Minoranze e narrativa: il mondo LGBTQIA

Rispettivamente: lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer, intersessuali, asessuali. Per comodità li chiamerò tutti queer (nel senso più globale di “non conforme”) come gruppo, non me ne vogliano i militanti hardcore.

  • Che differenza c’è tra queste etichette?
  • Che stereotipi narrativi sono più associati a queste categorie?
  • Cosa c’entro io, e come influisce tutto questo sulla mia scrittura?

Orientamento sessuale ≠ identità di genere

L’omosessualità maschile e femminile, la bisessualità e l’asessualità sono orientamenti sessuali. Come l’eterosessualità. Rispondono alla domanda: da chi ti senti attratto?
Gli omosessuali solo dal proprio genere, i bisessuali sia da uomini che donne, gli asessuali da nessuno.
Nota 1: manca all’appello la pansessualità, che è come la bisessualità ma comprende anche tutte le sfumature intermedie tra uomo e donna.
Nota 2: sarebbe necessario un ulteriore discrimine: quello tra sessualità e sentimento romantico. Anche se un asessuale non prova desiderio fisico, può innamorarsi. (Essì, è proprio vero!)

Transgender, intersessualità e queerness sono invece identità di genere. Come la cisessualità (sentirsi a proprio agio con il genere assegnato alla nascita). Rispondono alla domanda: in quale genere ti identifichi?
Ammetto che nemmeno io ho ben capito la differenza fra transgender, intersessualità e queerness (e ne esistono molti altri simili). Sono piuttosto sicura che siano sfumature diverse dello stesso concetto: un’identità che non è completamente maschile nè femminile.
Nota: molti transessuali (che passano da donna a uomo, o da uomo a donna) disprezzano l’etichetta “trans”: vogliono essere semplicemente uomini o donne.

Sono veramente necessarie tutte queste etichette? Sono necessarie per chi ne ha bisogno. E’ una tautologia, ma merita di essere scritta. Le parole sono solo strumenti, sta a noi usarle bene. Eliminare certe parole è una crudeltà inutile che toglierebbe voce a molte persone. Io le uso poco, ma il diritto al linguaggio dovrebbe essere sempre garantito.

Ovviamente le differenze di genere e orientamento si riversano anche in letteratura. Purtroppo i personaggi queer:

  • sono completamente assenti da gran parte della narrativa (anche se questa tendenza sta lentamente cambiando).
  • vengono rappresentati con una quantità imbarazzante di stereotipi sempre nuovi a seconda dell’epoca storica.

Ci sono tanti stereotipi sociali che l’uomo medio reputa veri, e che finiscono anche in letteratura. Per esempio:

  • “il tuo genere o orientamento non esiste/dev’essere curato/in realtà è qualcos’altro/sparirà quando avrai incontrato la persona giusta“.
  • l’associazione arbitraria tra un certo orientamento, un certo genere e/o un certo aspetto: il gay è effeminato (confuso anche con la donna transessuale) e la lesbica è mascolina (confusa anche con l’uomo transessuale). Non è possibile “sembrare” gay o lesbica ma essere invece 100% etero. E così via.
  • associare il mondo queer a quello della promiscuità sessuale: la clandestinità compulsiva è stata per secoli l’unico rifugio di un modo di vivere ripudiato dalla società. Ma oggi molti queer (forse come allora) vorrebbero un lavoro normale e una vita tranquilla.

Voglio anche parlarvi di alcuni stereotipi specifici della narrativa (scelti fior fiore per voi da TVtropes)

  • Il queer eccentrico, usato come macchietta comica (soprattutto nei lavori più vecchi).
  • Il bisessuale depravato che si zompa tutti per manipolarli.
  • Il gay/la lesbica psicopatici.
  • Il queer onnisciente, che a forza di combattere la discriminazione ha acquisito la saggezza di Yoda e dispensa consigli a chiunque.
  • I personaggi queer sono quasi tutti giovani.
  • L’interazione sentimentale tra due personaggi queer è spesso più velata di quella tra i personaggi etero della stessa opera.
  • Personaggio gay = personaggio pedofilo.
  • Personaggio bisessuale che si accoppierebbe con tutto quello che si muove.
  • Il personaggio queer ha alte probabilità di incontrare una fine tragica. Per non parlare della coppia queer, ancora peggio.

Quasi tutti questi stereotipi possono accadere nella vita vera. Può capitare che un queer sia manipolatore, camp, pedofilo, sfortunato, saggio ecc ecc. A renderli stereotipi, è il loro sovrannumero rispetto a ogni altro tipo di casistica. Come succede per l’Asperger, anche il mondo queer viene demonizzato o sublimato. Tutto è più plausibile della normalità.

La mia esperienza

Non ho un genere. Quando penso a me stessa, non mi penso maschio nè femmina. Mi sento al di là di questa dicotomia. Parlo al femminile solo perchè è l’auto-tradimento a cui sono più abituata, e perchè in italiano sfortunatamente non esiste il neutro. Per me l’identità di genere esiste solo come componente delle relazioni interpersonali. In società posso sentirmi e presentarmi come maschio, femmina, o un misto dei due, così come posso sentirmi felice o triste. Non dico di chiamarmi Ugo, semplicemente mi atteggio e mi vesto come mi viene più naturale. Non farò propaganda per convincere gli scettici: è la mia identità, mica la loro.

Non sono etero. ( E no, questa non è una bacheca di annunci sentimentali 😛 ) Poichè nessuna delle etichette di orientamento mi soddisfa, mi limito a questo.

Ma scusa, perchè dovresti parlarci dei tuoi fatti privati su un blog serio? Non dovevamo parlare di libri?

Rispondere è facile: una persona come me non ha il lusso della privacy. L’uomo medio può tacere, perchè sanno già tutti chi è: un eterosessuale che si identifica col suo sesso di nascita. “Per forza”. Io non ho quel lusso; posso solo scegliere tra  mancanza di privacy e repressione passiva da parte della comunità.

Il genere e l’orientamento dell’autore si riversano sulle sue opere, sempre. E’ un processo invisibile solo perchè a questo mondo sono tutti etero, o così almeno crediamo. Certi autori queer si chiudono in compartimenti stagni e appiccicano bandiere ed etichette ai propri personaggi, (un po’ come farebbe un autore etero invaghito della giustizia sociale). Credono così di essere dei veri duri, di fare sensibilizzazione. In realtà queste bestie selvagge si chiudono da sole nel recinto delle fazioni, e diventano “altre”, altre umanità distanti che il lettore medio può osservare senza sentirsi coinvolto. Ah sì, poveri LGBTQIA. Ah sì, poveri marziani. Un personaggio queer che è sè stesso senza mandare avvisaglie al lettore nè agli altri personaggi, quello sì che è davvero pericoloso e trasgressivo (anche quando non vorrebbe esserlo, purtroppo).

Per tutto questo, oggi, scelgo la mancanza di privacy.

Non ho mai cercato spontaneamente libri con personaggi queer (e, se ricordo bene, non ne ho mai trovati). Nella realtà non esistono due queer uguali in tutto il mondo, quindi perchè dovrei?
Al contrario ho spesso cercato manga shonen-ai o yaoi, con autrici femminili ma personaggi quasi tutti maschi e bisessuali o omosessuali. Questi generi non dipingono il mondo queer con realismo: l’eterosessualità quasi non esiste, nessuno ha più di 30 anni, e non c’è mai un vero scontro con i pregiudizi della società. Ci sono solo i personaggi e i loro sentimenti. In questo mondo “altro” (anche se crudo per molti aspetti) ho trovato un rifugio …ma io non disegno fumetti. Scrivo romanzi e racconti. Ed è come scrittrice che ho avuto i maggiori problemi.

M sono sentita forzata a scrivere come una “persona normale”

Per tanto, tantissimo tempo mi sono forzata a scrivere storie d’amore solo tra uomini e donne. A scrivere uomini molto uomini e donne molto donne. Quando inevitabilmente, prima o poi, sgarravo, si affacciava alla mia coscienza un’ombra terribile: sei stata manipolata dalla logica del fandom! Ti sei abituata ad accoppiare chiunque con chiunque solo per divertimento! Quelli non sono i veri uomini che incontri ogni giorno, non sono le vere donne che incontri ogni giorno! La tua scrittura è superficiale, è falsa!

L’omofobia e la transfobia interiorizzate sono brutte bestie ma, a parte questo, stavo affrontando un problema mica da poco: il rapporto fra realtà e rappresentazione.

Se la scrittura dev’essere sincera, come posso fare per scrivere un vero uomo, o una vera donna? Che cos’è un vero uomo, o una vera donna? Per scrivere un vero essere umano è sempre necessario scegliere tra vero uomo e vera donna?

Pian pianino, col passare degli anni, mi sto mettendo il cuore in pace. Il mio modo di sentire e di rapportarmi agli altri è anche stato formato dalle storie che ho letto o visto, è normale, ma questo accade per tutti, anche per l’uomo medio (che probabilmente non sarebbe così tanto medio se la società, attraverso le mode, i libri, i film, la televisione, le convenzioni non bombardasse tutti con il messaggio “l’eterosessualità è l’unica via”). Qualsiasi cosa io provi è autentica, e vale la pena metterla per iscritto.

Scrivo storie in cui chiunque potrebbe amare chiunque. Quanto a lungo mi sono vergognata di questa cosa bellissima.

Ancora adesso mi sento insicura quando delineo personaggi che non corrispondono del tutto al proprio stereotipo di genere, o hanno rapporti venati di attrazione o sentimento per altri dello stesso sesso. Un’altra cosa che l’uomo medio tollera male sono le relazioni ambigue, perchè lasciano intendere che anche lui/lei potrebbe trovarsi in quella situazione. Ma provo a stringere i denti ed essere sincera. Quasi sempre vengo ricompensata, e la storia diventa più bella.

Avete già incontrato personaggi queer? Erano caratterizzati in modo verosimile? Avete mai incontrato qualcuno degli stereotipi che ho elencato, in letteratura o nella vita vera?

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41 pensieri su “Minoranze e narrativa: il mondo LGBTQIA

  1. Non condivido la storia del “lusso” della privacy. Io quando leggo un romanzo, non sto a chiedermi se l’autore è eterosessuale o altro, non mi interessa minimamente. Così come non mi chiedo come la pensa politicamente.
    Tu scrivi le storie che vuoi, poi sta al lettore scegliere se leggerle o meno. Se scrivi un romanzo con un protagonista non eterosessuale, non è detto che il pubblico ti identifichi con una di quelle categorie che hai elencato.

    1. A te non interessa, nemmeno a me interessa e probabilmente non interessa a nessuno. Quello che voglio dire, è che non ci importa perchè nel testo non “vediamo niente di strano”. E questo accade perchè gli autori sono quasi sempre etero o queer che si danno una regolata per vergogna o per non intaccare le vendite. “Scrivi quello che vuoi” è facile a dirsi.

      Quando leggevo Dorian Grey mi accorgevo che la sua relazione con Sybil, il personaggio femminile, era molto pudica e artefatta, rispetto a quella con Lord Henry (e chissà perchè.) Allo stesso modo ho letto spesso storie su internet (quindi non edite) dove si vedeva lontano un miglio che l’autore o l’autrice, per quanto bravi e volenterosi, non avevano la minima idea di cosa volesse dire sentirsi attratti dal proprio stesso sesso: se non hai quell’istinto non puoi fingerlo in modo credibile (a differenza, credo, dell’orientamento politico).

  2. Mah leggo da più parti che i personaggi queer non sono ben rappresentati in letteratura. Eppure io ero adolescente negli anni ’90 e nei libri che leggevo era abituale che ce ne fossero. Ho fatto il classico e erano lettura normalmente assegnate “Memorie di Adriano” o “Il nome della rosa” (per non parlare della lettura integrale delle poesie antiche), andava di moda il ciclo di Darkover, dove c’è un po’ di tutto. Anche nei fumetti della classicissima Bonelli i personaggi non etero erano rappresentati (Legs, in alcune storie di Magico Vento e di Ken Parker…). Nella mia libreria, almeno dai 13/14 anni ci sono sempre stati libri e fumetti con personaggi etero e no, senza che questa sia mai stata considerata una stranezza, ma una normale rappresentazione del mondo. Se una storia mi attira, l’orientamento sessuale dei protagonisti è l’ultima delle problematiche. Ad esempio a Lucca comics, due anni fa (credo) c’era una mostra su Stragers in paradise, sia io che mio marito ne siamo rimasti incuriositi dalle tavole, sembrava ben scritto e ben disegnato, e abbiamo acquistato il primo volume. Alla fine entrambi l’abbiamo trovato noiosetto. Sia nell’acquisto che nel giudizio il fatto che le protagoniste fossero due donne, piuttosto che un lui e una lei, un alieno e una fata o che so io era secondario.
    Mi sembra normale, quindi, che nelle mie storie una percentuale di personaggi non sia etero. Non hanno un trattamento particolare rispetto agli altri personaggi, sono esseri umani, punto. A seconda del contesto e dell’ambientazione la cosa ha più o meno rilevanza. In alcuni casi l’orientamento sessuale di un personaggio rimane un fatto privato tra me e lui, perché non ha alcuna rilevanza ai fini della storia che sto raccontando.
    Più che altro, alla luce di questo e di altri post analoghi mi chiedo se per una adolescente di oggi non sia meno abituale incappare in certi personaggi rispetto al passato.

    1. Il fatto che i personaggi queer siano presenti (e sono sempre più presenti soprattutto nelle forme di narrativa “pop”, come serie tv ecc.) purtroppo non vuol dire che vengano rappresentati bene (cioè come persone prima che come gay/trans/ecc., ma allo stesso tempo con una verosimiglianza “a prova di pubblico queer”).
      La presenza di un personaggio di quel tipo non rende più bella una storia a prescindere – a me le Memorie di Adriano non è piaciuto per lo stile (l’ho abbandonato prima di arrivare alla storia d’amore).
      Certo, i personaggi queer sono esseri umani come gli altri, così come l’autore è “solo un essere umano” – ma non esiste una barriera invisibile che separa l’io scrittore dal suo genere e orientamento. Chi non prova desiderio per gli uomini non ha materiale di prima mano per scriverlo. Stessa cosa per il desiderio verso le donne, per non parlare del desiderio verso un corpo androgino. Se manca la materia grezza, il processo di mimesi può essere anche molto buono, ma mai perfetto, e penso che di questo il pubblico queer se ne accorga. Poi niente ci vieta di scrivere quello che ci pare, per il pubblico che preferiamo, con i risultati che possiamo ottenere.

      1. Ma di questo passo non finiamo per dire che si può scrivere solo di noi stessi? E tutti gli splendidi personaggi femminili creati da uomini, dalla tragedia greca in poi? E di tutti gli assassini descritti nella loro psiche da scrittori dalla fedina penale immacolata?
        PS: Di Memorie di Adriano io adoro proprio lo stile, ma questi sono gusti.

      2. L’empatia è una questione che possiamo discutere solo con noi stessi. Ci sono esperienze che non vivremo mai, ma ci aderiscono come una seconda pelle (“Quel che resta del giorno” è costruito in questo modo, penso), ma non penso che sia questa la maggioranza dei casi. Molti scrittori, pubblicati o non, secondo me si imbarcano nella narrazione di certi mondi ed esperienze solo perchè “gli interessa, gli sembra un buon argomento”, e non si curano o non si accorgono del fatto che l’interesse non basta.

        Chissà, forse se potessimo ottenere l’opinione di qualche vero serial killer scopriremmo che la maggioranza dei thriller che leggiamo è fatta di cartapesta – ma la loro opinione è ininfluente, perchè la maggior parte degli autori scrive per noi, che non abbiamo mai ucciso nessuno. Nel primissimo post si parlava proprio di questo: scrittura e potere. Cosa determina se uno scritto è bello, vero, credibile? Chi determina ciò che è reale? Il pubblico con maggior potere (oggi, quasi sempre, per sovrannumero).

        E’ una questione interessante. Ci penso spesso. Uso un criterio semplice: riesco a tenermi dentro questa storia senza star male? Se sì, allora non scrivo. Vuol dire che non ho granchè di urgente da dire.

  3. Il primo guest-post da me pubblicato sul blog, ormai quasi un anno fa, era stato scritto da un autore specializzato in racconti omo, il quale cercava di dare qualche suggerimento per evitare squallidi stereotipi. Personalmente, io non mi sono mai occupata di queste tematiche. Ho un personaggio omosessuale nel mio romanzo, e questa caratteristica non nasce tanto da un’esigenza di raccontare quel mondo (magari lo farò in storie future) ma da una vera e propria esigenza narrativa: per la coerenza della storia, ho bisogno che sia così… ciò non impedisce alla sua presenza di offrire molti spunti di riflessione, in quanto si contrappone ad una mentalità che lega la mascolinità ad un fattore puramente fisico, e non al senso di responsabilità e alla dimensione del “fare”…

    Per il resto, concordo con Daniele: scrivi quello che vuoi, nelle tue storie. Scrivi ciò che senti tuo. Potrà essere letto come no, a prescindere dalla tua biografia.

    1. “Scrivi ciò che vuoi” è un consiglio giusto, che ho già fatto mio, come spiego alla fine dell’articolo. Quello che volevo comunicare sono le difficoltà che ho dovuto affrontare per ottenere questa sicurezza, difficoltà di cui è complice la società in cui vivo (e quindi anche l’ambiente editoriale), una difficoltà che molti dei miei colleghi non devono affrontare, quindi sì, scrivo quello che voglio, ma non è una conquista ovvia; sono sicura che molti miei colleghi non arriveranno mai a questo passo, e la “colpa” non sarà soltanto della loro debolezza.
      Se la storia non comprende un’approfondimento dell’omosessualità, immagino che fili tutto liscio, e riflettere invece su cosa si intenda per mascolinità mi sembra una buona idea.

      1. Si tratta di una scena che non avevo progettato, ma che è uscita molto bene. Una litigata fra il protagonista (eterissimo!) e questo ragazzo, in cui quest’ultimo domanda “cosa significa per te essere uomo?” e soprattutto “chi è più uomo fra noi due?”. Insomma, davvero la mascolinità dipende dalla differenza fra una ceretta e un tatuaggio, o da un insieme di comportamenti (in parte naturale e in parte socialmente indotti) e istinti naturali che non c’entrano niente con l’orientamento sessuale e la sua manifestazione esterna? Chissà se poi questa scena rimarrà, quando farò la revisione. Mi piace molto, ma spero non sia off-topic.

  4. Vediamo se ho capito. Quando diciamo: “Scrivi la tua stramaledetta storia perché quello che importa è come la scrivi, non chi sei”, di fatto diciamo e scriviamo della pura FUFFA. O sbaglio?
    In effetti credo che tu abbia ragione. Mi sono chiesto più di una volta (è un esempio che c’entra come i cavoli a merenda, o forse no), se riuscirei a leggere Knut Hamsun (che scrisse il necrologio di Hitler) sapendo che i miei nonni erano finiti a Dachau. O Celine, che scriveva articoli così violentemente antisemiti da essere censurati dal governo di Vichy. Noi diciamo spesso che non ci interessa quello che uno ha fatto, o è, ma in realtà lo diciamo solo perché diamo per scontato che costui o costei è in fondo perbene (anche se ha i suoi demoni: vedi per esempio Caravaggio).

    1. Sì, intendo qualcosa del genere. Il modo in cui scriviamo dev’essere in armonia con la nostra identità, perchè la maestria artigianale è necessaria ma non può sostituire il “carburante umano”. Non è una questione di purezza: ne va della riuscita della nostra scrittura. Non sapevo che i tuoi nonni fossero finiti a Dachau, mi dispiace. Ogni tanto penso che mi piacerebbe leggere Celine, ma per sbaglio ho letto qualche suo libello misogino… e non sono molto ben disposta. Poi certo, la morale è un ulteriore livello del discorso. Una persona che disprezziamo moralmente può scrivere libri convincenti ed esteticamente splendidi, se artigianato e “carburante umano” collaborano. E tuttavia potremmo avere sentimenti contrastanti di disprezzo, o anche odio, per opere simili. E’ un discorso complesso. “Noi diciamo spesso che non ci interessa quello che uno ha fatto, o è, ma in realtà lo diciamo solo perché diamo per scontato che costui o costei è in fondo perbene.” Sì, sono d’accordo.

  5. Perdonami, forse non ho compreso bene il senso del tuo articolo, ma mi pare d’avere capito che se si inserisce in un romanzo o racconto che sia, un personaggio, il suo inquadramento sessuale viene comunque modificato dal genere sessuale, oppure dall’orientamento di chi scrive, corretto?
    Premesso che sicuramente quanto si scrive passa una sorta di elaborazione da parte dello scrittore, con questo ragionamento non sarebbe possibile ideare nessun carattere con pensieri e ideali diversi da se stessi, o quantomeno ci si rifarebbe a personaggi standard, scimmiottandoli.
    Ma forse ho capito male?
    Riguardo alla domanda sull’avere incontrato qualcuno degli esempi: mah ho trovato di tutto un po’ nella vita; certo non essendo in tutti i mondi in cui di tutto un po’ ho trovato, non posso dire con certezza di avere compreso bene ogni sfumatura sessuale o comportamento e magari neanche mi interessava.
    Per quanto riguarda invece il discoro uomo molto uomo e donna molto donna, bisogna fare distinzione tra sesso e genere.
    Questi ovviamente (e come sempre) sono miei personalissimi pareri.

    1. Sì, sostanzialmente intendo quello. Con una precisazione che poi è venuta fuori, più che altro, nei commenti: suppongo che con “materie più celebrali”, come l’opinione politica, si possano mimare in modo convincente posizioni diverse dalla propria. Ma quando c’entrano gli istinti, quando c’entra il corpo, molto spesso si finisce per scimmiottare. Poi c’è anche da dire che spesso, di avere termini adeguati di paragone, ci importa poco: possono anche produrre per tutta l’eternità personaggi queer che sembrano perfetti e convincenti solo agli occhi degli etero, perchè a livello finanziario pesa di più il gusto della maggioranza.
      Non intendevo solo gesti o situazioni eclatanti: anche solo un “che camicia da frocio!” conta come pregiudizio purtroppo.
      Sì, bisogna fare distinzione tra sesso e genere. E’ una cosa che molte persone non concepiscono purtroppo, e ci sono cascata anch’io. Tutt’ora l’espressione “sentirsi donna” per me non ha alcun significato, per cui eviterò di scrivere personaggi femminone finchè non l’avrò capito.

      1. Però, qualunque cosa scriverai sarà un tuo punto di vista… Ed è il bello di tutto ciò.
        Si può tentare di far agire un qualunque personaggio nel miglior modo possibile, ma intanto ci sarà il nostro soggettivo modo di percepire le cose, che si rifletterà su come lo rappresentiamo… Ma va bene così, perché tanto chi legge lo percepirà a modo suo e, comunque: siccome ciascuno è caso a parte, perché preoccuparsene? Se si dà per scontato che non esistano classi di appartenenza ben definite, ma che esistano invece migliaia di sfumature, potresti avere comunque azzeccato un buon personaggio. C’è anche da dire che pur descrivendo se stessi per filo e per segno, si potrebbe venire presi per falsi.
        Questo sul discorso genere \ sesso… ma vale anche sul credo religioso, politico, perfino descrivere un uomo che picchia la propria moglie; in generale non è semplice dare vita ad un buon personaggio… Ma non penso che dipenda solo da cosa si è, ma anche da quanto si sa.

  6. Guarda, che c’entri l’interiorità, che c’entri la documentazione, sí, ci sto. Ma il potere, anche se non ne vuole parlare nessuno, é importantissimo. Se fosse vero che “in fondo ognuno dice la propria e nessuno ha piú ragione degli altri”, allora non esisterebbero gli stereotipi, che invece sono dovunque, anche se non ce ne preoccupiamo finché non tocca a noi (vallo a spiegare, al resto del mondo, che Italia non vuol dire mafia, eppure é solo “una loro opinione”… oppure no?) A nessuno piace riconoscere l’importanza di questi fenomeni culturali, perché portano alla superficie le differenze sociali tra gli scrittori, e mettono in crisi la comodissima (e falsissima) idea che la letteratura sia in iperuranio dove regna la fratellanza, l’uguaglianza e la democrazia, sotto il vessillo comune della bellezza 😉

    1. Beh su quello sì, sugli stereotipi c’è poco da fare o meglio ci sarebbe tanto da fare… Ma per quanto riguarda il proprio modo di scrivere, non so fino a che punto preoccuparsene. Sarei per una personale visione il più possibile coerente con la realtà e mi sentirei contento di avere azzeccato almeno per l’80% un particolare tipo di carattere.

  7. “Se la scrittura dev’essere sincera, come posso fare per scrivere un vero uomo, o una vera donna? Che cos’è un vero uomo, o una vera donna? Per scrivere un vero essere umano è sempre necessario scegliere tra vero uomo e vera donna?”

    Questo pezzo mi è piaciuto particolarmente, perché racchiude un pensiero che avevo ben radicato dentro ma su cui non ho mai riflettuto davvero. Io non mi sono mai posta veramente il problema perché per parlare di persone per me non è importante scrivere di un uomo vero/donna vera, io cerco di creare una personalità che è quasi del tutto distaccata dalla natura sessuale del personaggio. Io stessa non mi sono mai veramente identificata in un genere sessuale e di conseguenza non ho mai focalizzato la mia attenzione sul come descrivere un maschio/donna credibile. Per me era importante che fosse credibile e coerente il suo modo di pensare e comportarsi in base a come l’avevo delineato, punto. Poi è anche vero che raramente ho trattato di storie d’amore, anzi quasi mai. Mi sono spesso concentrata sull’amicizia, che considero comunque una forma d’amore. Non so se ho afferrato davvero ciò che volevi comunicare, ma su quello che ho capito mi trovo d’accordo. Io, personalmente, suppongo di avere enormi difficoltà (e poco piacere) a descrivere personaggi di “genere”. Io parlo di umani, anime, che si sono ritrovate con un certo corpo e in una data epoca, contesto, ecc… però sono sempre personaggi che si dissociano dalla massa, visto che mi trovo bene a descrivere questo tipo di personalità.

    1. Fino a pochissimo tempo fa ho scritto come te, e a dirla tutta non me ne pento. Quasi tutti i personaggi del mio romanzo attuale potrebbero essere maschi o femmine, non cambierebbe molto (c’è addirittura un’intera razza priva di attributi di sesso o genere…). E ho avuto per tantissimo tempo un ribrezzo istintivo per le storie d’amore.
      Solo in questi ultimi anni ho cominciato a farmi domande sul rapporto tra i sessi, su come lo vivo io, sulle possibili reazioni di un eventuale pubblico di lettori…e anche le storie d’amore, o qualcosa di molto simile, è entrato nelle mie storie. Voglio però cercare di scrivere senza impormi niente; senza costringermi ad affrontare questioni di cui, in realtà, non mi importa niente o non ho capito niente.

  8. Sono giorni che ti leggo e vorrei scriverti qualcosa, ma non riesco a sintetizzare tutto quello che mi gira per la testa. Partirò da questo: ho sempre pensato che la scrittura fosse qualcosa di “tecnico”, prima che qualcosa di viscerale. Non ho mai pensato che avesse senso parlare di “ispirazione” o affini. Ora credo che serva un bilanciamento fra le due componenti, anzi, se possibile è la seconda a dover prevalere, il cuore e il fuoco che abbiamo dentro (chiedo scusa per la banalità). Se davvero scrivere fosse soprattutto un fatto di “tecnica”, allora non avrei problemi a scrivere storie d’amore o a tratteggiare personaggi femminili. Il problema c’è: le donne di cui scrivo hanno sempre fatto pena… eccessive e stereotipate, profondamente stupide. In una parola: piatte. Delle storie d’amore non ne parliamo proprio. Questo mi fa pensare a quale forza abbia il condizionamento esterno sulla propria visione, che si traduce inevitabilmente in lettera morta e non perché io non conosca, ma perché ho inconsapevolmente adottato una realtà manipolata da altri, stereotipi che non condivido. Le mie donne di carta erano sorridenti come dovevano essere, magari un po’ intriganti, ma non avevano una vita loro. Io stessa, parlando per assurdo, sono stata il personaggio che altri hanno capito e pensato di leggere, etichettata come ragazza, e in quanto tale – mettiamo – amante della conversazione femminile alle partite di pallone. Io, magari, alle partite di pallone volevo partecipare, giocando in campo, senza discutere di scarpe o di dove passerò le prossime vacanze. E qui mi fermo un attimo. Ho sempre trovato difficile uscire da questo gioco al massacro della comunicazione per stereotipi; l’ho fatto anche una manciata di parole fa, riferendomi alle ragazze con cui non avrei voluto parlare di scarpe. Senza rendere ulteriormente ingarbugliato il discorso… mi chiedo come posso fare a rendere vero qualcosa che vivo quotidianamente come una finzione, per quieto vivere o per farmi intendere in un gruppo. Vivere come la ragazza standard che parla con ragazze standard mentre ragazzi standard giocano a un gioco standard. Io non voglio essere una “ragazza”, io sono al massimo “Francesca”.
    Paradossalmente, ho trovato più liberatorio esprimermi attraverso personaggi maschili, dove non mi sentivo condizionata a rispettare una data codificazione. Io non sono questi personaggi, ma sicuramente hanno qualcosa di me. Non ho più riprovato a scrivere un personaggio femminile, ma se lo facessi ora, da persona che ha imparato un po’ di più ad accettarsi con tutte le sue sfumature, credo che potrei fare un lavoro migliore. Mi hai colpito quando hai scritto “l’uomo medio può tacere, perché sanno già tutti chi è” e so che è vero perché io stessa ho serie difficoltà a tacere, anche se lo devo ammettere… per mancanza di coraggio (o di comprensione per quella che sono) ho preferito fare finta di niente.

    1. Più articoli e più voci della rete mi stanno spingendo a esprimermi con un articolo a parte, prima o poi lo farò, sull’argomento che hai sollevato anche tu: il rapporto passione/tecnica.
      Chi non scrive o ha appena iniziato pensa che sia tutta questione de core, che si debbano veramente aspettare le Muse. Dopo un po’ capisce che le Muse si chiamano tecnica e duro lavoro: senza le capacità artigianali rimangono grezze sia la capacità di esprimersi, sia la capacità di pensare e sentire. E poi c’è un terzo passaggio, che hai detto tu e io sottoscrivo: sotto tutto questo dev’esserci un fuoco. Non l’interesse, non le opinioni; il fuoco. Ci posso aggiungere, tanto per togliermi ancora due sassolini dalla scarpa, che tutta questa enfasi sulla tecnica è a scopo di lucro (soldi, autorità, visibilità, ecc ecc.). L’industria che ruota attorno alla scrittura e all’ego degli aspiranti scrittori promulga l’idea che la tecnica sia tutto, semplicemente per spingere la gente a comprare manuali, ad andare a corsi di scrittura, a eleggere guru del settore… nessuno dice che scrivi bene solo se hai qualcosa da dire e non puoi esprimerlo altrimenti; perchè questo non venderebbe.
      I miei personaggi femminili sono stati piatti praticamente sempre. Mi ci sono voluti anni per riconoscere che non avevo compreso cosa fosse una donna: per quanto la società continuasse a ripetermelo da ogni parte, io vedevo solo individui che cercavano di nascondere sè stessi per tendere a quell’ideale chiamato donna. I miei personaggi si rifacevano a quell’ideale che era, appunto, un guscio vuoto. Mi sono allora rivolta ai personaggi maschili, soprattutto quelli creati da donne, che contenevano in parti uguali i desideri e i timori delle donne, e tutto ciò che alle donne non era permesso essere. Da Sailor Moon in poi ho fruito di quei personaggi e posso dire che oggi, in gran parte, lo sono diventata (senza i capelli favolosi, i due metri di altezza, e ovviamente la *materia prima*, insomma ci siamo capiti). Forse molti storcerebbero il naso e direbbero che sono fuggita dalla mia identità femminile rifugiandomi in una mascolinità fasulla… la realtà è che proprio da qui, vedendo ormai da lontano la mia femminilità, come qualcosa di esiguo e molto relativo, ho cominciato ad acquisire la capacità di costruire personaggi femminili almeno decenti. Mi sono molto immedesimata in quello che hai scritto. A dirla tutta, persino questa cosa del nome mi calza stretta…io sono troppe persone insieme, com’è possibile dare a tutte lo stesso nome?

  9. Credo che il nome sia l’unica etichetta che riesco a sopportare, e poco anche quella. Per vedermi realmente, dovrei chiudere gli occhi. Per definirmi o “chiamarmi”, dovrei rileggere le migliaia di pagine belle e brutte che ho scritto. Una volta qualcuno mi chiese se per essere più “dolce”, “carina”, “affabile”… non sarebbe stato meglio essere più simile a un’altra persona. Pensai subito che fatico già abbastanza fatica nell’essere/realizzare me stessa, per fare l’ulteriore sforzo di essere qualcun altro. Posso fare molto poco per modificare la mia natura, ma farò ogni sforzo possibile per capirla, e se anche io non ho del tutto compreso cosa sia una donna è anche perché si tratta di un ruolo che percepisco come artificiale. Prendiamo la maternità. Non si fa che parlare di momento più bello della vita di una donna e se giri per qualche social network pare veramente così, ma poi mi guardo intorno e ci sono anche tante persone spaurite, che non sanno se saranno all’altezza, sento parlare di depressione post partum… Chi parla della depressione? figuriamoci di quella post-partum… Io “questo tipo” di donna lo rifiuto e scelgo di abbracciare la mia imperfezione… o meglio, il mio essere altro, senza farmene una colpa.
    La mia guerriera sailor preferita era Morea – Mako-chan per intendersi 🙂 . Mi piaceva perché era protettiva, dolce ma risoluta e poteva tranquillamente prenderti a calci nel sedere se te lo meritavi. Fu un primo passo, ma chiaramente era la dimostrazione che c’era qualcosa oltre “Piccole donne” per esprimere l’individualità di una donna/ragazza. Però ti convincono gioco forza che è solo un cartone animato, che non puoi basarti anche su questo, se ti comunica qualcosa, per fare un passo ulteriore… Ora non farei più questo errore di sottovalutazione. Non l’ho fatto per Death Note e per il personaggio di Misa. Sono, siamo tante di quelle cose. Perché limitarsi? Io ho dentro un pezzo di Morea e un pezzo di Misa… il mio alter ego è un uomo, un uomo su cui scrivo da tanti anni. Il mio personaggio preferito. Noi con la nostra ricchezza interiore facciamo la vera differenza e mi viene l’orticaria quando penso a tutti quei metodi a buon mercato cui hai giustamente fatto riferimento. Prima si imparano le parole, poi si imparano quelle degli altri e si legge, poi si imparano le nostre. Non si suona il violino e men che mai si improvvisa se non si conosce alla perfezione la tecnica… ma se non hai passione sei un registratore e non un violinista.
    L’articolo che hai scritto ha smosso qualcosa e il bello è che va al di là del concetto di uomo o donna o di chi scegliamo di amare. La questione è che dobbiamo poter essere liberi di capire chi siamo noi e di amarci senza riserve.

    1. “Mai dire mai” – come mi risponde in genere l’amica in odore di matrimonio – ma sono abbastanza sicura che non avrò mai figli. Che dire, ho battuto la testa durante l’infanzia? Purtroppo l’idea mi disgusta e ho l’istinto genitoriale di una piastrella. La maternità appartiene a quel lungo elenco di cose che vengono glorificate dalla società non appena cominciano a sparire:
      -abbiamo asfaltato mezza Inghilterra con la rivoluzione industriale? Cominciamo a decantare le bellezze della natura selvaggia!
      -abbiamo costruito una società dove è già tanto che la donna sopravviva e abbia tempo ed energia per respirare? Cominciamo a glorificare la maternità!
      Ho vissuto la depressione, ma non troverei la forza di scriverla. Tutt’oggi è tabu, è solo pigrizia, è solo tristezza.
      Da piccola con le mie amiche volevo essere sempre Sailor Jupiter, poi qualcosa è andato storto, a quanto pare.(Tutt’oggi non riesco a empatizzare col cast femminile di Death Note; vuoi l’Asperger, vuoi chissà cosa, mi sentirò sempre Near nel bene e nel male.) “Prima si imparano le parole, poi si imparano quelle degli altri e si legge, poi si imparano le nostre.” Hai sintetizzato molto bene. Sono contenta che le mie riflessioni ti “siano arrivate” e ti abbiano dato qualcosa 🙂

  10. Parto dal fondo, ovvero che ha un occhio attento molte delle cose che hai espresso si erano già intraviste sul tuo blog, e non mi ero poi sbagliata molto sull’idea che avevo di te (^^)
    Io sono convinta che il nostro genere sia legato alla nostra energia. Come nel teatro, difficilmente un uomo riuscirà a interpretare efficacemente un personaggio femminile e viceversa, perché le due energie che vengono mosse sono differenti. Opposte. E sul palco funzionano solo se stanno l’una in simbiosi con l’altra, in armonia. Ecco, all’interno del blog (non ho recuperato tutti i tuoi articoli, ma ne ho letti diversi) si vede una cosa molto chiara, e bella: prendi sempre in esame archetipi, situazioni, cliché, pensieri che esulano dal genere del loro protagonista. Ti faccio un esempio: i tuoi archetipi sono prevalentemente asessuati: Il Mentore, Il Guardiano della Soglia, il Mutaforma, l’Ombra. Ogni cosa che hai scritto è ben lontana dall’identificarsi, per questo mi è sempre parso che tu, non lo facessi. Ma è una percezione, nulla più. Tornando al tuo articolo, l’ho trovato molto interessante. Io credo che un lettore debba immedesimarsi in un personaggio, calarsi in un’ambientazione, riuscire a trovare empatia con un qualcosa della storia che sta leggendo. Io, per esempio, non sono mai riuscita a leggere yaoi, shonen ai o yuri. Semplicemente perché non mi hanno mai trasmesso nulla in quanto, come hai evidenziato, denotano una forte componente che li rende piatti e macchiette all’interno di situazioni sempre troppo simili e ripetitive. Non mi emoziona il fanservice della mia band preferita (se indirizzato al fandom che ne rende i membri degli omosessuali convinti, per esempio) né una storia d’amore tra due personaggi dello stesso sesso. Perché non riesco a immedesimarmi, immagino. Ho invece letto storie che trattavano tematiche omosessuali che mi hanno conquistata pur senza immedesimazione. I personaggi erano così drammatici, così credibili e forti, che non importava se la storia era tra due uomini: funzionava, era credibile, faceva piangere e dannare l’anima. Dunque erano storie PERFETTE.
    Non credo sia il genere a fare la differenza, né il tipo di relazione tra i personaggi, quanto piuttosto la loro complessità, che li trasforma da personaggi a persone. Sembra banale, ma credo che il grande segreto sia questo. E credo che anche il mondo LGBTQIA si possa tranquillamente emozionare per una storia eterosessuale se scritta in modo tale da dare spazio ai protagonisti e ai sentimenti in modo tale da toccare il vissuto del lettore. Sugli stereotipi legate al LGBTQIA ti quoto. Mi fai venire in mente il personaggio di Felix, di Orphan Black. Adolescente, bisessuale (più omosessuale a dire il vero), gigolò e assolutamente geniale. Una coppia invece per cui ho sempre tifato (ecco, mi sto contraddicendo maledetta me!) è quella di Ian Gallagher e MIky Milkovich, di Shameless. Perché funziona? Perché i due protagonisti sono quanto di più lontano dallo stereotipo dell’omosessuale possa esserci, uno in lotta con la propria natura l’altro ben conscio di ciò che è. Questo per dire che il loro essere credibili, dell’imparare ad accettarsi (come individui e come coppia), imparare a crescere anche, fa parte della loro determinazione come individui. E fa di loro i personaggi migliori della serie, nel lungo periodo. Per questo credo che, al di là di LGBTQIA, omosessualità e minoranze, si debba parlare di storie vere, di storie che sappiano comunicare e parlare a chi le legge. Io non credo che l’amore sia diverso per genere, ma da persona a persona. Eppure, in un certo senso, credo ci siano alcuni denominatori comuni per tutti, che fanno in modo sia una delle leggi universali. Se si parla invece di LGBTQIA e società, qui si apre un capitolo a parte. Perché non è solo prostituzione, è veramente una ricerca del sé e un viaggio dentro sé stessi. Potrei consigliarti “Supernova”, l’ultimo romanzo della Santacroce. C’è tanto di quello di cui parli in questo articolo, e credo sia uno dei suoi romanzi meglio riusciti. Se vorrai leggerlo, aspetto di sapere cosa ne pensi: sono pronta per un bel confronto (^^)
    E scusami per lo sproloquio, credo anche di aver divagato troppo!

    1. Non mi piace parlare di me, a meno che l’articolo non lo richieda necessariamente – mi sembra un argomento così noioso! Però spesso mi chiedo se i miei utenti mettano insieme, per caso o di propisito, i frammenti di personalità che dissemino mio malgrado qua e là per gli articoli, e mettano insieme un quadro generale di chi li ha scritti.
      Credo di capire il parallelo che fai tra energia e genere. Secondo me funziona. Da questo punto di vista sì, il mio blog è androgino come me. Mi è capitato raramente, ma mi è capitato, di amare una storia senza immedesimarmi davvero nei suoi personaggi, solo perchè l’orchestrazione complessiva era appassionante, credibile, “stava in piedi”. Qualche tempo fa ho ribloggato sul mio tumblr una citazione: “le nostre sofferenze e debolezze, finchè sono personali, non hanno alcun interesse letterario. Sono interessanti solo nella misura in cui possiamo considerarle tipiche della condizione umana.”
      Mi stai parlando così bene della Santacroce che quasi quasi mi spingi a darle una seconda possibilità 😛

      1. Prova a dargliela con “Supernova”, credo tu possa trovarci qualcosa di buono. E il sesso c’è, ma è marginale rispetto ad altri suoi romanzi. Insomma, più che marginale direi meno invasivo ma molto intenso. A me invece piace un sacco quando gli autori parlano di sé: mi sembra di capire anche i meccanismi della loro scrittura così, per cui pollice su per ogni volta che lascerai una briciola di pane! (^^)

  11. Molto interessante questo articolo. ^_^ Ci sarebbero tantissime cose da dire, ma per non scrivere un tema infinito dovrò concentrarmi solo su alcuni punti (e verrà infinito lo stesso XD).

    Dunque, sicuramente è vero che nelle opere di intrattenimento ci sono fin troppi stereotipi sui generi e sugli orientamenti sessuali, e questo inizia a diventare sempre più fastidioso. Il discorso del target però è fondamentale, e io stessa ci ho riflettuto spesso come aspirante scrittrice. Per fare il primo esempio che mi viene in mente, io in questo periodo non me la sentirei di scrivere un romanzo incentrato sulla maternità, perché so che tantissime lettrici donne, al contrario di me, l’hanno vissuta in prima persona, quindi potrebbero accorgersi facilmente della mia inesperienza. Lo stesso discorso lo applico alle storie incentrate fortemente su rapporti omosessuali, specialmente tra uomini. Ho inserito personaggi gay/bisessuali nelle mie storie, ma non erano mai i protagonisti.
    Al contrario, ci sono alcuni aspetti in cui secondo me ci si può “fare furbi” molto di più. Sempre per fare un esempio: io non scrivo romanzi storici, ma immagino che molti autori di questo genere debbano inventare molto sulla mentalità del protagonista calato una certa epoca, sia per la possibilissima carenza di fonti complete sia per rendere il romanzo adatto al pubblico di adesso. Un vero uomo del Medioevo magari troverebbe assurdo il comportamento di un cavaliere di un romanzo storico scritto l’anno scorso, ma dato che le persone di quell’epoca sono tutte morte, non fanno parte del nostro target potenziale, quindi la cosa non è importante.
    Ecco, devo ammettere che è un peccato che, per molti editori, il target “non etero” sia considerato ininfluente. Mi sembra che le cose stiano un po’ cambiando, ma chissà.

    Passando invece al romanzo che ho scritto io… ecco, qui la cosa si fa complicata da spiegare. Io ho scritto una fiaba fantasy che ribalta gli stereotipi di genere in chiave un po’ umoristica (specialmente all’inizio). Questo da una parte la rende una lettura leggera e senza palesi intenti morali, dall’altra qualcosa di diverso dal solito e (mi auguro) di non superficiale, dato che più avanti la storia prende una piega un po’ più seria.
    Senza fare troppi spoiler, posso dire che c’è un personaggio chiave che si ritrova senza volere con un look completamente diverso da quello “usuale” del suo sesso. Ma nonostante questo, “sotto” dovrebbe essere in un certo senso la tipica persona che il lettore medio percepisce come normale (etero, con il genere che corrisponde al suo sesso biologico, ecc). Specifico che non ci sono trasformazioni stile Ranma 1/2, ma non posso davvero dire di più perché rivelerei troppo. 😄
    L’approccio che spero sia un po’ diverso dal solito, e che ai miei beta-reader è piaciuto, sta nel fatto che questo personaggio non dà affatto importanza all’aspetto temporaneo che si ritrova ad avere, perché questo non gli crea alcuna crisi d’identità; questa persona sa chi è e sa cosa le piace, e non ha bisogno di scriverselo in faccia, anche se tutti gli altri personaggi (con pochissime eccezioni) continuano a farsi idee errate sul suo conto.
    Ecco, questo è il tema con cui mi sono divertita a giocare, e che è anche ciò attorno a cui ruota buona parte della mia storia.
    Concludo con una nota negativa: devo ammettere che, nonostante il mio romanzo sia piaciuto ai beta-reader che mi hanno lasciato un giudizio, e nonostante io abbia ricevuto due proposte editoriali da editori seri, c’è una piccola questione che mi ha lasciato un retrogusto amaro. Facendo qualche domanda più mirata ai lettori, infatti, ho capito che il personaggio di cui ho parlato sopra tendenzialmente non viene ritenuto attraente dalle persone etero del sesso opposto. La cosa mi ha lasciato un po’ delusa perché, tutto sommato, le caratteristiche “strane” su cui ho giocato sono quasi tutte legate a un look temporaneo, mentre quelle intrinseche sono semplicemente lontane dagli steretipi di “donna femminile”/”uomo macho” a cui siamo abituati, ma non per questo brutte, almeno per me. Ecco, devo ammettere che, a maggior ragione perché si tratta di una storia scritta, speravo che il lettore o la lettrice potesse affezionarsi di più al carattere e meno all’estetica del personaggio. Ma per ora è presto per pensarci, qualche lettore non fa statistica. Vedremo con la pubblicazione. ^_^

    1. Condivido del tutto con te il discorso sul target (insomma, meglio non scrivere per una fascia d’età che non è ancora stata “raggiunta”) e quello sui romanzi storici (finchè non si coinvolge il punto di vista di un “vivente”, si può procedere senza la paura di pestare i piedi a qualcuno).
      Quello che hai scritto del tuo romanzo mi ha fatto venire in mente una scena di un manga che leggevo quando avevo sui 15-16 anni: Angel Sanctuary. In pieno stile giapponese, lì c’era un vero passaggio alla Ranma, per cui il protagonista maschile si ritrovava di botto nel corpo di una maggiorata con i capelli lunghi fino ai piedi. Però, senza scomporsi un minimo, si aggirava per le vignette quasi senza vestiti, sedendosi come un camionista, muovendosi come un camionista, tutto impegnato a ritrovare la propria ragazza 😄 Non saprei dire perchè quel personaggio sia risultato a
      poco attraente al sesso opposto. A me sarebbe piaciuto più dell’etero medio… ma forse dipende dal fatto che, beh, che sono io.

      1. Angel Sanctuary lo conosco di nome, ma non l’ho mai letto. A livello di anime sono stata un po’ influenzata da Host Club (di cui purtroppo non ho ancora letto il manga), mentre come letteratura direi “La dodicesima notte” di Shakespeare, da cui ho preso proprio uno degli elementi.
        Per quanto riguarda il discorso del personaggio poco attraente, la prova del 9 l’avrò quando uscirà il romanzo, perché finalmente avrò il parere dei lettori e delle lettrici adolescenti, a cui in effetti il romanzo sarebbe indirizzato: tra i miei beta reader ne ho avuto solo uno, e non era dell’orientamento sessuale “giusto” per valutare quel personaggio. 😄 Tenendo conto che si tratta di un personaggio sedicenne, è più probabile che piaccia ai/alle giovani. I lettori adulti mi sono serviti più che altro per capire se avevo scritto una storia valida in generale e se c’erano cose da aggiustare, e devo dire che sapere di essere riuscita a coinvolgerli mi ha rassicurato molto (diciamo che se un romanzo piace a più generazioni è sicuramente meglio :D).

  12. Per me è normale vedere le persone come esseri umani, a prescindere dalle loro propensioni sessuali e dal loro genere, perché ho sempre vissuto in questo modo me stessa, e solo recentemente ho iniziato a identificarmi di più nella tribù delle donne.
    Essere se stessi non è facile, anche a prescindere dall’orientamento sessuale, perciò “scrivi quello che vuoi” è sia ovvio che quasi impossibile. Per ora in letteratura ho trovato più che altro stereotipi, ma c’è da dire che non ho mai cercato attivamente storie in cui figurassero queer; immagino che qualche autore sia riuscito a fare di meglio. Nella vita sì, ho conosciuto persone non etero, ma non abbastanza da poter dire di conoscere le sfumature dei loro sentimenti o i dettagli delle loro vite. Sono d’accordo con te che di certe cose non si possa scrivere senza averne esperienza diretta, o molto ravvicinata. Ugualmente ho parlato di omosessualità in un paio di miei scritti, ma solo perché sono incentrati sul contrasto con l’ambiente e il periodo storico, non sui personaggi coinvolti. In altro modo non avrei potuto parlarne, e anche così ho rischiato la mia dose di stereotipi.
    (I nonni a Dachau avevano convinto anche me! 😉

    1. Come ho scritto anche a Shiki, per lunghissimo tempo mi sono sentita solo una persona, e ho creato personaggi che fossero solo persone. Poi mi sono accorta che ero immersa in quella dimensione che per natura ignoravo, perchè erano gli sguardi altrui a piazzarmici – e quindi sono stata costretta ad affrontarla, a farci a botte e infine a ignorarla come prima, ma stavolta in modo esplicito. Penso che “essere sè stessi” sia una delle cose più difficili da fare per uno scrittore in generale: chi sono io? e che cosa voglio scrivere? e in che modo voglio scriverlo? Forse non si trovano mai risposte perfette a queste domande.. solo risposte sempre migliori col passare del tempo.
      Un particolare abbastanza ridicolo, è che non so scrivere di bambini. Ed è ridicolo perchè i bambini sono al centro di Natale ad Hamelin e di un altro racconto che pubblicherò più in là. Penso però che non lo rifarò. Anche se, ovviamente, ho attraversato quell’età, non so descrivere approfonditamente la loro psicologia. Ho usato il poco materiale autobiografico che mi è rimasto per scrivere quei due racconti e, a meno che non ne scovi dell’altro, non parlerò mai più di bambini 🙂

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