Perché abbiamo bisogno del genere fantastico?

“It is I, ghost prince. Everything is scary.” (“Sono io, principe fantasma. Tutto fa paura.”)

Il genere fantastico è il protagonista dell’editoria contemporanea. Ma moltissimi dei risultati che produce sono, a parer mio, scadenti. Probabilmente anche voi avete letto qualche féntesi vuoto, banale o squinternato, che sperate con tutto il cuore di non replicare nelle vostre scritture.
Perché questo declino?
Secondo me perché, troppo spesso, gli scrittori ignorano, disdegnano o dimenticano l’origine, lo scopo del fantastico:  non intrattenere vuotamente, ma farci interrogare sulla realtà.

Che cos’è in soldoni l’immaginazione fantastica? Assemblare tra loro elementi che nella realtà sono sempre separati.
Corno di narvalo + cavallo = unicorno.
Qualsiasi creazione fantastica è il prodotto, più o meno complicato, di questo basilare meccanismo.
Nel macchinario puoi inserire ciò che vuoi, ma esiste un limite fondamentale: la materia prima appartiene sempre alla realtà. L’assoluta originalità non è possibile. Nessuno crea, tutti assemblano frammenti di realtà. Ecco allora il primo punto:

Il fantastico e la realtà non sono due universi paralleli e distinti. Benché meno, due mondi in competizione. La fantasia autentica non è mai un rifugio per chi si sente deluso dalla realtà. Tutto il contrario. I mondi fantastici, per essere vivi, devono nutrirsi a piene mani della realtà, dei suoi drammi, dilemmi, ed energie. Una valida storia fantastica rende più temibili i mostri di ogni giorno.

Bene, cari compagni assemblatori. Perché assemblate – pardon – immaginate? Che bisogno c’è, se in fondo la realtà è tutta qui?
…perché la realtà non è tutta qui. Lo sappiamo bene, io e voi. Ciò che chiamiamo realtà, oggettività, concretezza è il francobollo striminzito in cui ci ritiriamo per proteggere le nostre vite dal Mistero che ci circonda. Persino la scienza, il baluardo del mondo “così com’è”, ci conferma che tutti i confini sono labili, e l’Ignoto è sempre accanto a noi, incastrato nella fibra stessa della realtà. Svelato l’arcano:

E’ la paura a guidarci. La paura dell’Ignoto scatena l’istinto di sopravvivenza che, davanti al fallimento della pregevole ma limitata razionalità, chiama in causa la nostra ultima risorsa: l’immaginazione. Con la fantasia diamo forma all’Ignoto, lo popoliamo di creature senzienti, ne tracciamo i confini e la geografia. Tutto questo svolge una importante funzione esistenziale: ci prepara ad affrontare l’Ignoto.

In fondo, il genere fantastico è nato quando l’uomo è riuscito a pensare la più profonda paura: la morte. Da quella paura sono nate infinite forme di Aldilà, e poi i culti e le religioni, gli dei e gli esseri mitologici, e via così. Tutto ciò che non conosciamo è sovraffollato di creature. Tecnicamente, le religioni del mondo sono le più efficaci narrazioni fantastiche della civiltà umana. Gli enigmi irrisolvibili della vita sorpassano di gran lunga i confini del mondo conosciuto – a volte ci portano in luoghi estremi, dove solo la fantasia può sostenere il nostro pensiero.

Sento una voce. “Sì, ho capito. Ma perché inventare elfi, alieni o zombie se in fondo parli sempre di normali esseri umani? Non potresti inventare una storia realistica, che tanto è sempre inventata, è sempre assemblaggio? Perché ne senti il bisogno, che cosa ci guadagni in più, se in fondo realtà e fantasia sono un po’ la stessa cosa?”

Sei sveglio, eh? 🙂 Bravo. Posso darti una risposta soggettiva.
L’immaginazione fantastica ha una grande libertà, e quindi può raggiungere una tremenda capacità di sintesi rispetto all’immaginazione realistica. Per paradosso, se viene maneggiata con cura, rappresenta la realtà con più efficacia della verosimiglianza stessa.

Esempio: il vampiro “classico”.
Il vampiro alla Dracula è un nodo di riflessioni stipate insieme, influenzate dal contesto narrativo in cui si trovano, e arricchite l’un l’altra di riverberi semantici:
Il decadimento dell’aristocrazia. L’uomo come essere asociale o anti-sociale, per scelta, per sfortuna o per destino. L’uomo predatore dei suoi simili. La frustrazione del desiderio di immortalità. Lo smarrimento esistenziale. La natura demonica e mortifera del sesso e dell’amore… solo per dirne alcune.
Per esprimere tutti questi temi con una storia realistica dovrei fare giri tortuosi, ma il risultato, temo, non sarebbe altrettanto fulminante, denso senza la presenza di un vampiro.

Detto questo, ognuno scrive come gli è più naturale (anche io scrivo storie realistiche), e pure il fantastico ha i suoi rischi e limiti. Ne parleremo nel prossimo post.
(Sento un’altra voce in arrivo. Sono quelli che “ma ogni tanto voglio distrarmi, leggere cose poco impegnative, sennò dopo un po’… *scrollata di mani e sbuffata*”… nel prossimo post parleremo anche di loro.)

mini149 A voi la parola:
Che pensate di queste riflessioni?
Come lettori e come scrittori, preferite storie realistiche o fantastiche (nel senso più vasto del termine, anche horror o fantascienza?)
Quali sono le vostre storie fantastiche preferite, e perché?

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25 pensieri su “Perché abbiamo bisogno del genere fantastico?

  1. Secondo me lo scopo del genere fantastico è stupire il lettore, farlo tornare bambino facendogli provare il senso del meraviglioso. Solo che “ingannare” un adulto è molto più complicato perché si sentirà legato al mondo reale.

    1. Hai toccato un altro punto importante, comunicare il senso del nuovo, del meraviglioso. Un risultato che non si può ottenere senza collaborazione del lettore, che spesso è più disincantato di quanto speriamo (e non è solo un problema generazionale… ho incontrato bambini cinici come contrabbandieri texani purtroppo).

      1. Dissento ! I contrabbandieri texani non sono così cinici… Un conto è essere cinici per scelta, un altro è esserlo perché non si conosce altro.

  2. Preferisco le storie fantastiche. A me servono per visitare mondi migliori del io, anche se in quei mondi, lo sappiamo bene, non va per niente bene, altrimenti non ci sarebbe storia.

  3. Sono talmente d’accordo con quanto hai scritto che vorrei averlo scritto io! 😉 Di solito, quando mi chiedono perché mi piace il fantasy, dico che la realtà per me è fantasy, cosa un po’ incomprensibile, ma tu l’hai detto bene: “Ciò che chiamiamo realtà, oggettività, concretezza è il francobollo striminzito in cui ci ritiriamo per proteggere le nostre vite dal Mistero che ci circonda.” Certo che sì! Leggere e scrivere fantasy è aprire le porte per affrontare con la nostra umanità quel Mistero.

  4. Senza il fantastico non avremmo narrativa scritta in questo mondo. Sbaglio o si parte con Gilgameš? 🙂 Mi basta questo per sapere che io voglio altra narrativa fantastica. Poi ne leggo meno dell’altra, ma la voglio lo stesso.

  5. Per me fantasy, fantascienza o basato sulla realtà diciamo realistico, non fa alcuna differenza: quando una storia appassiona appassiona e basta.
    Cosa mi ha colpito? Mah, Le confessioni di un italiano di Nievo, capitato in un momento particolare, John Fante e la sua dannata confraternita del Chianti, la trilogia dell’Assassino (i Lungavista) di Robin Hobb, Tolkien forse più il Silmarillion che non il S.d.A., Gemmel, perché anche io avrei voluto attraversare le montagne con Druss… Buzzati perché vorrei scrivere come lui* … Ah già Ursula LeGuin… Ok mi fermo.
    *e non sono neanche a 1/100 del suo essere grande!

      1. Ho iniziato con i suoi racconti su Earthsea (prima che li traducessero come Terramare) e mi sono subito piaciuti tutti i suoi personaggi ed i loro errori prima ancora della storia e dell’ambientazione.

      2. Se poi non ti piace… spero che non mi righerai l’auto! 😀
        Non dimenticare anche Hobb, perché nei suoi romanzi ha saputo dare un carattere credibile agli adolescenti e ai bambini. Non è da sottovalutare.

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