Le minoranze hanno bisogno delle proprie storie

Questo post nasce dall’articolo “La realtà attraverso gli occhi dello scrittore“, di Anima di Carta. Dalle riflessioni che mi ha suscitato il suo discorso, ho intuito che il concetto di realismo è elastico, e non solo perchè un lettore ingenuo può “bersi” personaggi o situazioni che farebbero ridere i più esperti.
Intendo dire che non esiste un’unica solida realtà. Il nostro concetto di plausibile dipende dalle esperienze che facciamo e dal contesto in cui viviamo. Nell’opinione pubblica, nella cultura e quindi nella letteratura tende a prevalere il concetto di “naturale, normale, reale” che va per la maggiore, che è condiviso dalla maggioranza. E tutti gli altri? Tutti quelli che vivono una forma particolare di normalità, troppo particolare per essere inclusi nella maggioranza, che ruolo ricoprono nella nostra letteratura?

Sto per fare un discorso politico?
Può darsi. Se per politica si intendono i rapporti di potere che caratterizzano ogni relazione umana, allora sì, sarà un discorso politico. I libri non nascono nel vuoto. Ogni storia nasce nella melma organica in cui proliferano le vite umane, e come ogni altra cosa umana, anche i libri sono soggetti ai movimenti di potere, le alleanze, le conversioni, le sconfitte e le ingiustizie che segnano le vite degli uomini.

Siamo scrittori e lettori privilegiati

Molti di noi sono fortunati ma non se ne accorgono, non si pongono il problema.
Prendiamo me, voglio espormi per prima. Ecco le cose a cui non penso di solito:

1) Sono in salute.
2) Ho entrambe le braccia e le gambe, e mi reggo in piedi.
3) Sono di etnia causasica.
4) Vivo nel primo mondo.
5) Non ho mai visto una guerra.
…potrei andare avanti se volessi. Rispetto a un malato grave, a un infermo, a una persona di colore, che magari viene da un paese in via di sviluppo, o segnato da conflitti o guerre civili, ho importanti privilegi in tutti i campi. Ma qui parliamo di libri.

  • Il mio privilegio come lettrice: la maggioranza dei libri che vengono pubblicati ogni anno parla di persone come me. Poichè quei libri sono quasi di sicuro scritti da autori che vivono nella mia stessa condizione, ci sono buone probabilità che il mio contesto venga descritto bene, con verosimiglianza e serietà, senza piegarsi a quello o quel’altro stereotipo.
  • Il mio privilegio come scrittrice: poichè il mio contesto, di cui si alimentano le mie storie, coincide con quello della maggioranza degli editori e dei lettori esistenti, ho molte più probabilità di essere pubblicata e apprezzata.

E’ colpa mia? No, non è colpa mia

Sono stata graziata dal caso e non è colpa mia, che il mio cuore sia tutto pieno di certe cose, e non di altre. Posso solo sfruttare al meglio l’opportunità  che mi è stata data. Cercare di essere la versione migliore possibile di me stessa, e scrivere nel modo più serio e limpido possibile del mondo in cui vivo, dei suoi sogni e dei suoi incubi. Anche se la scrittura è soggetta alla politica, penso che non dovrebbe mai diventare politica. Non credo alla letteratura impegnata. La letteratura dovrebbe essere ben fatta e basta.

E se sei uno scrittore o lettore “di minoranza”?

Se sei il tizio di cui sopra, infermo, o malato, o di colore, proveniente da un paese povero oppure martoriato dalle guerre? Oppure se sei omosessuale? Se hai una malattia mentale? Ecc ecc.

Le tue storie finiscono nel ghetto assieme a te.

  • Il tuo mondo rimane ai margini della vita editoriale. La maggioranza degli scrittori non è interessata al tuo punto di vista. I personaggi con il tuo stesso problema o particolarità saranno assenti nella maggior parte dei romanzi che trovi in libreria. Per non parlare di storie completamente immerse nel tuo contesto, dove la maggioranza del cast abbia esperienze simili alle tue. E’ un evento storico, quando e se accade. Il lettore medio non condivide i tuoi problemi, quindi non gli interessano. Perchè pubblicarli, allora?
  • Puoi partecipare alla letteratura solo come militante politico. Se per miracolo trovi qualche scrittore interessato al tuo contesto (magari perchè ne fa parte), spesso i suoi romanzi saranno troppo inquinati dalla propaganda per essere belli o sinceri. Tra le minoranze spesso la voglia di esprimere le proprie opinioni è più pressante della tensione alla buona letteratura. Così, che tu sia gay, nero, povero o handicappato, tutto questo sarà più importante della tua semplice, ordinaria umanità.
  • Puoi guadagnare larga visibilità solo se diventi una moda. E questo accade in genere se il tuo mondo comincia ad essere un problema per quello degli altri. Se parlare di te diventa figo, diventa impegnato, alternativo, radical chic, e se quindi accetti di diventare una macchietta, di mescolare il tuo dolore e le tue conquiste all’allegro girotondo consumistico dei trend editoriali (per esempio, facendoti accompagnare da qualche decina di romanzetti copypasta che scimmiottano il tuo titolo o la tua storia)…allora anche tu avrai il tuo annetto di notorietà.

Non voglio decidere vittime e colpevoli, e nemmeno affermare che non possano esistere eccezioni alla regola. Semplicemente, questo è un problema, e ne voglio parlare.

Io appartengo ad almeno tre minoranze

Non ho niente da nascondere. Sono solo tre delle moltissime cose che contribuiscono alla mia identità, come scrittrice e come persona – chi ha occhi per intendere se ne accorge anche solo da quello che scrivo.
Vivo ogni giorno senza etichette o compartimenti stagni. Mi ritengo solo un essere umano, anzi, un essere vivente – tutto il resto per me è secondario. I miei “compagni di minoranza” possono comprendere bene certi miei problemi, e di questo sono grata, ma sono molto diversa anche da loro. Perchè? Perchè sono un individuo. E anche loro, tutti loro, e anche tutti voi che leggete, per me siete soprattutto, prima di tutto individui irripetibili, e al di là di tutte le categorie ed etichette che la società ci ha appioppato o che noi stessi ci siamo scritti in fronte, io so che quando vi parlo sto approcciando un mistero che devo rispettare.

Proprio da questo punto di vista estremamente individualista che forse mi rende una persona più arrogante e inconcludente ma, forse, anche una scrittrice migliore – voglio esplorare il rapporto fra le mie “tre minoranze” e la mia attività di scrittrice e lettrice.

Domande per voi… se è lecito chiedere 🙂

Appartenete a qualche minoranza o gruppo svantaggiato? Avete amici o parenti che ne fanno parte? Come pensate che siano trattati questi gruppi nei libri che avete letto? Erano presenti? Avevano un ruolo, una caratterizzazione o un percorso stereotipati? Pensate che siano invece sfaccettati o realistici?

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27 pensieri su “Le minoranze hanno bisogno delle proprie storie

  1. Da un punto di vista formale, credo che chiunque possa riconoscersi in una qualche minoranza. Il fatto è che oggi, secondo me, nessuno vuole farlo: nascondersi nella massa è molto più comodo.
    Sono trent’anni (anche quaranta) che nessuno fa più discorsi politici. E si vede. È una gran bella cosa che qualcuno ricominci a farne!

  2. Un infermo, un omosessuale, uno che ha vissuto la guerra (è pieno di scrittori) perché non dovrebbero finire nel ghetto degli autori?
    Un editore ti pubblica se scrivi una buona storia, perché un infermo, un omosessuale, uno che ha vissuto la guerra non dovrebbero scriverla?

    Ho capito che vuoi dire, ma non lo condivido. Intendo che un autore deve scrivere una buona storia e basta. Se in quella buona storia c’è un protagonista che può muovere solo la testa o un profugo afgano perché l’autore stesso fa parte di quelle “minoranze”, perché non dovrebbe essere pubblicata?

    Io credo di far parte della minoranza dei misantropi, degli idealisti e forse di qualche altra che ora mi sfugge.

    La letteratura impegnata non la sopporto, non mi interessa leggerla. Una storia deve essere una buona storia e basta. Non puoi usare una storia per fare propaganda politica.

    1. Il punto è proprio questo: una buona storia dovrebbe essere pubblicata a prescindere da tutto, dal tipo di trama, dal tipo di personaggi ecc. Ma sappiamo tutti, credo, che i gusti dei lettori e le scelte editoriali seguono tanti criteri che con la buona letteratura c’entrano poco o niente. E questo non è giusto, ma penso sia la verità. (Alla categoria dei misantropi, mi sa, appartengo pure io. Degli idealisti… forse. O forse sono cambiata.)

  3. Che strano, io ho sempre pensato che la buona letteratura esplorasse i margini del gruppo, i dolori nascosti, le voci per altri versi non ascoltate! Leggere, del resto, è immergersi in un mondo altro, vedere il nostro mondo da un’altra prospettiva. Per me la letteratura è sempre stato questo, la ricerca di un punto di vista che sia altro da me.
    I miei personaggi preferiti, dei miei libri preferiti sono tutti dei “diversi” e di certo dei “diversi da me”, eppure si tratta di libri noti o abbastanza noti. Ora sto rileggendo uno dei miei libri preferiti di sempre, Memorie di Adriano, edito nel 1951, con per protagonista un imperatore romano bisessuale. Più diverso dalla massa del 1951 di così! Eppure il libro ebbe subito un buon successo e non ricordo particolari scandali. Ci furono, credo, ma il romanzo non è sopravvissuto per quasi 65 anni per quello, ma perché è scritto benissimo, è, appunto, una bellissima storia raccontata in modo sublime.
    Quindi ammetto che il tuo post mi ha un po’ spiazzato perché per me è sempre stato chiaro che è interessante (anche da una prospettiva economico/editoriale) ciò che si discosta dalla norma e che dà una prospettiva nuova.
    Immagino, a questo punto, di non poter essere che un’autrice “di minoranza” non so di quale minoranza, ma, dopo tutto molte delle così dette minoranze dell’Italia di oggi non sono che a un passo di distanza da me.

    1. Cara Antonella, se quelli che lavorano nel campo dell’editoria e della letteratura la pensassero tutti come te, sarebbero la punta dell’iceberg di un mondo migliore 🙂
      In teoria la letteratura dovrebbe essere un varco per vedere sè stessi in ogni tipo di alterità. Ma questo non è un processo indolore, e molte persone vi si oppongono nei modi più disparati perchè riconoscersi in certi personaggi o situazioni disturba la loro identità. E allora spunta fuori che la storia è immorale, che i personaggi non hanno senso o chissà cos’altro – ma, in traduzione, vuol dire solo “io mi rifiuto di immedesimarsi in questa storia. Certe situazioni non possono esistere! Non esiste che io, sotto certe circostanze, possa provare quello che provano i personaggi, che possa comportarmi come loro!” Ho visto tante persone rifiutare un certo tipo di realtà attraverso le loro scelte di lettura.

  4. Credo che tu abbia colto un problema molto attuale. Ho letto storie che parlano di minoranze da te citate, scritte bene, con personaggi interessanti e una buona trama, che non riuscivano ad avere successo. Invece altri libri “per tutti” sono riusciti a emergere con prepotenza nel panorama collettivo.
    Questo problema esisteva anche prima, ma sembra che la cosa in quest’ultimo periodo sia un po’ peggiorata (così come il panorama editoriale in generale).

    1. Non ho prove che la situazione sia peggiorata, ma vedo che spesso “accettare” un gruppo minoritario vuol dire semplicemente trasformarlo in una marionetta su cui proiettare stereotipi, desideri e paure – e in questo modo confermare la sua disumanità. Alcune delle mie storie preferite raccontano situazioni limite in modo molto complesso, e non ottengono successo proprio perchè i lettori non vogliono trovarsi nella spiacevole situazione di immedesimarsi in punti di vista problematici.

  5. Mi piace pensare che essere una minoranza non conti e che ciò che invece è importante è che un autore sappia portarmi dentro una storia, anche attraverso un punto di vista molto diverso dal mio. Quello che voglio dire è che sta alla bravura dell’autore far sì che io lettore mi identifichi con qualcuno con cui non condivido nulla, magari agli antipodi dal mio modo di essere e pensare, diverso radicalmente per lo stato sociale, ecc.
    Se poi ciò possa diventare materia di pubblicazione, non lo so.
    Forse sono troppo idealista oppure ho frainteso ciò che intendevi?
    Comunque ti ringrazio per la citazione e sono contenta che il mio post sia stato oggetto di tue riflessioni 🙂

    1. Di niente 🙂
      Anche io penso che importi solo la bravura dello scrittore, e che una storia, per autocitarmi, debba essere solo ben fatta. Ma so che i gusti dei lettori e le scelte delle case editrici non funzionano solo così. Il libro è, prima di tutto, una forma di intrattenimento che deve far guadagnare chi lo produce. Il lettore medio non vuole essere messo in crisi, e così la diversità è accettata senza problemi solo quando viene ammansita e snaturata della sua natura problematica. Faccio sempre l’esempio di Lolita perchè si presta: la stragrande maggioranza dei lettori non vuole immedesimarsi in un pedofilo. Se fosse rappresentato come un mostro disumano sarebbe accettato molto di più. Invece è un essere umano e, a modo suo, è innamorato della propria vittima, e questo al lettore medio non sta affatto bene.

      1. Però Lolita, pur con tutte le sue traversie, è stato pubblicato e sopravvive ancora. È questo che intendevo dire che la letteratura, per sua stessa natura, cerca punti di vista altri.
        I più grandi romanzi che mi vengono in mente sono per la maggior parte punti di vista altri rispetto a quello dominante in quel determinato momento. Certo, solo i capolavori, forse, ce la fanno, ma forse è anche giusto che sia così.
        E non è detto che oggi non accada più, penso ad esempio al caso letterario “Educazione Siberiana” (che secondo me non è neppure un capolavoro). Il punto di vista appartiene a una minoranza e pure disturbante.

      2. Se Lolita è sopravvissuto, purtroppo, è solo grazie a uno sparuto manipolo di critici. A guardare i pareri del fantomatico “lettore medio” su, che ne so, goodreads, c’è da disperarsi. Non ho letto Educazione Siberiana (anche se voglio leggerlo) quindi non posso dire niente su questo romanzo in particolare, ma la mia esperienza personale finora accumulata è che nelle storie la diversità viene accettata dai più solo quando è lieve, lontana o gratificante. Spero di riuscire a chiarire meglio questi punti nei prossimi post.

  6. Questo tuo articolo mi lascia (che novità!) a riflettere. Non sento di appartenere a una minoranza. Ho sempre avuto una visione molto individualista della vita, perciò tendo a vedere chi è diverso da me come “altro individuo” e basta, senza maggioranze e minoranze. Certo, se come scrittrice ne parlassi rischierei grosso, perché non avrei una conoscenza approfondita di come sia vivere nei panni di questo “altro individuo”. Di sicuro l’editoria si pone il problema di gettare luce su realtà poco conosciute soprattutto (o soltanto?) quando possono fare discutere o fare scandalo, ergo tradursi in guadagno. Per esempio ultimamente ho letto “In un milione di piccoli pezzi”, di James Frey, che parla di droga, abusi, disintossicazione. Queste cose hanno spazio nella letteratura, ma forse sono così diffuse da non essere percepite come “altro”, perciò se ne può scrivere e essere pubblicati. Non so.

    1. Ti dirò, non vado a cercare col lanternino storie che parlano di “gente come me”, perchè so benissimo che la “gente come me” non esiste 🙂 voglio solo romanzi scritti bene, e per questo penso che sia meglio scrivere unicamente di quello che conosciamo e sentiamo. Penso che la documentazione abbia un’influenza molto marginale sulla nostra capacità di immedesimazione: può andare solo se ci serve a ricreare situazioni in secondo piano, ma il cuore del nostro romanzo dev’essere qualcosa di cui siamo intrisi, o secondo me uscitrà fuori solo una pantomima di luoghi comuni più o meno raffinati, ma mai perfettamente aderenti alla realtà che vogliamo far rivivere. Ho finito l’altro ieri di leggere “Quel che resta del giorno”. Parla di maggiordomi inglesi, ma l’autore è giapponese. E’ una storia sul Giappone del dopoguerra travestita da storia sull’Inghilterra del dopoguerra. Uno dei pochi casi di pantomima riuscita che conosco.

      1. “Quel che resta del giorno” l’ho letto anni fa e è uno dei romanzi più noiosi che abbia mai letto 😀
        Forse tu hai colto quell’aspetto perché ami il Giappone. Non so, appena ho finito di leggerlo mi sono chiesto di cosa parlasse, dove fosse la storia in quel romanzo.
        Resta il fatto, comunque, che io leggo per uscire dalla realtà di tutti i giorni. Non voglio leggere di qualcosa di cui è piena la cronaca italiana o mondiale, un po’ perché non c’è nulla di nuovo e un po’ perché non amo questa realtà. Stesso discorso sul tipo di film che vedo.
        Sono d’accordo però su quanto dici sulla documentazione: è marginale, ognuno deve scrivere ciò che ha dentro di sé.

      2. Di “Quel che resta del giorno” ho dovuto digerire lo stile lentissimo, ma mi sono affezionata presto al protagonista e i miei studi di storia e letteratura giapponese mi hanno permesso di capire meglio tutto il romanzo 🙂

  7. Io credo di appartenere alla minoranza di coloro che in Italia hanno aderito alle filosofie di vita orientale e studiano le discipline esoteriche. Appartengo poi alla minoranza delle femministe dure e pure assolutamente ostili ad una determinata immagine della donna veicolata dai mass-media. Non mi ritengo anticonformista per quel che riguarda il mio aspetto ma per il mio modo di pensare. Avevo scritto, tempo fa, un lunghissimo post su questo argomento, che è primo in classifica fra i più letti del mio blog (classifica sulla destra).

    Il mio compagno è di origine marocchina, ma cresciuto in Italia e di cittadinanza italiana. Lui fa parte di una minoranza, forse: quella degli immigrati di seconda generazione. Una minoranza spesso buttata nel calderone insieme a quelli di prima generazione, stranieri a tutti gli effetti seppur con diversi livelli di integrazione, e quindi guardato con sospetto solo per il nome sul suo documento. Eppure te lo giuro: se chiedi a qualcuno che non ci conosce chi di noi abbia origine africane dicono tutti me … 😀 Sono più scura, forse. In Liguria c’erano i saraceni mentre i marocchini sono dei francesacci! 😀

    A livello letterario, tuttavia, questa condizione non mi sfiora. Scrivo e basta. Scrivo portando sulla pagina ciò che è parte di me. Non penso a me stessa come a una categoria, ma come a una persona e a una scrittrice.

    Tu, comunque, mi ricordi tanto me stessa, per il modo di scrivere e di esprimere il tuo pensiero.

    P.S. Ieri ti ho citato sul mio blog perché mi hai ispirato un post. Spero che la cosa non ti dispiaccia.

    1. Non mi dispiace affatto 🙂 farò presto una visitina! A scavare si trovano tanti di quei “punti di vista particolari” sul mondo, che forse in fondo “l’uomo medio” è solo una costruzione culturale a cui qualcuno riesce ad adeguarsi meglio degli altri. Se uno scrittore pensasse a sè stesso come al rappresentante di una o più categorie, penso che traviserebbe a prescindere il senso della scrittura. Forse ti ricordo te anche perchè siamo entrambe liguri 😀 ?

  8. Senza entrare nell’argomento editoria e “cos’è oggi una minoranza” o sul più che normale senso di appartenenza, vorrei solo citare il buon Stephen King ed i suoi perdenti: una minoranza certo, ragazzetti meno forti, meno abili, meno appartenenti alla normalità però capaci di sconfiggere IT! E scusa se è poco.

    1. Questa che i più carenti da un punto di vista “normale” siano i più adatti ad affrontare sfide anormali, è un’idea un po’ romantica, che però ha un fondo di verità e sempre il suo fascino 🙂

      1. Yes, c’è la teoria delle due file… Si fanno due file e ci vengono assegnati possanza fisica e poi intelletto… Normalmente siccome chi è forte e bello è già bene accettato, spesso dimentica di andare a fare l’altra fila… I perdenti di King non sono dei disadatti, al contrario, hanno fatto tutte e due le file. 🙂 Non sono i quindicenni che già “portano i pantaloni”, guidano e sanno picchiare, ma sono più attenti e riflessivi.

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