Potenzialità e limiti della struttura a tre atti

Lo ammetto, mi siete mancati. Spero che abbiate passato delle buone vacanze EricaRibeiroGifFavicon6

In questo post abbiamo introdotto il monomito di Campbell come diffuso strumento di scrittura creativa. Cominciamo oggi ad affrontarlo nel suo complesso.

I tratti distintivi del monomito sono:

    1. la presenza di un protagonista, un “eroe” attorno a cui gravitano altre figure (archetipi), che possono aiutarlo, osteggiarlo, metterlo alla prova ma non possono portare avanti la vicenda senza di lui. Ne parleremo nel prossimo post.
    2. la struttura a tre atti, che affrontiamo adesso. Perché è così diffusa? E’ proprio vero che tutte le storie seguono questo schema? E tu, anche inconsciamente, l’hai mai usata? In cosa consiste? Ecco un breve e sommario riassunto:

Primo atto: vengono introdotti i personaggi principali e l’ambientazione. Nell’ultima parte del primo atto accade un incidente, qualcosa di inaspettato, un punto di svolta che crea un problema (pratico e drammatico insieme) e cambia per sempre la vita del protagonista. Secondo atto: il protagonista cerca invano una soluzione. E’ ancora troppo inesperto, ma si fa amici, nemici ed esplora il nuovo mondo in cui l’avventura l’ha condotto. Alla metà del secondo atto egli viene seriamente minacciato dal fallimento e dalla sconfitta, ma troverà la forza per superare anche questa prova, la più difficile. Ne uscirà più saggio e consapevole della propria identità. Terzo atto: durante il climax le forze antagoniste affrontano il protagonista nella battaglia decisiva. La trama e le sotto-trame arrivano alla risoluzione. Al problema viene data una soluzione, alla domanda drammatica una risposta.

La struttura a tre archi è un po’ dovunque. Viene insegnata nei corsi di sceneggiatura. Io l’ho persino studiata alla scuola elementare, travestita da “struttura delle fiabe” (è capitato anche a voi?) In genere, le storie che riscuotono ampio successo di pubblico presentano questa successione di eventi che però, nella vita reale, raramente accade. James Bonnet sostiene che la struttura a tre atti non vada bene per scrivere, proprio perché è l’opposto della vita vera.

Se il nostro mondo cambia, spesso ci frana addosso, perché non siamo preparati. Se perdiamo una persona cara, possiamo cadere in depressione e non uscirne più. Se dobbiamo compiere una scelta, è possibile scegliere male, e pagarne le conseguenze per tutta la vita. Ma sapete cosa? Questa è proprio la ricchezza della struttura a tre atti.

Sono profondamente convinta di un’idea che può anche essere opinabile. Anzi, fatemi sapere che ne pensate.

Le storie devono essere, per molte cose, il più possibile vicine alla vita vera. Ma non dobbiamo dimenticare che le storie e la vita non sono, e non possono essere la stessa cosa. La scrittura non è giornalismo. Tra vita e storia c’è sempre uno scarto, un sottile inganno, una geometria sotterranea. L’autore, anche quando non se ne accorge, cuce insieme le vicende nella sottile tela (perché sottile dev’essere) del proprio sguardo, del proprio punto di vista, anche negativo o enigmatico.

Ogni storia ha una struttura. Quella a tre atti è semplicemente più diffusa di tante altre. Perchè? Partiamo dall’origine.

La struttura a tre atti è una grandissima invenzione del mondo occidentale. Non tutte le culture hanno saputo sviluppare l’idea del cambiamento, della crisi come evento creativo, da cui partire per diventare migliori di prima. Questa mentalità, legata a doppio filo con il progresso tecnico e scientifico, ha raggiunto il suo apice proprio nell’XIX secolo, l’epoca dell’industrializzazione, della borghesia e, guarda caso, del grande romanzo occidentale.

Questo modello è soddisfacente perché rassicura il pubblico, lo fa sperare, lo entusiasma, insomma accende la sua voglia di vivere (e stimola il suo istinto di sopravvivenza, di cui abbiamo già parlato nel post sul genere fantastico). Ma non tutte le forme di umanità si esauriscono in questo modello.

Le strutture inquiete

Prendiamo, per esempio, due capisaldi della letteratura giapponese medievale:

Il Taketori Monogatari (storia di un tagliabambù) è un lontano parente di Pollicina: un vecchio boscaiolo senza figli trova una bambina alta un pollice, e la cresce come sua. La bambina diventa col passare del tempo una fanciulla bellissima che molti nobili chiedono in sposa, persino l’imperatore. Il finale è totalmente anti-climatico: la fanciulla impone ai pretendenti prove impossibili che nessuno riesce a superare. Infine si rivela come la principessa della luna, e abbandona la terra con il corteo fatato che è venuto a prenderla. La vicenda si chiude con un senso di frustrazione e dolce malinconia.

Il Genji Monogatari (storia di Genji, il principe splendente) non si può tanto definire una storia, quanto una lunghissima galleria di vicende ambientate nella corte imperiale. La presenza del protagonista, la sua nascita e morte, sono gli unici elementi che delimitano e compattano questo racconto affollato di personaggi. Non ci sono climax, punti di svolta o catarsi. Il tono della narrazione è uniforme, calmo, venato da una soffusa atmosfera sovrannaturale e un’indefinita nostalgia. Una storia del genere deve apparire estremamente noiosa agli occhi di un occidentale, eppure è l’opera più importante della letteratura giapponese classica.

Questi due racconti, pervasi dal senso di perdita e da un’atmosfera onirica, lontani dai concetti di crescita e di progresso, accolgono con facilità tutti i rimpianti, le sconfitte, i fallimenti e le perdite irrecuperabili che sono messi in secondo piano e sminuiti dal monomito, anche se fanno parte della vita. Gli inquieti di tutto il mondo hanno bisogno di storie come queste.

Come ho fatto io

Il romanzo che sto scrivendo ha una struttura ibrida. Presenta i tre atti, i punti di svolta, il climax e tutto ciò che caratterizza il monomito. E’ una struttura dalla grande forza narrativa, e penso che si adatti bene alla storia che voglio raccontare. Eppure una corrente sotterranea spira in senso opposto. I miei personaggi raggiungono obiettivi, crescono e forse, persino, migliorano. Nessuna vittoria si ottiene gratis, questo ce lo insegna anche il monomito canonico, ma qui la domanda si fa più grave. Ciò che ottieni è davvero migliore di quello che dai via in cambio? Il mio romanzo rimane sul limite sottile che separa il racconto di crescita da quello di perdita – e penso che stia bene lì.

Come fate voi?

Prima di tutto, sono stata chiara nell’esposizione? Mi rendo conto che sono concetti piuttosto complicati. Vi è capitato di usare la struttura a tre atti? Vi è stata utile o no? E’ la prima volta che la incontrate? Pensate che le vostre storie seguano questo modello o quello “inquieto”?

Annunci

31 pensieri su “Potenzialità e limiti della struttura a tre atti

  1. Sono completamente estraneo a questi concetti, quando scrivo non bado mai a queste cose – oltre a non conoscerle. Però credo che in ciò che scrivo non siano quasi mai rintracciabili i tre atti, soprattutto perché comincio spesso dalla scintilla che mette in moto il protagonista – lasciando che i personaggi si delineino durante l’azione – oppure proprio dai risvolti che questo “incidente” causa; e poi l’evoluzione della trama prosegue da sé. Interessanti le strutture inquiete giapponesi.

    1. Credevo di averti risposto o_o viva l’Alzheimer. Anche a me piace iniziare “in medias res”. Se le nostre storie sono “alimentate” dal pensiero scientifico, quelle giapponesi di cui ho parlato sono alimentate dal buddismo, in particolare quello giapponese…insomma, tutto un altro mondo!

  2. Fino ad ora non ci avevo mai pensato, ad essere sincera, però credo che i miei racconti seguano più la struttura a tre atti, anche se non sono proprio sicura. La mia opinione è che quest’ultima vada particolarmente bene per i fantasy, mentre l’altra forse per il genere drammatico. Non so se mi sbaglio, perché non me ne intendo molto.
    Mi piace la struttura a tre atti, però penso si possa anche … come dire, renderla flessibile a seconda delle esigenze. Per esempio, penso si possa usare questa struttura e poi forse stravolgerla alla fine, non so si spiego. Bell’articolo 🙂 , comunque, molto interessante!

    1. Grazie! 🙂
      Vero, la struttura a tre atti viene spesso usata nei fantasy perchè a questo genere “conviene” sfruttare il solco già lasciato da miti e leggende tradizionali – il genere drammatico viene considerato più vicino alla “vita così com’è”, e nessuno si scandalizza se la storia finisce male o le aspettative dei lettori vengono deluse in altri modi.

  3. Si l’esposizione è decisamente chiara.
    Pensavo l’avessero spiegata solo a me alle elementari, sempre mascherata da analisi strutturale delle fiabe e invece vedo che è toccata ad altri… Presuntuoso? Forse sì, è anche vero che quando le ho fatte io le elementari ancora non era stata inventata la ruota.
    Personalmente non l’ho mai applicata, sebbene riscontrata in moltissimi libri che amo ed ho amato, io direttamente non la metto in pratica. Poiché mi piace (è più corretto dire mi piacerebbe) dare verità parziali e punti di vista relativi, non arrivo mai a costruire i tre atti, piuttosto un sistema composto da strutture che prevedono la descrizione del personaggio e del suo agire nell’atto che lo riguarda quindi a farlo collidere o compenetrare con la scena o atto degli altri. Ovvio questo sarebbe quello che vorrei fare.
    Non so se mi sono spiegato in modo altrettanto chiaro… Non volevo nemmeno lasciare un commento troppo lungo.

    1. Probabilmente ero una bambina particolare, ma ricordo che studiare la struttura delle fiabe mi aveva divertito moltissimo… si capiva già cosa avrei fatto in futuro!
      Ci ho dovuto riflettere un attimo, ma credo di aver capito cosa intendi – una specie di scrittura cinematografica, fatta più di scene che di spiegazioni?

      1. Mmm non esattamente, anche se è probabilmente la cosa più vicina. Una delle mie fisse è illustrare il punto di vista dei personaggi che provo a ritrarre, che non necessariamente sanno tutto su ciò che accade, hanno cioè una visione parziale.
        E’ come dover decidere se fare una cosa con certi elementi non sapendo altri particolari. Questo unito alla rappresentazione dei protagonisti fatta di descrizioni oggettive (poche) e soggettive (gli altri come lo vedono) sarebbe il mio obiettivo. Comunque è vero, forse è molto più cinematografico di quanto io stesso percepisca.

      2. Forse non ce ne sono. Però è interessante cercare di spiegarlo ad altri, dà modo di descriverlo anche a se stessi.
        Riguardo il tuo romanzo, aspetto con impazienza.

      1. No no presunzione 1 – di riuscire bene, 2 – che l’avessero insegnato solo a me, solo perché “prima la scuola era meglio”! 😀

      2. Questo un po’ mi rammarica… Però lo temevo, lo temo e lo vedo. D’accordo che l’italiano come lingua è (come tutte) in continua evoluzione… ma non azzeccare un verbo non sapere cos’è la concordanza nei tempi, come si fa una frase che esprime un’ipotesi (potrei continuare per mille anni) fino agli accenti a caso, a me alla fine fa paura! E sì che son d’estrazione tecnica, quindi giocoforza con meno esperienza umanistica.
        Ma lasciamo perdere, sembro mio nonno.

  4. Bellissimo post, grazie. Decisamente utile. Interessanti anche le fiabe, che non conoscevo. Non ricordo nemmeno cosa succede nella storia di Pollicina, la mia memoria fa cilecca. Il mio romanzo ha un primo atto di poche pagine, seguito da un andamento ondulare che richiama vagamente i tre atti. Ne potrei vedere quattro, o nessuno.

    1. Grazie mille :)! Il Genji monogatari ha molti elementi fiabeschi, ma è più che altro una specie di lunghissima “biografia immaginaria”, ed è stato scritto da una nobildonna di corte (perchè sì, all’epoca le donne avevano il monopolio della letteratura e dell’arte… hanno persino inventato l’alfabeto giapponese!) Per la tua gioia esistono anche strutture a quattro atti! http://blog.karenwoodward.org/2013/06/the-four-act-structure-for-story-writing.html

  5. Bel post! Lo sai che mi sembra di sentire la tua voce che racconta, dopo avere sentito i tuoi video? 😀
    Non ho mai usato coscientemente i tre atti scrivendo, ma direi che in linea di massima ci casco dentro lo stesso. Le strutture inquiete qualche volta mi disturbano, come lettrice, altre volte no, ma per ora non ho mai avuto idee da sviluppare in quella direzione. Mi piace però riflettere su queste cose, perché più passa il tempo, più mi viene voglia di scrivere cose diverse. Divento inquieta io, insomma. 🙂

  6. Ciao! Ottimo post e sei stata chiarissima!
    Anche a me alle elementari hanno fatto studiare questo tipo di schema dei tre atti usando le fiabe, me lo ricordo bene.
    Generalmente, quando scrivo, cerco di evitare questa struttura, ma in un modo o nell’altro tendo a caderci. Poi dopo dipende molto dal tipo di racconto che vado a scrivere.
    Ma posso dire di usare entrambi; quando scrivo provo a sperimentare e a uscire dagli schemi tipici…
    🙂

  7. Il post mi ha ispirato ben due articoli che scriverò a breve, grazie 🙂
    Ti confesso che quando scrivo non tengo mai conto né della struttura a 3 atti né del climax. Non chiedermi perché, non ti so rispondere.
    Però anche io penso che sia limitante. Bisognerebbe analizzare i testi classici delle varie culture e vedere che struttura hanno. Io ho un bel po’ di libri su fiabe da tutto il mondo e potrei iniziare da quelle.

    1. Oh, wow, che bella notizia 🙂 !
      Non mi viene mai spontaneo di usare i tre atti, ma cerco di integrarli durante la revisione dei lavori lunghi, perchè temo che perdano “tono” senza una struttura precisa – ma cerco sempre di personalizzarla se lo ritengo necessario. Per dirne una, credo che la cultura greca possa dare moltissimi spunti.

  8. Scusa ho sbagliato! Questo è un nuovo post!
    Secondo me la struttura a tre atti è utile per fornire all’autore delle linee guida, un tracciato da seguire soprattutto quando non ha l’abitudine a creare una scaletta dettagliata. In questo caso ha la possibilità di definire i punti chiave, muovendosi con sostanziale libertà.
    Il limite è quello che molti scrittori si sentono “rassicurati” dall’aderire ad una struttura in tre atti, e non si accorgono che diventa la loro gabbia. Nell’arte, le regole servono per essere infrante. 🙂

    1. Sono d’accordo. Quella a tre atti è una struttura facile. Se la segui bene, di sicuro creerai una storia armonica che soddisferà emotivamente i lettori. MA lo scopo degli scrittori non dovrebbe essere vincere facile 😛 infrangere le regole è divertente e serve a imprimere il proprio marchio su quello che scriviamo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...