Esorcizziamo i nostri romanzi dalla lingua inglese

…sono l’unica ad esserne stanca? Scrittori italiani che ambientano le loro storie a Los Angeles o danno ai propri personaggi nomi come Kylie o Andrew, spinti da un arcano automatismo.

Alzi la mano chi non l’ha mai fatto; chi, ambientando una storia per la prima volta a Bologna con protagonisti Marco e Giulia, non si è sentito un po’ sfigatello, un po’ provinciale. Io non la alzerò: ho usato l’inglese a caso mille volte, anche nella prima stesura dell’attuale romanzo. Poi ho notato che questa scelta dava ai miei scritti un tono terribilmente dilettantistico, e ho cambiato rotta.

  • Perché è una scelta così frequente?
  • Perché è meglio evitarla?
  • E le ambientazioni fantastiche? Hanno questo problema?

Perchè è una scelta così frequente?

  • Perché da qualche parte abbiamo assorbito l’idea che i romanzi fighi (ma anche il cinema figo, le serie tv fighe), insomma tutta la roba davvero seria, sia creata da autori anglofoni e quindi ambientata, come spesso fanno loro, negli USA, nel Regno Unito ecc. ecc. Quindi ci sembra di dare alle nostre storie quel tocco di professionalità in più, se diamo una pennellata di lingua inglese. Secondo me otteniamo l’effetto contrario.
  • Perché noi non siamo anglofoni, e quindi tendiamo a percepire i luoghi sopra elencati non come luoghi veri, con un colore proprio, una cultura specifica, proprio come l’Italia, ma come lo spazio narrativo neutro e globalizzato in cui si svolgono tante delle storie che leggiamo o vediamo. Ovviamente la realtà è diversa.

Perché è meglio evitarla?

Risposta breve: perché un lettore americano si farebbe delle grasse risate a leggere storie finto-anglofone, con un’ambientazione più o meno di cartapesta, e termini e nomi inglesi sparpagliati qua e là senza il criterio e il gusto che avrebbe un madrelingua. Ovviamente è reciproco: difficile trovare un libro sull’Italia scritto da uno straniero che non contenga almeno qualche piccolo stereotipo o rigidità.

Risposta lunga: perchè noi siamo italiani (ci sono eccezioni tra voi? Non si sa mai, potrebbe essere!) Viviamo in Italia e scriviamo da italiani. Non quegli italiani tutti pizza e mandolino a cui il resto del mondo crede; intendo noi, gli italiani veri.
Possiamo leggere un sacco di libri, di articoli, guardare documentari e fotografie, usare google maps come se non ci fosse un domani e ascoltare esperienze di prima mano, ma non scriveremo mai bene l’America come gli americani (o qualsiasi altro posto meglio di chi ci è nato e/o ci vive). Quindi, tanto vale ambientare le nostre storie in Italia o, in genere, in luoghi che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.
Secondo questo punto di vista, i personaggi, le città e tutto il resto devono avere nomi coerenti con l’ambientazione (un’italiana 100% non può chiamarsi Kimberly a meno che non sia figlia di stranieri…o di tamarri).
Infine, ricorrere sempre alla lingua inglese per termini scientifici, politici o altro, è sommamente ridicolo. Avete notato com’è ridicola la parlata dei nostri politici? Il politichese è comico per molti fattori, tra cui, appunto, l’uso massiccio dell’inglese senza alcuna vera motivazione, a parte il “fare figo e tirarsela da internazionali”. Ecco, non fate come i politici: parlate italiano sempre, a meno che non ci siano buone ragioni per usare un’altra lingua.

pirulito7hb Salvatore Anfuso ha scritto l’articolo “Perchè NoN scegliere un’ambientazione italiana“. Penso che abbia dei buoni punti.

E i mondi fantastici?

Si può obiettare che un’ambientazione fantastica sia slegata dal principio di verosimiglianza, e quindi possiamo farci un po’ quel che ci pare. Ahi lasso, dissento.
Secondo me usare valanghe di inglese in un romanzo fantastico, anche quando non è ridicolo (e può esserlo, ve lo garantisco) è comunque piuttosto triste. E’ anche triste, in particolare nel fantasy, la tendenza a usare quasi sempre nomi di risonanza tolkeniana, celtica o nordeuropea in generale. Esistono così tante lingue al mondo, perchè usare solo quelle e ignorare tutte le altre – che sono così tante e così varie in proporzione?

Un esempio perfetto di mondo fantastico italiano al 100% (siciliano in particolare) secondo me è quello di “L’Isola dei Liombruni” di De Feo. E’ uno dei miei romanzi preferiti, prima o poi dovrò parlarvene. Ascadeo, Deucumbro, Creso, Cecella, Grannizia… dai, sono nomi fantastici, stacce. Sono nomi mediterranei, un po’ italiani, un po’ latini e un po’ greci.

Come ho fatto io

Per il mio romanzo ho studiato una sonorità specifica. La base fonetica è italiana o latina, ma ho usato anche suoni tratti dall’indiano e dal sanscrito e dalle lingue dell’Europa dell’est.

Utilizzo anche la lingua inglese, ma in un ambito specifico: nel mio romanzo l’inglese è una lingua fossile, in gran parte dimenticata; millenni prima era la lingua internazionale, ma nel tempo presente viene usata solo per dare un’aria importante ai prodotti di lusso (vagamente come il latino oggi). Anche gli homunculus da lavoro che vengono prodotti in serie hanno nomi inglesi: Lullerfly 01, 02, 03… molti degli homunculus randagi (i cosiddetti ratti) sono orgogliosi di portare un nome che non abbia nulla a che fare con la civiltà che li ha prodotti; in segno di ribellione, portano il nome di serie come nome proprio, e considerano un valore l’omonimia con centinaia di cloni loro “fratelli”.

Avete mai ambientato le vostre storie in America o in Inghilterra, o in altri luoghi che non avete mai visitato? Siete soddisfatti dei risultati e perché? Se dovete inventare una parola, a quale lingua fate riferimento in genere?

Annunci

53 pensieri su “Esorcizziamo i nostri romanzi dalla lingua inglese

  1. Concordo! Le ho sempre ambientate in Italia, con nomi italiani. L’unica eccezione al momento è quella che sto scrivendo, che non potevo non ambientare (in minima parte) nella Silicon Valley. In questo caso ho dovuto, e i nomi sono di conseguenza. Però è di fantascienza: questo mi salva perché il grosso della trama sta in un posto che non esiste 🙂

    1. Forse in particolare la fantascienza potrebbe essere un caso a parte. Quando si parla di un mondo pervaso dalla tecnologia, in genere, a meno che non sia specificato, si parla di un mondo pervaso dalla cultura dominante che ha maggiormente sviluppato e diffuso la tecnologia, cioè il mondo americano…. non saprei.

  2. Ciao Francesca, personalmente credo che uno scrittore possa ambientare le proprie storie dove gli pare, dove la storia stessa lo porta. Nel caso, però, si decida di ambientare una storia negli Stati Uniti, ad esempio, o comunque fuori dal proprio Paese, bisogna fare attenzione al grado di realismo…

    Mi spiego meglio: io posso decidere di scrivere una storia su pistoleri texani, senza mai essere stato in Texas, e credo funzionerebbe anche bene, ma solo se mi prefiggo come obbiettivo di calcare in modo esagerato gli stereotipi che già tutti conoscono. In senso volontario intendo. Se, invece, ho la pretesa di scrivere una storia “realistica” sui pistoleri texani, non può riuscirmi senza che abbia vissuto realmente in Texas e senza conoscere bene la storia del far west.

    Nel primo caso lo scrittore crea un parossismo (come i film di Tarantino, per intenderci); nel secondo, invece, cerca di restare fedele al reale. Nel primo caso puoi fare un po’ quello che ti pare; nel secondo – è evidente – no. Quindi non è tanto una questione di ambientazione, quanto piuttosto di cosa si decide di scrivere.

    Comunque, finora, ho solo ambientato storie in Italia.

    1. Ciao 🙂
      Certo, lo scrittore è libero di decidere ciò che vuole ma, se uno alla fine scrive male, a poco è valsa la sua libertà di scelta, quindi tanto vale porsi certe domande e pensarci su.
      Non mi esalta lo stile di Tarantino (ne vedo il valore, ma probabilmente non fa per me), quindi forse è per quello che non ho pensato a una scelta “caricaturale di proposito”, che potrebbe starci, una scelta quasi meta-narrativa.

  3. Non scrivo romanzi, ma racconti brevi. Ho perso il conto di quanti ne ho scritti, quasi tutti ambientati in Italia e in località che ho frequentato e conosco bene. I nomi sempre italiani, uno in particolare: le protagoniste hanno addirittura nomi come Scilia ispirato all’altopiano dello Sciliar in Alto Adige e Lùcia femminile di Lucio perché adoro Lucio Battisti. 😀

  4. Io sono assolutamente d’accordo con te. Avevo già affrontato parzialmente l’argomento in un post (eccolo : ttp://appuntiamargine.blogspot.it/2014/12/funzionalita-dellambientazione-e.html) e ho intenzione di farlo di nuovo, entrando nel merito della RESPONSABILITA’ SOCIALE e della SPECIFICITA’ CULTURALE di un autore, che a mio avviso non può essere avulso dal contesto. La mia “mission” non è quella di scrivere opere commerciali, ma di rappresentare, anche con un occhio critico, un mondo che conosco e di cui faccio parte.

    1. Molto interessante come argomento! Aspetto l’articolo.
      Mi piace molto Milano, anche e soprattutto per i suoi difetti. Probabilmente è l’unico esempio italiano di città europea.Sono d’accordo che certe storie possano essere raccontate solo in certi ambienti, ed è anche vero che molte storie possono anche avvenire in un luogo non specificato. Anche l’ambiente è un personaggio che cambia importanza di caso in caso.

  5. Io non ambiento quasi mai in Italia, perché so delle città italiane tanto quanto so di New York, cioè ben poco. Concordo sul fatto che ambientare in Italia sarebbe meglio, ma ovviamente non vuol dire che sia semplice. Per es. La città più vicina a me è Padova, ma non la conosco tanto.
    Poi, secondo me, va semplicemente a gusti. Per esempio, io di solito i nomi li invento (se si tratta di un fantasy con creature fantastiche) oppure uso l’inglese. Questo non perché mi sa più da “figo”, ma solo perché i nomi inglesi mi piacciono di più.
    Comunque poi bisogna variare. Mi capiterà, soprattutto quando sarò più grande, di scrivere qualcosa con personaggi italiani… e ne sarà ben lieta.

    Comunque bellissimo post, molto interessante.

    1. Grazie davvero 😀
      Sì, ci sono molte città italiane in cui non ambienterei mai una storia, semplicemente perchè non le conosco. In genere, le rare volte che scelgo una ambientazione realistica, è un luogo vagamente italiano senza caratterizzazioni ulteriori, così posso attingere alla mia esperienza liberamente.

  6. D’accordissimo con l’articolo, sono cose che ho sempre detto e ripetuto anch’io. Ecco, forse su certe cose forse sono un po’ meno estrema: conosco persone che hanno ambientato storie all’estero, ma l’anno fatto per un motivo preciso, non dovuto alla moda, e si sono documentate bene. Ma nella stragrande maggioranza dei casi vale quello che hai detto: meglio scrivere di ciò che si vive.

    Per il mio fantasy classico io ho usato nomi italiani (Gemma, Fiorenzo, ecc) e nessun beta reader l’ha trovato strano. Non ricordo di aver mai usato l’inglese in abbondanza: io sono un po’ anti-moda in queste cose. 😄

    1. Diciamo che non ho il dono della moderazione in nulla, nel caso non si fosse ancora capito 😄

      Una sola volta mi sono dovuta documentare su un ambiente che non conoscevo: per il mio primo concorso, mi sono dovuta documentare su Venezia. Curioso che poi sarei venuta ad abitarci. Col senno di poi direi che non ho fatto un lavoro disastroso, ma forse solo perchè ci ero già stata in gita qualche anno prima.

      1. Mi è successa una cosa simile con un racconto che aveva una parte a Torino. Per fortuna avevo chiesto consulenza a un amico che ci abita, quindi il risultato non è stato pessimo. 🙂

  7. I miei primissimi racconti erano tutti ambientati in America. Poi ho smesso 😀
    È capitato qualche altra volta, ma perché lo voleva la storia, tutto qui.

    Il mio romanzo in lavorazione è ambientato in… luogo indefinito (ma ci sono nomi italiani)+altro luogo indefinito (idem per i nomi)+USA+Cina+Finlandia+Europa.

    Sul perché sia frequente come scelta hai ragione. Per quanto mi riguarda, anche se questo scatenerà polemiche, il cinema è americano. In Italia per me non esiste cinema. Esisteva un tempo, quando c’erano Totò, Fabrizi, De Sica, Tognazzi. Quindi per me i film sono quelli americani.
    Forse è anche questione di dare un tono esotico alla storia. Ma allora perché gli autori inglesi e americani ambientano le loro storie nei loro paesi? Vale la pena scriverci un altro post. A breve dalle mie parti 😉

    Io non sono italiano al 100%, anche se il sangue è diluito da oltre 3 secoli, ma sono sempre europeo.

    Concordo con i tamarri che danno ai loro figli nomi stranieri 😀
    Idem sulla politica: io ancora non so cosa sia la spending review…

    Fantasy: hai ragione, si tende sempre a guardare il fantasy dal punto di vista tolkieniano, quindi nordico, anzi anglofono. Una mia storia fantasy ha ambientazione e nomi appartenenti al popolo Sami (quello volgarmente chiamato lappone).

    Di De Feo ho letto il Mangianomi, stupendo. Ti consiglio Zeferina di Riccardo Coltri, a questo punto.

    1. Scelgo spesso le ambientazioni indefinite. Sono comode, lasciano molta libertà.

      Del cinema italiano attuale farei volentieri a meno. E’ piuttosto imbarazzante. Alcuni dei miei film preferiti sono produzioni americane un po’ di nicchia, ma anche il cinema europeo o asiatico mi piace.
      Penso che gli autori anglofoni ambientino spesso le proprie storie a casa loro perchè sono orgogliosi della propria nazionalità, e in genere hanno una reputazione decente a livello internazionale, al contrario degli italiani.

      Il mio professore di antropologia era specializzato in cultura sami 🙂 ❤

      Penso che De Feo abbia scritto solo quei due libri. Non so perchè non ho ancora letto il Mangianomi.

  8. Leggevo opinioni simili prima di decidermi a scrivere, in fase di studio, diciamo, e per questo ho quasi sempre usato personaggi italiani nei miei racconti. Nei pochi in cui non l’ho fatto ho comunque cercato di giustificare la scelta nel contesto. Uno dei personaggi in questione doveva appunto risultare un tamarro 😀
    Comunque, dopo una prima sensazione di disagio, ci si (ri)abitua anche ai nomi italiani.

  9. Io ambiento tutto sotto casa, o quasi; già è dura così, non mi sogno proprio di andare all’estero. Bisogna “mangiarci” in un posto, per scriverne (e magari anche dormirci). Ma anche nei posti sotto casa, mi prendo qualche libertà, un po’ come nei film dove ambienti che sembrano vicini, nella realtà si trovano a decine di chilometri di distanza.

    1. Penso che sia interessante e divertente cambiare di proposito certe cose di un’ambientazione realistica, ma penso che questo possa essere fatto bene proprio quando si padroneggia e conosce bene l’ambientazione che sarà poi modificata.

  10. io, al momento, per i miei racconti, uso un solo nome, storpiato in vari modi, che nasconde ovviamente la stessa persona. Gli altri, se non in rarissimi casi accessori, non li nomino proprio! Poi le ambientazioni o sono indeterminate o sono del tutto virtuali. Lo so, non è che sia messo proprio bene 🙂

  11. Concordo!
    A me capita di ambientare le storie nel passato, dove ovviamente non sono mai stata. Se è un passato prossimo preferisco comunque stare in luoghi che ho visitato. Certo, poi mi capita di scrivere di Aosta basandomi sulla gita fatta alle medie e sul sito del comune… Per la serie predicare bene e razzolare male! Per fortuna poi i locali mi hanno detto solo che ho sbagliato albero e ho messo un larice dove ci stava un faggio.

  12. Alzo la mano! 🙂
    Anche io odio i nomi eccessivi, le ambientazioni finto-nuiorchesi tirate come la trippa ed i fantasy con le H e le K dappertutto… ahah c’ho scritto un bel blog-post di 3 pagine! 🙂 🙂

      1. Una cosa che non ho mai gradito molto è la descrizione di ciò che non si sa. Passi parlare di Parma o di Genova se ci si è stati in vacanza, per un’ora, o di Parigi, se si descrive brevemente qualche cosa che in un viaggio o in un film ci ha colpito… Ma ambientare tutto tutto un viaggio un romanzo un libro è davvero troppo. Fa… provinciale? Comunque comunque: no, non ho mai ambientato nulla in luoghi dove non ero stato, e in quelli fantastici ho sempre cercato di limitare i danni (Pnir, figlio di Kthor, signore dei Mazzir…) 🙂

      2. Sì, descrivere luoghi e cose che non si conoscono è come perdere una buona occasione per tacere. E’ molto, molto provinciale! Noi ridiamo e scherziamo, ma certi scrittori fanno come Aldo Giovanni e Giacomo con tutta la convinzione del mondo..

      3. Ahahah si, si… è vero … Spesso è quanto fa appallottolare (metaforicamente) i fogli dove ho scritto qualcosa che non mi ha soddisfatto … Rileggo e dico: “evvabbè e allora andiamo per sentito dire” ed è un po’ il difetto che rilevo in alcuni scritti di amici e conoscenti che amano scrivere.

  13. Ciao 🙂
    Devo ammettere che anche io all’inizio mettevo nomi inglesi a caso in ambientazioni a caso, con nomi pseudo nordici/inglesi. Ma sono le gaffe che penso quasi tutti compiano all’inizio (mi è successo tra i 14 e i 18 anni). Adesso invece mi piace spaziare su cose che di solito non si vedono mai. Documentarmi, soprattutto, e non lasciare nulla al caso.

  14. Per necessità, quantomeno riguardanti la trilogia che sto scrivendo ora, ho ambientato le vicende in giro per il mondo e mio malgrado questi luoghi non li ho mai visitati, ma ho cercato in ogni modo di supplire alle lacune rendendo le vicende, i luoghi, i personaggi, i dettagli del posto quanto più veritieri possibile. Il modo migliore, a mio avviso, è inserire nel contesto della narrazione piccole chicche che rendano vera una storia o un luogo o una persona indicando luoghi reali, una marca di birra del posto, vie e indirizzi corretti, edifici, flora e fauna verosimili, basandosi un po’ sulle informazioni del web.
    Sono soddisfatto? Abbastanza. In fin dei conti con certi tipi di storie non potrò mai essere totalmente realistico, ma cerco quantomeno di essere verosimile e mi sforzo di entrare in un’ottica di vita diversa dalla mia.
    Per ora riguardo all’inventarmi parole uso il semplice italiano, come traduzione della lingua autoctona. Mi sembra più facile e di buon impatto.

    1. Quando ho “dovuto” ambientare un racconto a Venezia essendoci stata solo una volta anni prima, ho usato proprio quella tecnica: inserire qua e là particolari caratteristici, inequivocabili, che rendessero bene lo spirito del luogo “per sentito dire”, cioè dai racconti e le esperienze che avevo reperito (in giro per internet quasi sempre). Il risultato non è male, posso dirlo adesso che vivo a Venezia da 5 anni.

  15. Per quanto io sia anglofila fino al midollo, non posso che darti ragione, con qualche distinguo: in un racconto, di solito, l’ambientazione non è troppo al centro dell’attenzione. Se il resto è scritto bene e non ci sono scivoloni ridicoli, qualche cliché può non notarsi. In un romanzo questo è impossibile. Per questo i miei personaggi viaggiano, ma conservano l’occhio del turista, quindi non hanno la pretesa di cogliere la realtà dei luoghi e delle genti che li popolano. E’ un compromesso che mi ha soddisfatto per diverse storie, ma non so se lo riproporrò.
    (Grazie dell’imbeccata su De Feo, l’ho messo in lista. Leggo spesso YA.)

    1. E’ vero, nei racconti spesso l’ambientazione non ha un ruolo, perchè è impossibile esplorarla in così poco spazio. Come dice Chiara nel suo articolo, alcune storie possono avvenire un po’ dovunque. Però, proprio per questo, mi sembrerebbe un po’ triste scegliere nomi stranieri se tanto non hanno alcuna conseguenza sulla storia.
      Se dovessi ambientare delle storie in luoghi che ho visto da turista, probabilmente i miei personaggi conserverebbero l’occhio del turista.

  16. Prima di tutto ti faccio i miei complimenti per l’articolo. In secondo luogo concordo con il tuo pensiero. Quando siamo giovani pensiamo un po’ tutti che dare un nome inglese al nostro personaggio sia più figo (oppure ambientarlo in America o Inghilterra). Credo che ci siano passati un po’ tutti prima di capire che fare in questo modo è sbagliato.
    Mi è piaciuto soprattutto il tuo pensiero riguardo ai nomi che scegliamo nei fantasy. Nel maggior parte dei casi ci ispiriamo a Tolkien oppure a nomi nordici ecc…
    Sei stata molto chiara nell’esprimere questo pensiero. =)

    1. Grazie mille 😀
      Sì, penso che sia normale passare nella fase “l’inglese fa figo”/l’estero fa figo”, perchè in fondo dall’ambiente editoriale, e dal mondo dell’intrattenimento in generale, riceviamo proprio quel messaggio. Poi cominciamo a pensare con la nostra testa. All’ennesimo orco chiamato grim’wlah o drmul’gw mi sono fermata e ho pensato: e QUESTO dovrebbe essere figo? Digitare suoni gutturali a caso inframezzati da apostrofi?

  17. La mia nuova saga è ambientata in paesi in cui ho vissuto (almeno per un periodo): Italia, Iraq, Corea e Spagna. In passato mi è capitato di ambientare racconti anche in Libia e negli Stati Uniti (Detroit), ma dopo aver fatto molte ricerche e raccolto informazioni rigorosamente di prima mano. Trovare qualcuno che fosse stato nella zona di Al Kufrah ai tempi di Gheddafi non è stato facile, ma ci sono riuscita. ^.^

  18. [Edit] Non ho capito perché presumi che, in un mondo globalizzato come quello del 2015, tutti gli scrittori italiani non abbiano mai vissuto all’estero.
    Io vivo a Tokyo e ho scritto un romanzo ambientato qui (ma sono stata anche in Francia e Irlanda, l’anno prossimo vivrò qualche mese in Germania), ma sono solo una delle tante. Una delle mie migliori amiche ha vissuto in Irlanda, in Inghilterra, in Australia e in India; un’altra in Belgio e in Svizzera; un’altra ancora gira il mondo per lavoro e non è mai in Italia; il padre di mia figlia ha vissuto in Francia, Inghilterra e Olanda; quasi tutti i miei ex compagni di università (lingue orientali) vivono all’estero e molti sono sposati con persone di altra nazionalità… e queste sono solo le persone che conosco personalmente.
    Chi è che non ha mai vissuto all’estero, ora che esiste pure l’Erasmus, almeno tra i giovani?

    1. Infatti ho scritto “in Italia o, in generale, in luoghi che abbiamo vissuto sulla nostra pelle”. L’articolo parla di un’altra cosa 🙂 cioè di quell’esterofilia a priori che potrebbe anche portare un giramondo ad ambientare le proprie storie negli unici 3 luoghi in cui non è stato, o che conosce troppo superficialmente per poterci scrivere qualcosa – e ad evitare comunque, a tutti i costi, l’Italia. (A parte che davvero moltissime persone, per vari motivi, non vedono mai l’estero, o ne vedono una piccola porzione.)

  19. In effetti si potrebbe mettere la questione in questi termini: se con la mia storia ho un successo strepitoso e mi traducono anche nel paese in cui l’ho ambientata, i locali troveranno le mie ambientazioni discrete/banali/illuminanti? In teoria, dovrebbero apprezzarle pure loro. Ahi ahi… 😉

    1. Sì, sono d’accordo. Molti scrittori se ne fregano di cosa potrebbero pensare gli abitanti del luogo descritto, ma per me non è giusto. Per esempio i manga e gli anime fanno scempio di ogni nazionalità e luogo diverso dal Giappone… e infatti li amo per quello che sono, il festival del trash ❤ 😄

  20. Alzo la mano, non l’ho mai fatto… anche se per me non è “vietato” ambientare una storia fra anglosassoni purché uno sappia di cosa sta parlando, e in certi casi può essere opportuno farlo (se scrivo un’avventura di astronauti è probabile che si tratti di statunitensi… o russi).

    1. Ciao e benvenuto 🙂
      Ovviamente niente in scrittura è vietato! Però rimango convinta che il potere della documentazione non sia totale. Anche con tutta la documentazione del mondo, una come me saprebbe mettersi nei panni di un russo degli anni ’80 in modo troppo maldestro per essere convincente.

  21. Concordo. Il fascino della lingua inglese posso capirlo… le primissime cose che ho scritto soffrivano un po’ di questa scelta, più nei nomi che non nelle ambientazioni. Mi piaceva il suono dell’inglese. Alla fine mi sono resa conto che l’unico motivo “vero” per cui avevo fatto quelle scelte era perché, banalmente, non avevo niente da dire… e di conseguenza niente da scrivere. Non c’era nessuna motivazione solida allo scrivere o alle mie scelte.
    Col tempo, ho continuato a scrivere racconti a partire da un personaggio storico che mi interessasse dal punto di vista psicologico. Il primo era uno scozzese nato nel 1873, per cui ho dovuto usare nomi inglesi e per ritrarlo ho cercato qualche notizia storica. Certo, non posso affermare che fosse una figura aderente alla realtà, più che altro ho provato a evitare i pregiudizi più grossolani. Il problema più grosso fu quando scelsi Taira Kiyomori, personaggio controverso della storia giapponese… sapevo qualcosa della storia del Giappone, ma di lui nelle mie ricerche è sempre venuto fuori poco. Direi che, storicamente, è quasi avvolto nella leggenda, il che mi ha permesso di avere qualche libertà in più per quanto riguarda i particolari. Tuttavia, non ne sono mai stata del tutto contenta, proprio per la mia incapacità nel costituire una base di informazioni più consistente.
    Ora che ci penso, non credo di aver scritto molto in ambientazione italiana. Anzi, nulla o quasi. Col senno di poi, riconosco di aver preferito ambientazioni straniere dopo i primi esperimenti, solo per mettermi alla prova e cercare di capire qualcosa di altro da me. La parte dedicata alla ricerca per l’ambientazione mi ha sempre divertito, anche perché mi dava la misura di quella che potesse essere la figura psicologica del personaggio. L’ambientazione come primo fattore di formazione. I risultati sono stati più o meno buoni, ma insomma, il punto di partenza voleva essere quello. Tutte cose che potrei fare anche per il contesto italiano, presente o passato, ma… ho sempre preferito così. Figurati che sto lavorando a una cosa e ho già scelto il nome della protagonista; è un cognome italiano, ma che mi ricorda vagamente il greco. Vabbé, non c’entra niente o quasi 😀 fa lo stesso

    1. A me la lingua inglese piace moltissimo, per il suono, per l’espressività, non l’ho studiata solo “perchè è la lingua internazionale”.
      Da un lato il genere storico ambientato all’estero raddoppia il problema, perchè bisogna parlare sia di un tempo che di un luogo sconosciuti, dall’altro però dall’altro lo dimezza, perchè in fondo i contemporanei della storia non hanno voce per parlare e anche il paesaggio sarà cambiato abbastanza, quindi da un certo punto di vista si ha più libertà di manovra.
      Mi diverte molto l’ambientazione, mi è anche capitato di farla prevalere sulla storia, ma per fortuna mi sono accorta in tempo dell’errore. Però mi è già così difficile entrare nella mente di persone che vivono in un tempo e uno spazio simile ai miei, non penso che potrei lanciarmi nell’impresa di narrare persone di un altro tempo e luogo!

  22. Comprendo il tuo punto di vista, ma credo che il discorso della mania anglofona si debba estendere a tutte le altre ambientazioni estere. Mi spiego meglio. Se decidessi di scrivere una storia realistica, in cui i personaggi si muovono all’interno di un contesto contemporaneo, sarebbe inutile e forzato decidere di catapultarli in India, in Africa, in America o in Svezia. Non ho visitato nessuno di questi paesi e, quindi, non solo non conosco le città, ma non conosco neppure le dinamiche sociali e tutti quei piccoli vizi, virtù e abitudini che caratterizzano le persone nate in quei luoghi. Finirei per creare personaggi senza anima, racchiusi nel rigido schema dello stereotipo o, peggio, italianissimi ma con nomi stranieri.
    Quando invece ci si sposta verso generi come il fantasy, il fantascientifico e persino lo storico, il discorso cambia.
    Nel mio caso sto lavorando ad un romanzo urban fantasy, ambientato inizialmente a Londra non perché faccia figo, ma perché non avrei potuto fare altrimenti date leggende a cui mi sono ricollegata e i personaggi storici a cui ho fatto riferimento. Ho inserito anche elementi della mitologia rumena e per creare i nomi di alcune “organizzazioni” mi sono rifatta proprio alle lingue balcaniche, ma sempre per una questione di “origini” (parlare di vampiri e far finta che la Transilvania non esista mi sembra eccessivo!). Se però spostassi di punto in bianco personaggi e ambientazioni in Africa solo perché ormai Londra è inflazionata, farei lo stesso identico errore di cui ho già parlato, tutta la storia non avrebbe senso di esistere.
    Per cui, va bene evitare di usare sempre le stesse ambientazioni a cui siamo abituati dopo anni di film, romanzi e serie tv, ma non inoltriamoci neppure in culture di cui non sappiamo una cippalippa per sembrare più “professionali” e, soprattutto, non lasciamo che i dilettanti allo sbaraglio, che si auto-pubblicano da mattina a sera, limitino la nostra fantasia 😉

    1. Ciao e benvenuta. Sono d’accordo con te. Ho parlato dell’ambientazione anglofona solo perchè è quella più gettonata da chi vuole fare figo, però il discorso vale un po’ per tutti i luoghi che non “abbiamo vissuto sulla nostra pelle”, come dico nell’articolo. A meno che non conosca un posto come le mie tasche, non ci ambienterei mai una storia. Pensa che non lo farei nemmeno per un romanzo fantastico!

  23. Mi piace molto la tua riflessione e la condivido. Mi è capitato di pensarci molti volti, anche per motivi “sciocchi” come i giochi di ruolo, e trovo fastidiosa questa ostinazione nell’usare nomi inglesi e città americane perchè “suona bene”. Insomma, lo so che chiamare Claudio il protagonista di un romanzo fa uno strano effetto quando alla tv si sentono sempre nomi come John, Mike, Jeff però, per l’appunto, stiamo prendendo per riferimento opere di altri paesi.
    Ah, parlo troppo.
    Comunque carino il tuo modo di farti pubblicità in fondo, eh? (frecciatina)
    Scherzi a parte, ha funzionato: la tua ambientazione mi attrae molto, soprattutto per la complessità del background.

    1. Ciao e benvenuto 🙂
      Per qualche hanno ho fatto un po’ di gdr dal vivo o by chat. A volte ho avuto la fortuna di trovare master che ambientassero le storie in una versione parallela dell’Italia, e a volte…no. Forse con i gdr il problema è ulteriore perchè l’Italia praticamente non ha una “tradizione” autoctona?
      Certo, sono qui per farmi pubblicità 😀 e a quanto vedo “è superefficace”! Grazie 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...