L’antropologia, in aiuto dello scrittore

dictionaryCiò che ho detto nello scorso post sulla natura dell’originalità, non me lo sono sognato di notte. Deriva dai miei studi di antropologia culturale.

Cos’è l’antropologia culturale? Potete trovare definizioni molto tecniche e precise su wikipedia o sui libri specializzati – ma adesso mi interessa solo una cosa: farmi capire da tutti, in particolare dagli scrittori. Perchè?

Secondo la mia esperienza, studiare antropologia culturale sviluppa una serie di capacità indispensabili per scrivere bene. In questo articolo spiegherò brevemente cosa studia questa interessante disciplina,  e le 3 competenze che gli scrittori possono apprendere dagli antropologi.

Esempio: “Che schifo mangiare gli insetti!” Eppure nessuna motivazione biologica ci vieta di mangiarli. Questa è cultura.

La cultura è l’insieme delle pratiche, i modi di fare e di pensare che condividiamo con le persone del nostro contesto ( i membri della nostra città, oppure la nostra generazione, oppure…) Non ci accorgiamo, in genere, della nostra cultura, perché essa si nasconde sotto il concetto di “naturale”, “normale”, “ovvio” e, se un evento o un pensiero mette in discussione la nostra idea di natura, reagiamo con incredulità, o addirittura rifiuto e violenza. Ogni cultura contiene e imprime nei suoi membri un’idea particolare di cosa significhi essere umano. Essere umano nell’Italia del nord degli anni ’40 non significa essere umano nella Cina dell’800 a.C. Siamo tutti homo sapiens sapiens ma, quando due culture si scontrano, gli appartenenti all’una considerano gli altri disumani, o meno umani (“gli immigrati sono sporchi e rubano!”).

Perchè abbiamo una visione così frammentata della vita, dell’identità umana? Perchè serve. Serve alla nostra sopravvivenza.

Pensateci. Siamo esseri glabri, senza artigli nè zanne, senza istinti. Così come siamo, al pari delle altre bestie, saremmo estinti da tempo. E invece, per fortuna, c’è la cultura. Abbiamo il linguaggio, abbiamo il pollice opponibile, e sappiamo immaginare. Grazie ai doni della cultura possiamo fare gruppo con i nostri simili, imparare, e inventare oggetti e idee. In una parola, sopravvivere dovunque – adattando la nostra idea dell’umanità, della vita e del mondo a contesti sempre diversi.


Cosa insegna l’antropologia allo scrittore?

1. A osservare con il corpo. Cosa fa un antropologo? Soprattutto, scrive. Nel suo periodo di ricerca tiene un diario di campo, dove scrive note su note. Cerca di catturare il nuovo contesto in cui si trova – un contesto che non è fatto di pensieri e sentimenti astratti, ma di sensazioni fisiche.

La nostra particolare umanità deriva da quello che mangiamo, dall’ambiente in cui viviamo, dal tono delle nostre voci, dagli odori che permeano l’aria, e da ogni piccolo particolare sensoriale che caratterizza il nostro mondo.

L’antropologo è alla continua, frustrante ricerca della parola perfetta. La parola migliore per catturare quella sensazione, quel frammento irripetibile di umanità fino ad allora sconosciuto. L’antropologo non sceglie mai una parola perchè gli suona bene – la sceglie perchè è vera. Perchè aderisce più di ogni altra alla realtà che vuole catturare. Saudade non è proprio come nostalgia, e nemmeno come sehnsucht – perchè provengono da tre mondi diversi.

  • Cosa impara lo scrittore? un ampio vocabolario, e la sensibilità per distinguere le più sottili sfumature di significato. Inoltre, impara la sincerità: lasciare da parte il desiderio di stupire o affascinare a tutti i costi, e dedicarsi invece a descrivere la propria storia con la massima veridicità.

2. A comprendere senza giudicare. L’antropologo è uno scienziato. Studia l’umanità, e lascia i giudizi morali da parte, perchè giudicare gli impedirebbe di comprendere. Allo stesso modo dovrebbe fare lo scrittore: comprendere, non giudicare.

Accogliere l’umanità di tutti i personaggi, di tutte le parti in causa, con una forma imparziale di empatia che lasci spazio alla crudezza della vita così com’è, senza commenti o campanilismi, con lo stesso lucido coinvolgimento nelle vicende di tutti quanti.

Ho sviluppato questa disposizione alla scrittura (e alla vita) anche grazie all’antropologia, con cui ho appurato che non sono più umana degli altri, più normale o più naturale di coloro che disprezzo, odio, compatisco o non comprendo. Come essere umano posso e devo giudicare, ma quando studio gli esseri umani devo solo comprendere, perchè “tutti i mostri sono umani” [cit.], e chissà, anch’io potrei essere uno di loro.

  • Cosa impara lo scrittore? a calarsi con disinvoltura in ogni personaggio e situazione. Niente più personaggi noiosi o ingestibili con cui non sappiamo che fare, niente più personaggi abietti o perfetti a livelli ridicoli. Semplicemente, un mucchio di esseri umani.

3. A guardare il mondo dall’alto. Questo è forse l’aspetto più ludico della collaborazione tra antropologi e scrittori. Potrete viaggiare a vostro piacimento nel tempo e nello spazio, e conoscere nel profondo mondi e popoli lontanissimi, trovare le parole per esprimere piccole parti di voi stessi che magari la vostra cultura madre aveva tenuto in un angolo. Oppure potrete capire per bene i processi che regolano il vostro contesto, per trasporlo con più fedeltà nei vostri scritti.

  • Cosa impara lo scrittore? se avete assorbito le competenze dei punti precedenti, i saggi di antropologia saranno per voi una scorpacciata di ispirazione.

Il caso: L’Eroe dai Mille Volti di J. Campbell (semplificato ad uso dei narratori in Il Viaggio dell’Eroe, di C. Vogler). Joseph Campbell non era un antropologo. Era uno studioso di mitologia, quindi altro metodo, altri postulati, altro tutto – ma possiamo sempre parlare di questo “lontano cugino” con gli strumenti dell’antropologia. Bene, Campbell era convinto che tutte le storie sulla faccia della terra avessero un’unica struttura, il cosiddetto monomito. Che questa teoria sia vera o no, è diventata uno strumento di scrittura molto popolare.

Nei prossimi post affronteremo il monomito di Campbell (con particolari ospiti cartacei 🙂 ) : da cosa è composto? come può essere utile agli scrittori?

Ma la prossima volta no. La prossima volta, se tutto va bene, voglio farvi un piccolo regalino narrativo. E’ Natale e a Natale si può fare di più ♪♬

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18 pensieri su “L’antropologia, in aiuto dello scrittore

  1. Interessante, non ci avevo mai pensato. All’inizio pensavo volessi parlare dell’utilità dell’antropologia per uno scrittore di fantastico 🙂

    Resta comunque una materia che mi è sempre piaciuta.

    1. Quando ero piccola, la mia attività preferita era sfogliare il dizionario dei simboli di mio padre, quindi posso dire che l’antropologia è sempre stata con me 🙂
      Nei prossimi post credo che parleremo sempre più di scrittura fantastica, ma come disciplina può essere utile un po’ a tutti.

  2. Si può essere molto utile, mentre leggevo, mi tornavano alla mente le immagini di una possibile storia con alcune ragazze squillo e di come la vita le avesse portate lì. Chi costretta e chi no. Insomma ho immaginato quale potrebbe essere il taglio ipotetico della storia e di come, io scrittore, devo comprendere quelle ragazze, così lontane dalla morale comune senza perbenismi. Semplicemente cruda realtà.

    Bho la mente vaga 😀

    1. Perchè no 🙂 tutte le storie possono essere affrontate in questa ottica. Durante il coro di studi abbiamo affrontato temi agghiaccianti come quello dell’infibulazione – eppure con il metodo e la disposizione dell’antropologia tutto appariva non giustificabile, ma perfettamente comprensibile.

  3. Da qualche settimana mi ronza nella testa l’importanza dell’antropologia per uno scrittore. In uno dei prossimi post potresti consigliare una bibliografia per neofiti? In libreria non sono stata in grado di scegliere nulla nonostante ci fossero parecchi titoli a disposizione. Grazie!

    1. Se hai voglia di spendere ti consiglio il mio primo libro di testo, “Antropologia Culturale” di Shultz e Lavenda. Il mio professore mi aveva anche consigliato “il primo libro di Antropologia” di Marco Aime 🙂

  4. Tutto è cultura. Vale anche guardare da dentro. Interessanti gli spunti che dai. I più grandi tra registi, scrittori e musicisti sono stati quelli che hanno colto la natura umana… E hanno avuto tanta fantasia.

      1. Manca (mi riallaccio al fantasy ma non solo) la coerenza che solo una profonda conoscenza dell’animo umano, permette di donare ai personaggi.

      2. Le lezioni di antropologia, poracce, il loro filo logico ce l’avevano 😛 forse non sembra perchè non ne ho parlato, per non sciabordare rispetto al tema. C’è poi da dire che una disciplina scientifica ha obiettivi diversi rispetto alla scrittura, quindi è possibile collaborazione ma non una completa sovrapposizione.

  5. Davvero interessante questo post. Anche a me piacerebbe saperne di più. Provo a vedere se “Antropologia Culturale” e “Il primo libro di Antropologia” sono abbastanza scorrevoli. Grazie! 🙂

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