Col nostro Sangue hanno dipinto il Cielo

3183174451_c6579e4ca6_zCosa c’è nel mulino che vorrei? Un libro. Poniamo che sia di un autore giovane. Che sia gratis. E che sia pure serio e ben scritto. Che cosa esce fuori? “Col nostro Sangue hanno dipinto il Cielo” di Eleonora C. Caruso (prima o poi, tra pseudo-otaku ci si trova).

A nessuno sembrava strano che Yuri si fosse uccisa, né che avesse scritto solo a lui. Shun era il suo host da quasi quattro anni e, come tutte, lei credeva di amarlo. Gli avevano consegnato la lettera mentre lui si stava guardando allo specchio, un passatempo in cui soleva indulgere per sopportare il tedio dell’interazione con tutti i suoi colleghi, giapponesi mediamente belli e quindi brutti. L’aveva appoggiata sul lavandino di casa e subito dimenticata. Yuri era una buona cliente, puntuale e pulita, non facoltosa ma presente, che parlava poco. Suicidarsi e privarlo così dei suoi soldi era stato un atto da vera stronza. Le riconosceva però la coerenza, era morta com’era vissuta: in modo inutile.

Questo breve e tagliente romanzo si svolge nell’ambiente degli host. Gli host sono gigolò dell’amore, per le donne (ma anche gli uomini) dell’alta classe giapponese. Non vendono sesso, ma sentimenti; offrono alle proprie clienti l’illusione paradossale di essere amate follemente ed in modo esclusivo, e da questo ricavano guadagni astronomici, a costo di abitudini di vita sfiancanti, che deteriorano il corpo in pochi anni.

Che cosa ti spinge a continuare la lettura? La tenerezza nonostante tutto. Il mondo di questo romanzo è di un materialismo agghiacciante, tutti i personaggi sono al contempo vittime e carnefici, sanno solo comprare gli altri, o esserne comprati. Eppure ancora sognano qualcosa di puro, essere riconosciuti, essere umani, amarsi.


A lezione di scrittura con “Col nostro Sangue hanno dipinto il Cielo”.

  • Creare personaggi indifferenti. Sezioniamo il paragrafo precedente. “A nessuno sembrava strano che[..]” ci illude che una folla di persone partecipi alla morte di Yuri. Dopo però leggiamo “lei credeva di amarlo”, che ci distanzia da lei, rompe l’empatia con il suo personaggio.  “L’aveva appoggiata [..] e subito dimenticata”: Yuri è ancora più distante da noi. Però, riceve subito dopo apprezzamenti come “buona cliente” e “coerenza”, subito troncati da quello “stronza” e poi da “era morta com’era vissuta: in modo inutile.”
    Questa tecnica è presente un po’ in tutto il romanzo. E’ un altalenarsi lucido (e quindi un po’ folle) di pregi e difetti superficiali, che non sfiorano nemmeno la gravità della situazione: lei si è suicidata. Se volete ritrarre personaggi alienati, indifferenti verso le disgrazie altrui, questo è un buon metodo.

  • Scrivere pugni nello stomaco. Una tecnica che apprezzo molto nei romanzi altrui è la compressione dell’espressione emotiva, al fine di aumentare il coinvolgimento del lettore. Dire cose terribili con poche tiepide parole. A seconda di come questa tecnica viene usata, può dare un effetto particolarmente drammatico, oppure particolarmente cinico. Questo romanzo è un buon esercizio di entrambi i casi.

  • A cosa servono le coordinate. Le frasi di questo paragrafo sono piuttosto articolate e lunghe per la media di tutto il romanzo. Le frasi brevi o coordinate servono a dare un ritmo secco. Una frase coordinata si sofferma sulla realtà senza esplorarla, per impellenza, confusione, paura o, come in questo caso, per noncuranza e superficialità del parlante. Le subordinate, invece, stabiliscono nessi chiari di causa e conseguenza. Sono un ragionamento, invece che un dipinto. Se il vostro personaggio non sa o non vuole riflettere, non usate le subordinate.

  • Non esistono libri morali o immorali. I libri sono o scritti bene o scritti male: nient’altro.Così dice O. Wilde. Questo libro potrebbe essere definito immorale, oppure inutile, perché non apre prospettive, non dà speranze né soddisfazione. Eppure è scritto davvero bene. Ho quindi avuto conferma di ciò che pensavo già in precedenza: tu che scrivi, non preoccuparti di sollazzare il lettore, ma solo di scrivere bene. I libri devono parlare della vita, di tutta la vita, non solo di cose belle, simpatiche o edificanti. Devono essere veri, molto prima che piacevoli.

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