Racconto: Natale ad Hamelin

lalla
Jessie M. King

C’era una volta un paese, a cui il tempo non chiedeva mai tributi.
Le strade erano piene di margherite e garofani, i raccolti abbondanti e regolari. Gli abitanti mangiavano per puro diletto, perché in realtà non ne avevano bisogno.
Ogni uomo o donna di Hamelin, per tutta la sua lunga vita, indugiava su quella florida pienezza che si raggiunge intorno ai venticinque anni. Pochi si ammalavano, tutti guarivano, e nessuno mai moriva.
Un solo vecchio percorreva le strade del paese; un mendicante sdrucito, curvo e grinzoso come un guscio di noce.

Tutte le ricche offerte che riceveva non bastavano a rimpolpare il suo aspetto miserevole, come se la fame e la vecchiaia, cacciate via da ogni casa, si fossero accanite su di lui.
Forse per un intimo senso di colpa, forse per le melodie che intonava con suo zufolo, tutti lo pensavano con affetto. O forse era per i furtivi cortei di lepri, volpi, passerotti e piccoli roditori, che condividevano ogni pasto con lui. Gli animali tentennavano ai confini del paese, come frenati da un odore di morte. Solo alla vista del cencioso, o al richiamo del suo zufolo, si lasciavano andare ad una corsa per la via principale.

Un giorno la lattaia, mentre si sporgeva dalla finestra per battere i panni, si lamentò: “Se solo avessimo dei bambini!”
“Dei bambini, signora?” rispose il mendicante, che stava seduto lì sotto.
Passò il postino. “Ha proprio ragione, signora! Se avessi un bambino, lo chiamerei Friedrich !”
Dirimpetto, si sporse l’edicolante. “Dite bene, tutto il paese desidera dei figli. Ho sempre sognato di avere una bella bambina.”
Due signore eleganti incrociarono la strada del postino. Scherzarono tra di loro, per consolarsi, dissero “tra poco è Natale, potremmo esprimere un desiderio!”
Il mendicante sorrise tra sè, mentre un topolino di campagna mangiava molliche di pane bianco dal palmo aperto della sua mano. Qualche giorno dopo il vecchio sparì, e nessuno ne seppe più niente.

La sera di Natale, Hamelin si riempì di grida festose, ed ogni abitante ricevette una visita (alcuni perfino due). Christian, Anja, Hans, Andrea, Sandra, Britta, Thomas e tanti, tantissimi altri. Dissero il proprio nome a voce alta. Erano arrivati già grandicelli, molti sulle proprie gambe, vestiti di velluto e cotone, e con una tempra d’oro. Il paese scese in piazza per fare una grande festa. Così tanti erano i bambini, che i novelli genitori a volte li smarrivano, confondevano i propri con quelli degli altri, e sembrava che alcuni tra la folla non appartenessero proprio a nessuno.

Verso sera, Britta disse: “papà, ho fame.” Il papà gli procurò una minestra di legumi, pane al burro, due arance ed una piccola torta alle nocciole. La bambina si avventò sul cibo, ma cominciò a sbocconcellare dopo qualche minuto, terminò il pasto controvoglia e disse, alla fine, di aver ancora fame. Il padre la mandò a letto, perchè aveva sentito che mangiare troppo provocasse il mal di pancia. Il giorno dopo, tutte le sue provviste erano scomparse.

Il cibo cominciò a sparire dalle case, dai negozi e dai depositi di Hamelin. Prima scomparvero i dolci, il pane e molte bottiglie di latte. Dopo alcuni giorni le granaglie, i legumi secchi e anche le radici più amare. “Ve lo dico io cosa sono!” disse un giorno la moglie dello spazzino. “Topi. Guardate cos’ho trovato.” Sul pavimento del corridoio, strozzato dalla molla di una trappola, c’era un tappetino di pelo, lercio e grigiastro, con quattro zampe nude e la coda simile ad un lombrico. Così diversi da quelli che il mendico attirava col suo zufolo! I cittadini piazzarono trappole ovunque, ma sembrava che una forza ignota volesse punire la loro inesperienza, perchè più ratti uccidevano, più bambini, il giorno dopo, mancavano all’appello. Molti credevano che fossero scappati per la fame, e davano la caccia ai ratti con più solerzia, nella speranza di fermare l’invasione prima che toccasse a loro, ma spesso la sfortuna li baciava per primi, e alla mattina la camera dei bambini era vuota.

Il postino rimboccò le coperte a Friedrich come se avesse voluto legarlo al letto. Andò a dormire pregando parole silenziose. Troppo spaventato che il respiro scricchiolante della casa si tramutasse nei rumori di una partenza furtiva, non riusciva a chiudere occhio. Appena ebbe preso sonno, fu scosso da un fragoroso trambusto e corse in cucina. Tradita dalle prime luci dell’alba, a quattro zampe sul tavolo della cucina, stava una orribile creatura.
La camicia e i pantaloni del pigiama erano strappati attorno ad un corpo tarchiato, coperto di peli, le mani rachitiche abruttite da tozzi artigli, e la fisionomia di suo figlio annegava nel muso appuntito di un ratto.
Il mostro gli corse in contro a quattro zampe. “Dammi da mangiare!”
L’uomo volò fuori dall’uscio, in preda al terrore, ma l’orribile creatura piangendo lo rincorse. “Papà, papà, questi cibi non hanno sapore! Dammi da mangiare, o tornerò ad essere un topo!” Più correva, più rimpiccioliva, dietro alle colossali falcate di quell’uomo sempre più grande.
Egli afferrò una scopa e cominciò a pestare il manico a terra, ad occhi chiusi. Qualcosa di morbido si dibatteva tra i suoi piedi, ignorando la fuga, e lo chiamava con incessanti squittiii. Lui pestò più forte, con le suole delle scarpe, e sentì piccole ossa scricchiolare. Alla fine, rimase un impasto rosso di viscere.

Mentre un pallido sole bianco albeggiava sui tetti neri di Hamelin, l’uomo fissava il vuoto con la fronte rorida di sudore. Lo stesso disgusto che gli aveva guidato la mano, adesso lo tormentava con invisibili pugnalate. A malapena si accorse di essere osservato.
Accanto a lui c’era un ragazzetto coperto di stracci. Forse aveva visto tutto. In giro a quell’ora del mattino! Troppo malmesso anche per la famiglia più povera di Hamelin, aveva capelli chiari come sterpaglia secca d’agosto e uno sguardo ispido, pieno di schegge. “Adesso avete capito, che bambini e ratti sono la stessa cosa.”
“Di chi sei figlio tu?” balbettò il postino.
“Non sono figlio di nessuno.”
L’uomo ammutolì.
“Esistevo prima di te, esistevo prima di Hamelin. E adesso vi toglierò tutto quello che vi ho dato.” Tirò fuori dalla tasca un piccolo zufolo bianco, e iniziò a suonare. Una melodia allegra e inesorabile si fuse con le grida secche del vento.
Chi uscendo da un buco nel muro, chi da una finestra semiaperta, alcuni dai comignoli freddi delle case, i ratti svicolarono nelle strade, con i musi tremoli verso il cielo, che aveva cambiato odore…
La neve! La neve cadeva così fitta che aveva trasformato l’aria in una coltre  intarsiata, troppo densa da respirare. Si insinuò fra le tegole dei tetti e le insenature delle cortecce. I pioppi e le dolci betulle, colpite al cuore nella loro primavera,  abbandonarono le foglie agli strattoni violenti della tempesta; si disperse a terra il sangue rosa e viola delle campanule. Gli abeti, con gli occhi socchiusi, si strinsero nei loro mantelli neri, mentre la mano bianca dell’inverno si abbatteva su Hamelin.
Il ragazzino vestito di stracci ballava un valzer con le dita ghiacciate della bufera. Si aggrappava con gesti morbidi ad ogni strattone della corrente, e planava con grazia, con lo zufolo stretto tra le labbra livide. Li chiamava.
Il selciato si mosse tutto, come un corpo marcio brulicante di vermi. Centinaia, centinaia di ratti guizzarono verso il ragazzo, ed il suo sguardo spinoso si sciolse ad osservarli, come se li amasse tutti. Fece poi un gesto deciso, forse un colpo al timone della sua nave invisibile, ed una folata di vento lo spinse avanti. Il panneggio traforato della neve si gonfiò, e lo avvolse come il mantello di un re.
Volarono lontano sopra i tetti delle case e, prima che i veli della bufera li nascondessero alla vista, dice qualcuno che varcando il confine del paese ogni ratto crebbe in statura, e diventò sottile e pulito, e chiamato con il proprio nome dai genitori imploranti si voltò per un rapido sguardo. Si dice poi che andarono lontano, un luogo così lontano che nessuno potè scovarli, nemmeno i pochi resi veggenti dal dolore, un punto remoto nella fantasia di chi li ha perduti.

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16 pensieri su “Racconto: Natale ad Hamelin

  1. Una versione molto interessante 😀 mi piace, anche lo stile piano che hai usato, accompagna, descrive e in certi punti rende visivamente l’idea in modo più incisivo. Non sempre, ma sempre quando serve. Come quando descrivi del padre che rivede il viso del figlio nei lineamenti della bestia…

  2. Affascinante e inquietante, bravo! Comunque lo confesso: preferisco le fiabe a lieto fine, quelle tipo questa che risuonano di un eco da horror non mi piacciono troppo(ammetto che forse è anche perchè sono le 2 e 21 di notte ma vb, ora andrò a vedermi qlcsa di allegro e poi andrò a nanna)

  3. Ho visto il tuo video su youtube e son piombata qui, pensando di lasciarti un piccolo commento generale.
    Interessante il video, non pensavo minimamente alle interpretazioni che si potessero fare e al fatto che fosse tratto da un misterioso evento realmente accaduto… è stato molto bello ascoltarti
    Io ricordavo poco o nulla della fiaba. Devo averla letta (o meglio, me l’hanno letta) in un libro di favole quando ero molto piccola. Ricordo solo un vago senso di incertezza. xD
    E davvero intrigate la tua versione (scegliendo poi la teoria dei topi = bambini, che considero una delle più affascinanti). Mi è piaciuto davvero tanto leggere questo tuo racconto. Come sempre son qui a dirti che amo il tuo stile. ^–^

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