perché coesistono una pars rigida, da seguire, che ti segna la traccia verso la destinazione, e una pars flaccida, più slegata che ti permette di riversare te stesso e ciò che hai in mente nella narrazione, senza troppe prevaricazioni.
    Detto questo, ognuno ha il proprio metodo e il mio è solo legato alla mia personale esperienza.

    1. Sono d’accordo. Ci vuole una buona commistione di entrambe le cose, è impossibile rinunciare a una delle due. Anche io da ragazzina scrivevo senza tenere conto di molte cose, perchè scrivevo essenzialmente per il mio divertimento… poi la cosa si è fatta seria. Penso che sia solo necessario trovare il proprio equilibrio e il giusto metodo per miscelare mente e pancia.

      1. Esattamente. Poi comunque il divertimento viene da sé. E ci saranno sempre pezzi che scrivi di una storia che sono più noiosi e magari banali, che non ti convincono appieno e altri che, al contrario, ti piacciono molto e ti danno quella soddisfazione che ti fa proseguire la narrazione.
        Giusto mescere vino schietto e acqua, pancia e mente, per discutere e ragionare ugualmente bene.

  2. Concordo sul fatto che le storie non si creano: io le vedo come dei reperti archeologici. E siccome non voglio rischiare di rovinare tutto, occorre prima un po’ di preparazione. La disciplina la vedo come il “sistema” che mi devo imporre per non finire col calpestare e rompere tutto. L’entusiasmo fa danni. Non mi sono mai svegliato di notte perché il personaggio chiede udienza: però mi sono svegliato e invece di riprendere a dormire ho pensato che quella scena così e così dovrebbe essere cosà e cosà.
    I gialli e le emozioni: io amo Simenon. Mi emoziona? Non ci ho mai pensato. Mi piace la sua scrittura, la pulizia delle sue frasi (d’accordo: del traduttore). Immagino che il suo fine sia sempre stato di creare un mondo credibile, dove il lettore possa muoversi coi personaggi. Però se per emozione intendi lo stupore di trovarsi davanti a una specie di rivelazione: direi di no. Quella specie di rivelazione la trovo con Dostoevskij, Simenon nei gialli (il romanziere è un’altra faccenda), non mi emoziona. Mi piace, lo rileggerei mille volte. Ma nient’altro.

    1. La scrittura come archeologia; è una bella metafora. Non ho mai letto la Woolf come scrittrice, ma so che pensava qualcosa di simile (parlava di “caverne dentro ai personaggi”).
      Vorrei cominciare a leggere Simenon, ma probabilmente non i gialli. Come genere non mi attira, e non l’ho mai letto, quindi è probabile che mi sfugga un tassello della questione.

  3. Ben scritto e come sempre… Ci metterò un po’ per risponderti! Diciamo che in linea di massima non pianifico a tavolino molto, ma “percorro” quello che devono vedere i personaggi poco prima che passino loro, so grossomodo come finirà la storia e poi li libero.
    Se mi riesce o no boh… Questo non lo so davvero! 😉
    Buonanotte!

    1. Grazie 😀
      La pianificazione è usata da tanti, e per tanti funziona. Su di me non ha funzionato, e così ho pensato: “dev’esserci qualcun altro per cui non funziona!”
      (Per una settimana non ho avuto internet, quindi mi prendo il “buonanotte” in ritardo :P)

      1. Ahahah! Un po’ di stacco fa comunque bene.
        Ora entro nella parte dello scrittore (che non sono, continuo a dire sono un ciarlatano) quello che ho scritto sino ad ora, è un insieme di storie concatenate, con luoghi che si ripetono nei tempi, perciò un po’ di pianificazione ci vuole, o meglio… Di descrizione dei luoghi e dei tempi. Il resto ci pensano i personaggi, se li hai bene caratterizzati, le azioni le fanno “loro”. Però ci sono 1000 metodi e tutti validi, l’importante è il risultato, soprattutto se congruente e senza buchi.

      2. Guarda, non me ne parlare: sto rischiando anche io di creare più storie concatenate nella stessa ambientazione. (“Rischiando” perchè io non lo volevo.. ma le storie arrivano da sè :P). Un casino. La struttura fissa ci vuole. Prima, dopo o nel mezzo, ma ci vuole. Magari in futuro scriverò un articolo su come ho fatto a “programmare dopo”…

      3. Certo, analisi e sviluppo a posteriori. In realtà mentre scrivi se ti agganci ad una struttura e non sei portata, rallenti e magari perdi la storia. Certo dopo è un po’ più difficile, o forse no?

      4. Si bè è vero, però ho anche notato che dopo puoi sempre modificare il prima… E farlo tornare! A meno che non si scriva su lastre di marmo, idee venute successivamente possono modificare l’inizio di un racconto o giustificare l’aggiunta di una sottotrama. Nel complesso, se non hai velleità di diventare il nuovo esordiente in classifica, è un processo che appaga.

      5. Per la verità dai, un po’ quella velleità ce l’ho 😛 però voglio prima di tutto scrivere un buon libro… e quindi potrebbe volerci un po’. E’ vero, non scriviamo sui muri, quindi tutto quello che produciamo può essere modificato fin quando non siamo soddisfatti.

  4. Avendo citato il mio post, sai già come la penso 🙂
    Credo che le emozioni si possano inserire nella storia tranquillamente, non c’entra nulla la pianificazione. Progettare una storia significa solo creare una struttura solida, poi scrivi quello che senti.

    1. Probabilmente per molti la programmazione funziona e ci sono autori più bravi di me a seguirla con naturalezza. Ognuno ha il suo metodo. Per me non ha funzionato, e così ho voluto scrivere “l’altra campana” 🙂 per tutti quelli che magari hanno bisogno di un altro metodo ma si ostinano a programmare perchè gira voce che “si debba”.

  5. Questo articolo è davvero interessante e mi ha dato molti spunti di riflessione. Tu approfondisci quella che per me è l’altra faccia della medaglia; solo che per me le due facce sono più complementari che in reale contraddizione. La pianificazione non diminuisce la mia emozione, quindi immagino non diminuisca nemmeno quella del lettore; forse invece è vero che lasciare andare la storia più libera può portare il viaggio a profondità maggiori. In questo caso però vogliamo fare coincidere la scrittura terapeutica con quella rivolta al lettore, cosa che è solo una possibilità, non un must. “Nella scrittura non esistono regole inviolabili”: verissimo. Esistono però meccanismi osservabili. “La tecnica non può sostituire la necessità”: per me la necessità è solo uno dei tanti modi di vivere la scrittura. Per me il vero scrittore non esiste, esistono persone che scrivono, a modo loro, con risultati diversi e sentimenti diversi. E’ vero che i due binomi razionalità/disciplina e irrazionalità/mancanza di serietà sono fuorvianti. Insomma, c’è un sacco di roba interessante su cui riflettere e di cui discutere. Mi resta l’impressione che spesso le nostre convinzioni siano un modo per dare una base teorica a ciò che siamo, volenti o nolenti. Cerchiamo di capire, teorizziamo, e il fatto stesso di teorizzare ci allontana dal punto.

    1. Grazie mille!
      Uhm. Mi dispiace di aver dato l’idea che pancia e testa per me siano in contraddizione, perchè penso come te che siano complementari; ho solo cercato di ridare spazio a quella delle due che mi sembra sminuita. Probabilmente per molti la pianificazione non ostacola la naturalezza. Nella mia “routine di scrittura” separo scrittura terapeutica e scrittura per i lettori. Quando scrivo nel diario penso a me, e il lettore non esiste; quando scrivo per il lettore posso anche farmi male, a livello “psicologico”, per rendere una situazione o un personaggio nel modo migliore. Vero che esistono meccanismi osservabili nella scrittura, e che per progredire si deve imparare da questi meccanismi – senza scordarsi il proprio arbitro interiore: “questo serve alla mia scrittura o no?” Per vero scrittore intendo chi scrive con serietà (che vuole imparare, che vuole comunicare col lettore) e con perseveranza, superando tutte le difficoltà e tutti i rifiuti; chi vive la scrittura così probabilmente lo fa perchè gli/le è necessaria.
      “Mi resta l’impressione che spesso le nostre convinzioni siano un modo per dare una base teorica a ciò che siamo.” Sono d’accordo. Spesso mi piacerebbe concedermi il lusso di tacere, di scrivere solo storie e tacere su tutto il resto. Però purtroppo essere autori oggi non significa solo scrivere storie :/

      1. Allora sul concetto di “vero scrittore” ci troviamo d’accordo. Davvero preferiresti spesso il silenzio? Stavo per dire “io no”, ma se mi fosse possibile essere conosciuta e compresa, nel bene e nel male, anche restando nel mio buchetto… la tentazione sarebbe forte! Ma allora non sarei nemmeno un essere umano. 🙂

      2. Forse il discrimine è proprio questo: a volte mi pare che la comunicazione non mi appaghi mai davvero e allora mi vengono in mente varie strategie di fuga… la realtà è che dopo un po’ mi sentirei scoppiare dalla voglia di parlare, quindi penso che non servirebbe a molto 🙂

  6. Prendo un accenno che hai fatto a spunto per deviare un attimo. Tanto quello che hai detto è solo giusto.

    E’ molto difficile per un indie o aspirante spacciare concetti come quelli che ad esempio hai esposto tu in questo articolo. Se puoi attrarre 10.000 utenti con “I 10 trucchi per vendere più ebook” lo fai, e a corollario aggiungi la promozione al tuo testo. Per venderlo. Siamo quindi in ipertrofia di informazioni (io dopo 3 anni sono saturo fino al rifiuto), informazioni che sono infognate in un vecchio modo di bloggare molto tecnico e basato sul meccanismo del funnel. Più gente attiri, più facile proporgli qualcosa. Pescare con la dinamite. Non leggerò mai un articolo che mi richieda due ore. Sono sul web e ho le notifiche di belle biondine su Facebook… Non te le posso dedicare due ore. Se però mi spieghi in tre righe “I 12 personaggi con cui vinci il Pulitzer” un giro ce lo faccio. Online ci frega tantissimo questa cosa e il figlio-padre di questa condizione è Amazon più tutti quelli che ci lucrano intorno. Si genera così una massa di mezzi scrittori + mezzi blogger + mezzi insegnanti di scrittura, che sognano il colpaccio (e come non sognarlo? Hanno letto “I 30 sistemi per diventare un indie di successo”!)

    Spero che la nuova tendenza sullo storytelling attecchisca bene (meno lettori ma molto più in target…e soprattutto LETTORI, non altri aspiranti!). Fine spunto.

    1. Piccola confessione: l’articolo con più visualizzazione di questo blog… non è mio. E’ la traduzione di un articolo di una blogger canadese, un lunghissimo elenco di modi per pubblicizzare un libro. C’est la vie.
      Ogni tanto faccio anche io elenchi puntati, ma è solo un modo per rendere più snello un contenuto che avrei scritto comunque, anche come wall of text. Tu ti riferisci a una cosa diversa: la quantità eccessiva di informazioni, molte delle quali fuffa che promette il paradiso senza chiedere al lettore un briciolo di sforzo – e quindi “ruba” visualizzazioni a contenuti veri e propri. E’ un grosso problema. Io faccio fatica anche a leggere tutti gli articoli serii che mi interessano. Sono d’accordo con te: target più mirato e blog frequentati da lettori, che abbiamo bisogno di quelli. Per questo motivo cerco di parlare più spesso delle mie storie: in fondo sono qui per loro, non per diventare un”insegnante di scrittura creativa” o cose simili. Spunto molto interessante.

  7. Commento in ritardo questo tuo post, è un periodo pienissimo per me, ma ci tengo a dirti che mi è piaciuto molto.
    La penso come te e sono d’accordo sul fatto che oggi si tende a porre molto l’accento sulla pianificazione, dimenticandosi di tutto il resto. Credo che la progettazione debba accompagnare la scrittura ma in modo da non soffocare mai ciò che emerge da qualcosa di più profondo della mente. Di certo è un equilibrio difficile da trovare.
    Mi lasciano perplessa le affermazioni radicali di coloro che vedono la pianificazione come l’unico modo per scrivere, esattamente come mi sconcertano quelli che parlano di una scrittura di getto senza mai un minimo di ragionamento.
    Per il resto, ci sarebbero tante altre cose da dire, perché il tuo articolo lascia spazio a tante riflessioni, ma mi fermo qui.
    Ah, grazie mille per la citazione 🙂

    1. Di niente, cerco sempre di coinvolgere i blog che mi hanno ispirato l’articolo 🙂
      Tranquilla, non dirlo a me, sto impazzendo dalla mole di impegni che ho.
      La tua opinione è molto interessante, considerando che, se non sbaglio, stai scrivendo un noir (che nel mio immaginario da ignorante del genere non solo prevede la pianificazione, ma in qualche modo “è” la messa in pratica della pianificazione senza molta “pancia”). Come ho detto in un altro commento, penso che testa e pancia siano entrambi necessari, bisogna solo trovare il proprio modo giusto di miscelarli.

      1. Una certa progettazione mi è stata utile per far combaciare gli eventi e creare armonia tra tutti i fatti, ma in realtà se non avessi avuto una buona dose di intuizione non sarei mai riuscita a portare avanti questo romanzo. Credo che la “pancia” serva soprattutto a creare il legame tra l’autore e i personaggi, a comprenderne la psicologia. Io vivo così la scrittura, non è facile, ma per ora e l’unico modo che conosco 🙂

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