Il genere fantastico, prigioniero della banalità

bird+cage+vintage+image+GraphicsFairy004smCosa abbiamo detto nello scorso post?

Una buona storia fantastica sfrutta la libertà espressiva che la differenzia dalle storie verosimili per esplorare e interrogare in profondità la realtà che ci circonda.

Immaginare è pensare. O almeno, così dovrebbe essere.
Se il legame tra immaginazione e realtà si spezza, la nostra storia fantastica è rovinata. Ed è qui che inizia il degenero del fantastico. Vediamo insieme come e perché.

La libertà di immaginare è un mezzo, un meccanismo per esprimere adeguatamente idee ed interrogativi che non potrebbero essere espressi altrimenti. Ed è un mezzo pericoloso, perché è facile usarlo male.
Molti scrittori del fantastico, infatti, compiono l’errore più grande: trattare l’immaginazione come un fine.

Cercare di assemblare frammenti di realtà in modo sempre nuovo, sempre più imprevedibile, con l’unico scopo di stupire il lettore, fargli esclamare “oh, che originale!” Concentrarsi solo sulla forma, con la beata illusione che il contenuto appaia magicamente al suo seguito o, addirittura, perda importanza.

Questa sfrenata corsa all’originalità, quasi sempre, è un fiasco. Come dicevamo la volta scorsa, l’assoluta originalità non esiste. La realtà che conosciamo è limitata, quindi anche la nostra capacità immaginativa è limitata. Siamo nati negli ultimi due secondi della civiltà umana, quindi dobbiamo presentare la nostra creazione a  qualche centinaio di civiltà più antiche di noi, prima di gridare alla novità.
Alla luce di queste enormi limitazioni, ultimamente, molti giocano al ribasso. Cambiano le sfumature, il contorno, ed ecco la novità – almeno, secondo loro.
“Ma no, qui è diverso! Gli elfi hanno gli occhi color lupo-quando-fugge e lanciano ragnatele!” Quanti commenti ho sentito, su questa falsariga? Le storie fantastiche che vogliono stupire il lettore con l’ultima trovata, in genere, sono un putridume di ideucce esauste appiccicate insieme.
Anche la tendenza a creare decine di generi e sottogeneri, fusi o confusi tra loro, scogniti a tutti fuorché agli addetti ai lavori, è l’ennesimo tentativo di racimolare briciole di originalità, fingere distinzioni e particolarità, raschiare il fondo di un universo narrativo che ha esaurito la propria spinta propulsiva. Ed è qui che arriva il paradosso:

Questa nauseabonda ripetizione di intrecci, situazioni, personaggi…a molti lettori piace.

Ci avete fatto caso? Il pubblico del fantastico, considerato nel suo insieme, è schizofrenico. Da un lato si lamenta di tutta la banalità che appesta il proprio genere preferito, e auspica l’arrivo di un cambiamento, una roba “veramente originale”. Dall’altro si adagia su quella stessa banalità, compra volumi e volumi di banalità, proprio per assaporare, con minime variazioni sul tema, quella rilassante sensazione di già visto che li fa sentire a casa.
Questo meccanismo coinvolge tre attori:

  • il lettore medio: è pigro e, se può, si lascia andare alla banalità. La banalità ti lascia in pace. Non sei obbligato a pensare, nè a sentire attivamente, e puoi farti -scusate il francesismo- le seghe al cervello per ore. Ah, che pace. E’ come una droga, dà assuefazione. Più ne fruisci, più ne desideri, mentre pensare, sentire e avere un rapporto attivo con le tue letture diventa faticoso.
  • la casa editrice: ha innescato il meccanismo, facendo leva sulla pigrizia sempre latente del lettore medio, per guadagnare facile. Un luogo comune collaudato è un investimento sicuro, mentre una nuova idea la costringerebbe a rischiare.
  • lo scrittore medio: vuole, più o meno inconsciamente, propagare all’infinito gli effetti di questa droga, perchè drogato a sua volta o perchè, come la casa editrice, sa che può avvantaggiarsene senza spremersi troppo le meningi.

Questo circolo vizioso, in apparenza, beneficia la maggioranza delle parti coinvolte, ma trascina il genere fantastico in una palude di banalità e bruttezza.
Non mi vergogno a dire che oggi la stragrande maggioranza dei libri fantastici pubblicati è come gli harmony, come i polizieschi di serie C. Il fantastico è nato come filosofia narrata, antenato illustre di tutta la nostra letteratura (come è stato ben detto da Alo Madeddu nei commenti)…ed oggi è una pila di libri da ombrellone. Con un difetto ulteriore: l’accanimento cieco e monotematico dei propri lettori. La libertà espressiva del fantastico amplifica gli effetti della droga banalità come in nessun altro genere. Ecco cosa vuol dire, avere la libertà e usarla male.

Signori, il malato è grave – ma noi non siamo rassegnati, giusto 🙂 ?

Nel prossimo post darò il mio contributo. Sfideremo l’establishment della droga banalità attraverso due linee guida:

  1. ridefinire il ruolo dell’immaginazione
  2. stravolgere ed approfondire l’idea di originalità

 064 A voi la parola:
Avete letto storie brutte di questo genere? Conoscete lettori “drogati” dalla banalità fantastica? Secondo voi quali soluzioni esistono a questo degrado?

Nella prossima settimana tradurrò uno dei miei video, quindi non scriverò articoli. Ci vediamo a dicembre!

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18 pensieri su “Il genere fantastico, prigioniero della banalità

  1. Molta narrativa sta prendendo la china della lettura / produzione compulsive. Ci sono dei lettori – non di rado lettori forti – che leggono un solo genere, ne vogliono a palate, e sempre uguale. Che sia l’atroce fentasi, con gli elfi sifilitici, o gli harmony, con le casalinghe maggiorate e il palestrato, poco cambia – tutto si ripete senza sosta, sempre uguale, sempre rassicurante. Così vogliono certi acquirenti. L’importante, se non c’interessano questi sviluppi, è stare alla larga 🙂

    1. Vero. Ho parlato solo del fantastico perchè è uno dei protagonisti di questo cambiamento, ma non è affatto il solo (ti sei dimenticato gli squallidi pornazzi BDSM per donne :P!) E quello che mi fa andare fuori di testa è proprio che i “clienti” di questa letteratura compulsiva sono molto spesso lettori forti! Certo, ci vuole poco ad essere “forti” con libri del genere. Per questo evito di giudicare un lettore dalla frequenza delle sue letture. Che siamo, maiali all’ingrasso? Un’altra cattiva influenza della sfera economica su quella letteraria.

  2. Qualcosa di buono in giro ancora si trova, sommerso in una valanga di merda. Ma ripensando ai grandi del passato il “qualcosa di buono” non è niente di che, un contentino. Le cose forse cambieranno se gli scrittori si daranno da fare, da un lato nel creare opere migliori e dall’altro nell’educare i propri lettori. Nel fargli vedere che c’è di meglio.
    Da questo punto di vista un sito, un blog, un canale youtube si rivelano molto utili.
    Bel articolo, ma brutta situazione.

    1. Mi rattrista pensare che da qualche parte nel mare di…fango che ha colonizzato gli scaffali delle librerie, ci siano degli autentici capolavori ignorati da tutti (“L’Isola dei Liombruni” di De Feo potrebbe essere tra questi. Non mi sento abbastanza brava da scovare capolavori, ma quello è un libro splendido). Sono pessimista: non penso che la buona scrittura, di norma, trascini le folle, ma niente è impossibile. Nel mio piccolo cerco di contribuire.

  3. Sono troppo legato alla realtà e alla verosimiglianza per scrivere completamente “fantastico”. Ritengo di avere una buona immaginazione, però sono anche convinto che il lettore medio, che non è necessariamente un adolescente, viri sempre più spesso si scrittori un po’ banali e su i libri che la critica e che l’editoria pubblicizzano, ovvero il thriller, con tutte le contaminazioni e sottogeneri possibili. Un po’ per questo, un po’ perché mi piace scrivere quelle storie, mi sto indirizzando verso quel genere, ma questo non toglie che ciò che hai detto sia sovrapponibile anche a generi diversi. Basti pensare agli ultimi grandi best seller usciti in libreria che a volte deludono il lettore perché banali o inferiori ai precedenti del medesimo autore.

    1. Vero, questo discorso si può declinare su generi diversi, soprattutto quelli più in voga. Io scrivo solo quello che so e che mi piace scrivere (che, per fortuna, è un piccolo sottoinsieme di ciò che mi piace leggere), e se provassi a scrivere in base a cosa viene letto di più, verrebbero fuori libri orrendi. D’altronde fino ad oggi, aprendo un best seller, ho sempre pensato che fosse scritto malissimo. Mi sa che non è proprio roba per me 😊

      1. Non si smette mai d’imparare, nemmeno in male, nemmeno dai più grandi o ritenuti tali dall’opinione pubblica.
        Non per fare il generalista, penso che uno scrittore debba scegliere di scrivere ciò che sente, ciò che conosce e ciò che lo fa sentire bene, staccandosi dai condizionamenti esterni. Poi, deve avere un occhio di riguardo per aiuti, suggerimenti e lezioni varie che si possono imparare dalla vita.
        In conclusione: saremo sempre degli studenti, poveri in canna!

  4. E tuttavia, io nutro ancora speranza. Piuttosto ma com’è che in Italia il fantastico non esiste quasi? Pochi gli autori, pochini bravi… Ma è tutta colpa del fatto che solo lo scrivere “serio” è serio e il fantastico è roba da poveri bambini imbecilli?

    1. C’è anche un altro fattore, secondo me. Oggi il fantastico cool, quello vero (cioè l’unico che vende in modo consistente) è quello di stampo anglosassone. Questo è un lunghissimo discorso che intreccia potere, economia e cultura, un po’ difficile da trattare in un commento. Chissà, magari un giorno ci scappa il post.

      1. Devi… Non dimenticare di sondare un altro aspetto e cioè che davvero qui da noi il fantasy è da sempre stato considerato come non nobile, lo si è avvertito o quantomeno l’ho avvertito io e beccarsi un – “Che fai? leggi ‘ste boiate?”- era all’ordine del giorno.
        Non che questo mi spostasse più di un tot.

      2. Questo sarebbe un discorso splendido, ma sforerebbe molto dall’ambito della scrittura e diventerebbe antropologia. In Italia non c’è mai stato un vero “genere fantastico” e non c’è il senso del tragico – cose che invece sono fiorite entrambe nel mondo anglosassone e mitteleuropeo. Di mezzo c’è il cristianesimo. Anche questa è una lunga storia.

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