L’archetipo dell’eroe, per scrittori e lettori

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Jesus Christ Superstar!

Nello scorso post ho detto che uno dei tratti fondamentali del monomito (e quindi della narrativa occidentale classica) è la presenza di un protagonista – o meglio, di un eroe (ovviamente non ha importanza che sia uomo, donna o una qualsiasi sfumatura intermedia).

L’eroe è il primo, il più importante degli archetipi del monomito, sintetizzati da Vogler in “Il Viaggio dell’Eroe”. Probabilmente, tutte le vostre storie contengono un personaggio che riveste questo ruolo.

Chi è l’eroe? Perchè è importante averne uno nella tua storia? Quali compiti drammaturgici e psicologici deve svolgere, per essere efficace? E infine, puoi fare a meno dell’eroe?

L’identità dell’eroe può essere racchiusa in tre parole chiave: azione, maturazione, sacrificio.

Azione

Puntualizziamo un concetto. L’eroe non è il personaggio più presente sulla scena. Questo non basta. Genji, il principe splendente, è il personaggio più presente nella storia che prende il suo nome, ma non è un eroe – perchè non ha compiti da portare a termine, ed il romanzo, cambiato il titolo, potrebbe andare avanti anche senza di lui.

Il tratto distintivo dell’eroe invece è proprio questo: la storia non può andare avanti senza di lui. Nessuno può prendere il suo posto. Da lui dipendono le sorti di tutta la vicenda, di sé stesso e degli altri personaggi. L’eroe è sempre chiamato ad agire, a prendere decisioni, ad esplorare e cambiare il mondo. Volente o nolente, ha un obiettivo da raggiungere.

L’individualismo è un’altra grande conquista del mondo occidentale. L’idea che il singolo possa fare la differenza, portare il cambiamento, e fare cose che nessun altro può fare al suo posto.

Questo è anche l’atteggiamento che dovrebbe guidarci nella nostra attività di scrittori. Nessun altro può scrivere le nostre storie, nessuno può scriverle bene quanto noi. Siamo un po’ gli eroi della nostra scrittura.

Maturazione

Esplorare il mondo vuol dire accumulare esperienze, e quindi cambiare. Inoltre, se l’eroe vuole o deve cambiare il mondo per raggiungere il proprio obiettivo, scoprirà che non potrà riuscirci senza cambiare in parte sé stesso. Ho scelto la parola “maturazione” invece che per esempio “cambiamento”, per indicare che la mutazione psicologica dell’eroe, in genere, sarà accolta con più entusiasmo dal pubblico se sarà positiva.

Sacrificio

La parola “eroe” e “servo” hanno la stessa radice indoeuropea. Quindi l’eroe è colui che agisce, cambia e infine si inchina ad una forza maggiore – e in questo sta la sua vittoria. Per raggiungere il proprio obiettivo, e al contempo ultimare e confermare la sua maturazione psicologica, l’eroe attraversa un’esperienza di morte e rinascita, fisiche o metaforiche. Rinuncia a qualcosa che gli è caro per imparare l’abnegazione verso la comunità, la legge, una persona amata o qualsiasi cosa faccia da vessillo alla propria crescita spirituale.

Esempio: Gesù è forse l’eroe più antico, famoso ed efficace della nostra cultura. (Notate bene che l’idea scientifica di progresso nasce in realtà con il cristianesimo! Eh, come è piccolo il mondo…)

Certo, non tutti gli eroi seguono gli schemi canonici, sarebbe una vera noia. Lo stesso Vogler introduce una serie di variazioni sul tema che spesso contraddicono i paradigmi del modello originale.

Gli eroi determinati, che si gettano a capofitto nell’avventura, e gli eroi riluttanti, che hanno bisogno di continui incoraggiamenti e rassicurazioni.

Gli antieroi, che possono agire per il bene ma avere un pessimo carattere, oppure eroi tragici che spesso suscitano la disapprovazione del pubblico (in effetti il personaggio tragico e l’eroe sono l’uno il contrario dell’altro).

Eroi orientati al gruppo, che compiono un viaggio solitario per poi “tornare a casa”, ed eroi solitari, che entrano ed escono da una comunità senza mai farne parte.

Infine, gli eroi catalizzatori, che provocano il cambiamento nel mondo o negli altri senza cambiare a loro volta.

Si può fare a meno dell’eroe? Secondo me, no.

Una storia senza eroe è come una festa piena di persone che non conosci. Entri nella stanza e senti una cacofonia di suoni, musica e discorsi di cui non capisci il filo logico. Puoi cercare di arrancare tra una conversazione e un complimento, ma alla fine della serata non avrai conosciuto nessuno. Io sono una persona timida; piuttosto che entrare in quell’inferno sociale, preferirei trovare una scusa all’ultimo momento e non andare affatto alla festa.

Ovvero, il tuo potenziale lettore è frastornato, confuso e non legge il tuo libro. Perchè? Perchè hai scritto un libro inospitale, che non ha voglia di farsi comprendere. Che cosa manca? Un punto di riferimento.

L’eroe è quella persona che ti saluta, ti guida nel corridoio, fa le presentazioni e ti accompagna con discrezione e costanza per tutta la serata, in modo che tu possa attaccare bottone, divertirti e conoscere gente nuova. Scandisce i ritmi della festa ed è un vero padrone di casa.

Ovvero, l’eroe è il tuo punto di riferimento. Il primo di cui segui le vicende, quello per cui fai il tifo e ti preoccupi. Attraverso il suo sguardo esplori e comprendi le regole e l’atmosfera del romanzo, e conosci gli altri personaggi. Inoltre è lui che introduce e porta avanti il tema della storia. Attraverso le sue azioni ed emozioni capisci la posta in gioco, i rischi e la domanda attorno cui ruota la storia.

Per questo suo ruolo di “buttadentro” e cicerone, l’eroe deve avere sempre qualcosa di irresistibile. Secondo me una brava persona suscita più simpatia di un delinquente. Non appartengo al gruppo di quelli che “i cattivi sono più interessanti!” Però è vero che un eroe con una personalità particolare e affascinante svolge bene il suo compito, anche se moralmente è ambiguo o ripugnante.

Insomma: no hero, no party.

E i romanzi corali?

(Ci tengo particolarmente, perchè mi piace leggerli e scriverli.)

In certi romanzi sembra che non ci sia un eroe. Tutti i personaggi sono ugualmente presenti, influenti e hanno qualcosa di indispensabile da fare. Spesso si dice, in questi casi, che il vero protagonista della vicenda è il luogo o il tempo storico, ricostruiti da un coro di voci privo di gerarchie.

Sono davvero storie senza eroe? No. Sono storie con molti eroi.

Dobbiamo ricordare che l’eroe è un archetipo: non un personaggio in particolare, ma una maschera che può essere usata da più personaggi a seconda dei casi. Nelle storie più tradizionali questo ruolo è ricoperto da un personaggio in particolare, ma non è sempre così. Ogni volta che un personaggio sta compiendo un’azione o una scelta decisiva per raggiungere l’obiettivo centrale della storia, sta usando la maschera dell’eroe.

Gestire una truppa di personaggi ugualmente importanti è un compito delicato che, per il mio attuale romanzo, sta richiedend molto lavoro: come abbiamo detto prima, non dobbiamo gettare il lettore nella mischia, ma prenderlo delicatamente per mano e concentrare la sua attenzione su un personaggio singolo, il nostro “primo” eroe (meglio se è quello più importante). Quando il lettore avrà preso confidenza con questo punto di vista, potremo pian piano allargare il suo sguardo e fargli conoscere gli altri personaggi e le altre vicende. Una cosa alla volta.

Come avete fatto voi?

Raccontatemi del vostro eroe 😀

Azione: tiene le redini della vicenda, o le decisioni più importanti vengono prese da altri personaggi? (Nel secondo caso, raddrizzate il tiro – un eroe debole potrebbe far collassare tutta la trama!)

Maturazione: quanto e cosa impara nel corso della storia?

Sacrificio: cosa perde, e cosa acquista – in nome di cosa?

Determinato o riluttante?

Orientato al gruppo o solitario?

Antieroe?

Catalizzatore?

Come ho fatto io

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Come volto di N. ho scelto Cornelius Carol, fotografato da Aleksandra Ostrowska.

Un po’ tutti sono eroi nel mio romanzo, ma quello principale, ormai ne sono certa, è N. Sembra un ragazzino, in realtà ha quattro anni e mezzo. Un miscuglio tra Forrest Gump e il Piccolo Principe, in chiave drammatica e vagamente splatter. Mi sono divertita molto ad affidare le sorti di un mondo complesso, vetusto e contraddittorio alle decisioni di questo eroe inconsapevole, che vede ogni cosa per la prima volta.

Azione: N. è curioso di tutto, e da tutto terrorizzato. Esplora il mondo a casaccio e tocca i nervi scoperti della società e delle persone che lo circondano, costringendoli alla crescita. Mette in moto la storia e, con propria sorpresa, la chiude.

Maturazione: crescere non è nella sua natura, ma raggiunge infine una forma di pace interiore che ha inseguito fin dalle prime pagine.

Sacrificio: senza fare spoiler, diciamo che non gli manca niente 😉

Determinato o riluttante? Nessuno dei due, ma di una cosa sono certa: odia temporeggiare. Buttarsi nell’ignoto, oppure scappare – l’importante è farlo subito.

Orientato al gruppo o solitario? Solitario, come quasi tutti gli altri personaggi.

Antieroe? Decisamente sì. Se fosse giudicato secondo le leggi vigenti, gli toccherebbe l’ergastolo.

Catalizzatore? No (ma ho accarezzato l’idea per un po’).

A voi la parola!


Leggi gli altri post sugli archetipi:

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26 pensieri su “L’archetipo dell’eroe, per scrittori e lettori

  1. “Mette in moto la storia e, con propria sorpresa, la chiude.” Lo hai scritto perché io compri la prima copia del tuo romanzo quando esce, vero? 😉
    Nel mio romanzo pubblicato, Goran è un eroe che ha tutti i motivi di sentirsi smarrito nella vita che si ritrova (nel senso letterale del termine, perché soffre di amnesia), ma cerca con determinazione di rientrare nei ranghi, per così dire. Quando però la posta in palio si alza ed emergono elementi inquietanti, decide di affrontare la situazione, costi quel che costi, e molla tutto per seguire le tracce del se stesso che emerge. Lo stimo molto, perché ha il coraggio di giocarsi il poco che ha senza sapere bene a cosa sta andando incontro (qualcosa che va al di là della sua immaginazione, in effetti).
    Perciò eroe, sì. Non credo che riuscirei a scrivere una storia senza eroe, anche se sono d’accordo con ciò che dici sugli eroi multipli e sulle relative difficoltà per l’autore. Si può fare, ma servono capacità notevoli. 🙂

    1. Haha, può darsi, ma l’ho scritto anche perchè le cose vanno davvero così 😉
      In poche parole quello che fa il tuo eroe è un atto di fede verso sè stesso – mica male, contando che per esempio io non ci riuscirei.

  2. Il problema del mio eroe? Viveva in un ambiente troppo chiuso. Forse l’ho risolto spalancando le finestre… Ma è presto per dire come andrà a finire. Di certo deve crescere e lo farà anche grazie a questa specie di antagonista che si ritrova in casa. Bisogna sempre ricordare a se stessi che non devi “parlare” ma “mostrare”. Azione, azione, azione: non che debba salvare il mondo. Ma deve muoversi, vivere, entrare in contatto (e corto circuito) con gli altri. Così assume forza, profondità, colore, carne…

    1. La scarsità di azione è una difficoltà che ho dovuto affrontare con il mio antagonista (una mancanza altrettanto problematica). Un po’ come per le persone reali, anche per quelle letterarie le azioni contano molto più dei pensieri. (Di antagonisti in casa, purtroppo, ne è pieno il mondo!)

  3. Anche il mio eroe ha il nome che inizia per N! 🙂
    Pensa che anche il romanzo a cui sto lavorando inizialmente doveva essere corale. Poi “lui” si imponeva nella storia, quindi ho deciso di assegnargli un ruolo preponderante. Ciò toglie comunque poco agli altri personaggi, che rimangono fondamentali per l’assetto complessivo dell’opera.
    Vediamo ora come si combinano i tre elementi nel “mio” N:
    Azione: il personaggio ha una serie di obiettivi diversi da portare avanti nell’arco di 15 anni, coerentemente con le diverse fasi che attraverserà nella sua vita;
    La maturazione avviene fondamentalmente attraverso il perdono e la comprensione della propria vita a livello globale.
    Di sacrifici ne dovrà fare moltissimo, dal momento che si trova a dover scegliere fra due aspetti della propria esistenza incompatibili fra loro. Nel corso della vicenda perderà moltissimo ma guadagnerà altrettanto. 🙂

    1. Pensa, invece “questo” N. in principio doveva essere un eroe con la E maiuscola, ma mi sono accorta dopo che aveva bisogno di stare in gruppo. Anche lui dovrà imparare il perdono (verso sè stesso, in realtà). Cavolo, 15 anni sono tanti 🙂 non riuscirei mai a gestire storie con un arco temporale così lungo.

      1. In effetti non è molto semplice, anche perché servono più obiettivi (chi è che ha un unico obiettivo per quindici anni? Nessuno! Per raggiungerli ci mettiamo molto meno) da rinchiudere dentro una cornice più ampia, connessa con la “missione esistenziale del personaggio”. Ho provato a “sintetizzare” ma la storia sarebbe stata snaturata. Quindi ho cercato una chiave di lettura che mi consentisse di non impazzire. Sembra che io l’abbia trovata… o almeno spero! 🙂

  4. Ottimo articolo! Mi è piaciuto questa spiegazione dell’eroe, do come si costruisce e dei vari tipi che esistono. Sei stata molto chiara e precisa. I miei complimenti!

  5. In che senso il progresso nasce col cristianesimo? La religione cristiana ha sempre osteggiato il progresso scientifico. Gesù inoltre fa parte della nostra cultura da 2000 anni, quindi solo nell’ultima parte. La nostra cultura è più ampia.

    Dipende poi dalla storia. Suttree non è un eroe né un antieroe, eppure quel romanzo funziona benissimo.

    Se parli di punto di riferimento, allora va bene. Ma non credo sia corretto parlare di eroe. L’eroe ha precise caratteristiche, di cui oggi si abusa (basta sentire il tg, in qualsiasi guerra si parla di eroi quando un soldato muore, ma in realtà nessuno di quelli è morto da eroe).

    Forse Mondo senza fine è corale, come anche Le nebbie di Avalon. Almeno non riesco a vedere una sola figura che spicchi.

    1. Mi spiego meglio, riallacciandomi al post sulla struttura a tre atti. Tieniti forte, perché sarà una risposta lunga 😉

      Gesù Cristo, con il suo sacrificio, ci ha “ripuliti” del peccato originale e ci ha aperto le porte del Paradiso, che prima erano chiuse. Il cristianesimo è la prima “filosofia di vita” secondo cui, se ci comportiamo in un certo modo e impariamo certe cose, in futuro saremo liberi dalle sofferenze che oggi ci attanagliano. E’ un’idea rivoluzionaria, rispetto al mondo pagano, che viene poi sviluppata in tutt’altro senso dal pensiero scientifico. (Queste due ideologie lottano fra loro proprio perché combattono sul terreno comune della “grazia futura”, l’una spirituale, l’altra fisica).
      Non a caso la scienza è fiorita in occidente. Per esempio, l’impero cinese ha avuto grandi periodi di ricchezza, ma la mentalità buddista o confuciana non l’ha mai predisposto ad una rivoluzione scientifica.

      Il cristianesimo continua ad avere influenza su noi uomini contemporanei proprio perché è relativamente recente. Ho scelto Gesù invece che un qualsiasi eroe greco-romano, proprio perché gli eroi del mondo pagano rispondono a tutt’altra concezione del mondo (infatti non portano alcun progresso – al massimo riescono a ripristinare l’armonia perduta). Non pensiamo più come antichi romani – vediamo la vita, noi stessi e il mondo in modo del tutto diverso. Siamo piuttosto figli di quell’idea di progresso e individualismo che ci ha accompagnati fino all’800, e adesso si sta disgregando.

      Quindi, qui parlo dell’eroe solamente come archetipo creato da Campbell e Vogler 🙂
      Né Vogler né io intendiamo dire che deviare da questo modello sia sbagliato. Semplicemente, adesso sto esplorando il monomito, le sue regole ed i suoi punti di forza. E’ una struttura collaudata nei secoli con cui si ottengono facilmente storie efficaci, e che trae forza dalla propria coerenza interna – quindi se decidiamo di “non seguire il manuale” (ed io stessa lo faccio spesso) – lo facciamo a nostro rischio: possiamo ottenere una “innovativa variazione” oppure una storia debole che tradisce le aspettative dei lettori e li lascia insoddisfatti perché “non regge”. I pericoli in cui possiamo incappare se ignoriamo il monomito o lo usiamo male, a mio parere, sono quelli che ho esposto. Dopodichè, rimane vero che nella scrittura tutto è fattibile e niente è sbagliato.

      1. Il cristianesimo ha copiato però molto dal mondo pagano, basti solo pensare alle festività che sono una copia rivisitata di quelle pagane.
        Sul monomito devo informarmi meglio, confesso di essere del tutto all’oscuro sulla nomenclatura della narrativa, è una mia lacuna che molto probabilmente resterà tale 🙂

  6. Come sempre i tuoi post sono imbattibili. L’esposizione è chiara e i contenuti sono originali, anche quando parli di cose già sentite e risentite. Complimenti e grazie. Più che ottenere risposte sul mio eroe mi sono nate nuove domande, ma pian piano spero di unire tutti i puntini e poter dire che conosco bene le caratteristiche del mio protagonista!

  7. Nel mio romanzo di eroi ce ne sono molti. Ognuno di loro ha la propria piccola trama e ognuno di loro può fare la differenza.
    Come nella vita reale.
    In un mondo armonioso, l’equilibrio viene spezzato, due sorelle sono destinate a grandi cose, potrebbero sembrare loro le uniche protagoniste, ma ognuno avrà il suo momento. A seconda delle scelte ci saranno delle ripercussioni più o meno grandi che si ripercuoteranno sulla storia come onde concentriche su un lago.

    Mi piace il mono mito, ma all’idea di un eroe solitario preferisco la coralità.

    1. “Come nella vita reale” – esatto. Il bello della coralità è che invoglia il lettore ad avere un rapporto più maturo con le vicende umane, che non sono mai fatte da un singolo semidio, ma da molte persone che, ognuna con le sue motivazioni, fanno la propria parte.

  8. Il mio eroe non è un eroe, e forse questa è la cosa che più mi piace di lui, ma che piacerebbe molto meno ai lettori … questo è uno dei miei problemi … non sono brava a “costruire” i personaggi.
    Ma tu sei brava a far articoli 😉 . Complimenti!

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