L’archetipo del mentore, oltre gli stereotipi

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“Diventa mio apprendista! Impara a usare il Lato Oscuro della Forza!” – Senatore Palpatine

Se l’eroe è il centro del monomito, il perno che dà equilibrio e movimento alla storia… che cosa fanno tutti gli altri archetipi? Lo ostacolano, lo confondono. Oppure, lo aiutano. A questo gruppo appartiene il mentore.

Chi è il mentore, vecchi barbuti a parte? In che senso “aiuta” l’eroe? Quali sono i suoi limiti, e i suoi lati oscuri? E infine, puoi fare a meno del mentore?

Sul mentore vengono dette tante cose. Che è una guida spirituale, un istruttore, e che spesso dona all’eroe oggetti utili. Insomma, lo prepara alle grandi sfide che dovrà affrontare.

Ma non voglio soffermarmi sulla descrizione di queste funzioni, perché se ci limitiamo a questa spiegazione superficiale non faremo che replicare all’infinito i soliti maestri zen e le solite fate madrine di cui è pieno il mondo.

Per capire qual’è la vera natura del mentore, dobbiamo andare più a fondo. Per esempio, con l’origine del suo nome.

Mentore è, in origine, un nome proprio. Nell’Odissea, Mentore è un fidato amico di Odisseo. A lui viene affidata l’educazione di Telemaco, il figlio di Odisseo, durante la guerra di Troia. In realtà, sotto le spoglie di Mentore si cela la dea Atena.

Il mentore non è un semplice insegnante o donatore: attraverso di lui parlano gli dei. O, se preferite chiamarle così, le parti più profonde del nostro io.

Ecco il primo punto importante. Non basta dare due consigli per diventare mentori. Non basta essere vecchi, non basta nemmeno essere saggi, pieni di genio, generosità, esperienza o buonsenso. Il mondo, ahimè, è ingiusto. Tutte queste caratteristiche diventano inutili se non attraggono l‘attenzione dell’eroe.
Vediamo sempre mentori misteriosi e onniscienti che vanno a prendere a casa eroi increduli per lanciarli nell’avventura a calci nel fondoschiena, e spesso dimentichiamo che in realtà è l’eroe ad avere l’ultima parola.

Molte emozioni contrastanti possono accompagnare il rapporto tra eroe e mentore: curiosità, affetto, confusione, rabbia e tutto ciò che vi viene in mente. L’unica cosa persistente è un particolare atteggiamento da parte dell’eroe:

“Io voglio diventare qualcosa che ancora non sono, e so che questa persona mi può aiutare.” Se l’eroe ha un obiettivo da raggiungere, il mentore gli insegna come riuscirci (e a volte anche quale obiettivo scegliere).

Strano a dirsi, non è necessario che il mentore reciprochi questo sentimento. Egli può anche essere inconsapevole o insofferente verso il proprio ruolo. Finchè l’eroe vorrà imparare da lui, nel bene e nel male, nessuno potrà fermarlo.

Il cammino dell’eroe, all’inizio del suo percorso, spesso è incerto. I confini della nostra identità sono sfumati. Potremmo diventare tante cose, molto diverse tra loro, se solo scegliamo di diventarlo. E quando rispondiamo alla chiamata del nostro mentore, alle voci dei nostri dei, non sappiamo se ci risponderanno i serafini, il re degli elfi o Belial. Imparare vuol dire cambiare e agire, ma non sempre migliorare.

Un po’ chiunque può diventare mentore, anche coloro che ci iniziano alla degenerazione o all’autodistruzione. Non esistono esami di idoneità. Molti mentori sono stereotipati perchè viene dimenticata una parte importante del loro sviluppo: sono anch’essi eroi. Semplicemente, hanno iniziato il proprio viaggio molto in anticipo, e hanno accumulato esperienza. Dalle loro soggettive vittorie e sconfitte dipendono gli insegnamenti che potranno (o non potranno) dare.

Il mentore è come una madre o un padre. Chiunque sia sopravvissuto ai primi 15 anni della sua vita ha capito che non basta mettere al mondo dei figli per diventare genitori. Esistono persone che spariscono subito dalla vita dei propri figli, senza avere il tempo o la voglia di diventare genitori. Esistono genitori amorevoli che riescono a trasformare i propri figli in adulti abbastanza funzionali e sereni, capaci di affrontare le sfide della vita. Genitori in buona fede che per inesperienza o un brutto tiro del caso imbastiscono un rapporto disastroso con i propri figli. Genitori snaturati che finiscono per farsi odiare. Genitori disastrosi che vengono adorati come divinità. E tutte le varianti a cui potete pensare.

Da bambini siamo tutti soggetti a una complessa e prolungata forma di imprinting: le prime persone con cui abbiamo un rapporto prolungato e intenso segnano la nostra esistenza. Loro diventano il nostro modello di vita, di futuro, di “persona che non sono, ma voglio diventare”. Che queste aspettative vengano poi smorzate o deluse, poco importa. Anche un mentore detronizzato dal cuore del proprio eroe ha portato a termine il suo misero lavoro, di pessimo esempio da evitare (la missione dell’eroe sarà diventare diverso da lui) oppure di mentore maldestro, rivalutato a posteriori e ricordato con affetto (la missione dell’eroe sarà, magari, ripercorrere i passi del proprio mentore e riuscire laddove lui aveva fallito).

La crescita può completarsi solo con il distacco dalla famiglia di origine. Allo stesso modo, penso che l’archetipo del mentore debba avere dei limiti.

Se dev’essere attivo nella prima parte della storia, penso che debba poi affievolire molto la propria influenza o sparire definitivamente prima che inizi il terzo atto. Come un genitore non può vivere la vita al posto del figlio, così il mentore non dovrebbe rivaleggiare con l’eroe per il ruolo di protagonista – o rischia di diventare al contrario un suo nemico. Davanti alla prova finale, l’eroe deve dimostrare di sapersela cavare da solo. Perché arriva prima o poi quel momento, in cui nessuno ci mette in guardia, ci rimprovera o ci consiglia. Siamo soli davanti alla vita. Le decisioni, i rischi, e le ricompense saranno nostri solamente.

Infine, possono esistere storie senza mentore? Secondo me, .

Mi spiego meglio. Le funzioni di iniziazione e insegnamento che in genere sono espletate dal mentore sono necessarie per l’eroe. Ma non è detto che debbano per forza incarnarsi in un personaggio in particolare.

  • Esistono storie in cui il mentore è un archetipo volatile, interpretato senza continuità da più personaggi, più o meno consapevoli del proprio ruolo – e l’eroe da solo dovrà essere abbastanza intuitivo o acuto da cogliere la saggezza in quelli che incontra.
  • Inoltre, certi eroi non hanno alcun bisogno di guide o maestri, perchè la voce della propria coscienza li desta, li sgrida e li sprona come farebbe un mentore in carne ed ossa.

Nelle storie per bambini e ragazzi è più probabile incontrare mentori in carne ed ossa, perchè il target di quelle storie ha ancora molto bisogno di figure di riferimento, mentre più l’età dell’eroe o del target si alza, e più è probabile che il mentore sia già stato interiorizzato.

Come avete fatto voi?

Raccontatemi dei vostri mentori!
Chi sono?
Cosa insegnano al vostro eroe?
Che rapporto c’è tra i due?
E’ un mentore affidabile o sarebbe stato meglio non incontrarlo?

Come ho fatto io

cassandra2
Come volto di L. ho scelto Cassandra Lynn.

Nel mio romanzo il mentore è un archetipo debole, intermittente, ben lontano dagli splendori della sua forma classica, perchè l’inesperienza è una delle molle principali della trama.

Il personaggio che incarna il mentore con più convinzione e consapevolezza è L. , una prostituta. Nonostante l’aspetto ha circa 6 anni (cominciate a vedere un pattern? Sì, lei e il mio eroe appartengono alla stessa razza o, per essere precisi, la stessa nanobio-etnia).

Poichè non può avere figli, riversa il suo istinto materno un po’ su tutti, allevia le loro ferite emotive e li fa sentire amati, invogliando la loro crescita spirituale.
Forse imparentata con le prostitute sacre mediorientali, ha una capacità di preveggenza che non mi preoccupo di spiegare – ci sono segreti che nemmeno io posso carpirle.
E’ ingenua, ma non innocente: il suo primo piccolo “eroe” muore proprio a causa della sua docilità di fronte alla società in cui è nata. Per questo deciderà di combattere e mettersi contro la legge per non perdere ancora quelli che ama.
L. è un clone, di cui esistono tante repliche sparse per il mondo del mio romanzo, e questo provocherà qualche disagio e deja-vu. (Per questo, oltre che mentore ed eroina, è anche mutaforma – tranquilli, parleremo anche dell’archetipo mutaforma).
E’ forse il mio personaggio femminile più classico, ma sono contenta di averle regalato un finale atipico, che in genere personaggi come lei non raggiungono.

Mi scuso per il ritardo con cui ho risposto ad alcuni di voi, la vita mi sta chiedendo più attenzione del solito 🙂 A voi la parola!


Leggi gli altri post sugli archetipi:

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21 pensieri su “L’archetipo del mentore, oltre gli stereotipi

  1. Ammetto di non avere molta simpatia per il Mentore (che io chiamo “il vecchio saggio barbuto”), non so se tale antipatia sia dovuta al fatto che, essendo io professoressa, un po’ mi ci rivedo e l’idea di lasciarci le penne sempre entro la fine del libro primo non mi entusiasma. Nei romanzi che ho letto ho apprezzato molto il personaggio di Umbra, nei romanzi di Robin Hobb. È indubbiamente un Mentore, ma sopravvive per ben due trilogie!
    Nelle mie storie evito il Mentore anche perché l’idea di base è che nessuno ci potrà dire con certezza quale sia la strada giusta.

    1. A quanto vedo siamo in molti a pensarla così cul mentore 🙂 forse perchè siamo tutti già “grandicelli” e abbiamo imparato che, come dici tu, “nessuno ci potrà dire con certezza quale sia la strada giusta”. E poi, il fatto che io sia cresciuta in una famiglia di maestri forse aiuta 😛

  2. Il mio eroe ha fondamentalmente due mentori: la sua migliore amica, buddhista e vegana, che gli fa vedere il mondo da prospettive differenti, ed un professore molto particolare, rockettaro, capellone e fissato con Pasolini.
    Mi piace scegliere mentori alternativi, che si muovano al di fuori dal senso comune 🙂
    P.S. Ma “mentori” si può dire? Mi suona un po’ come “gli euri” 😀

    1. Bella anche la presenza di due mentori fissi, che non ho mai considerato prima nei miei romanzi. E cosa succede se a un certo punto sono in disaccordo anche tra loro 😀 ? (A quanto pare è diventato un nome comune quindi sì, si dice “mentori”!)

      1. In realtà intervengono in modo diverso e su fronti diversi. Comunque mi hai dato uno spunto per portare più movimento! 😀
        P.S. I nostri eroi sono entrambi N., ed il tuo mentore è L. come la mia co-protagonista!

  3. Innanzitutto, bell’articolo. Molto interessante 😉 .
    In un romanzo a cui sto lavorando non penso ci sia un vero e proprio mentore o almeno non una figura precisa, perché forse mi sembra un personaggio un po’ troppo abusato.

  4. Bella domanda. In un romanzo fantasy che avevo iniziato tanti anni fa era un vecchio mago barbuto come Gandalf. Nel romanzo di ora non ci ho pensato, ma credo che ci sia, anzi ce c’è più di uno. Ci sono un paio di figure che fungono da “modelli”, che a modo loro spronano i protagonisti.

    1. Per fortuna non ho mai usato vecchi barbuti, però noto che ci stiamo un po’ tutti distaccando da questo stereotipo e tendiamo a “spezzettare” questo archetipo in più personaggi… sarà che cambiano i tempi?

  5. Mi capita di inserire nelle mie storie la figura del mentore, ma non sempre. Più spesso, come avete già detto tu e Daniele, il ruolo è spartito tra diversi personaggi, di cui uno funge da riferimento in negativo. Al vecchio barbuto resto affezionata solo come lettrice, purché non mi ricordi troppo Gandalf, che è sacro. 😉

      1. Nel mio caso rispondere alle domande e commentare bene il tuo punto di vista non è poi così semplice… mi riservo di ritornare sull’argomento quando tutti i miei neuroni saranno tornati dalle ferie Vostro Onore! 🙂

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