Quanto scrive un “vero” scrittore?

3183174451_c6579e4ca6_zCartatraccia riparte con una annosa questione: il rapporto tra quantità e qualità della scrittura. Bisogna scrivere tanto per diventare bravi, per essere “veri” scrittori, per affermarsi?

Aspettate, fermi un attimo. Formulare la domanda in questo modo non serve a niente. Bisogna fare qualche precisazione. Diventare bravi e affermarsi sono due cose diverse. Ad alcuni, che vogliono soprattutto il plauso della folla, sembreranno la stessa cosa, ma non lo sono (a proposito, perché non avete tentato il rock o la politica, invece di infliggervi la letteratura?).

Diventare bravi e affermarsi sono due cose diverse, ma non voglio dire opposte, perchè non è sempre così – in fondo Dickens fu molto amato ai suoi tempi. Tutti vorremmo essere Dickens, no? Vorremmo essere “scrittori prolifici, apprezzati dal pubblico ma anche dalla critica, che si lanciano sulla folla in delirio ma rimangono anche immortali nei secoli dei secoli.” Cattiva notizia: la filosofia del ma anche non ti porterà da nessuna parte. Devi capire che scrittore sei. Quali strade ti appartengono, e quali no. Avere un’identità implica fare delle scelte. Dickens è stato, sotto questo aspetto, fortunato: il suo vero io letterario era davvero quello. Ma è improbabile che tra di noi ci sia un Dickens – che facciamo, ci spariamo? La mia amata Emily Bronte ha scritto un solo romanzo, ed è morta credendo di aver fallito come scrittrice.  A nessuno piacerebbe fare la sua fine…eppure era Emily Bronte.

Partiamo dall’ovvio. Si diventa bravi solo con l’esercizio. Se volete migliorare come scrittori leggete tanto, tentate di leggere bene e, ovviamente, scrivete più che potete.

Ignorate l’ispirazione, lo stress e il resto del mondo. Scrivete mentre mangiate. Mentre andate a scuola o al lavoro sui mezzi pubblici. Nella sala d’aspetto del medico. Quell’ora, quella mezz’ora, anche fossero solo 10 minuti, quelli sono vostri, per voi e per le vostre storie. E’ una questione di orgoglio personale, e forse di sanità mentale. Non lasciate che alcun altro impegno vi rubi quei 10 minuti.

Ma tra scrivere e pubblicare c’è una bella differenza. Tantissime persone inondano la rete con i propri scritti, convinte che la quantità, in fondo, dia man forte alla qualità. “Se sono presente dovunque, prima o poi mi noteranno e mi apprezzeranno”. Prima di tutto stai dando “spintonate” a chi si impegna a pubblicare con criterio, ma capisco che il fair play non interessi a nessuno. Ti dico allora questo: che ti vedano è probabile, che ti apprezzino un po’ di meno. Può darsi che una quantità di scritti mediocri ti faccia accumulare una reputazione mediocre, mentre il tuo pugno di piccoli capolavori potrebbe regalarti una reputazione migliore, anche se più ristretta.

La vita è crudele. Alcuni, come me, non riescono a scrivere bene perché sono troppo autocritici. Altri, invece, amano tutto ciò che fanno, e così strozzano ugualmente le proprie capacità. Lo spirito critico, in dosi adeguate, è un grande alleato della scrittura. Solo grazie all’autocritica possiamo uscire dal nostro guscio di entusiasmo, e guardare in faccia la realtà: è impossibile che tutto quello che scriviamo sia ugualmente buono. Esiste il momento del divertimento (il divertimento è necessario e imprescindibile), ma poi viene il momento dell’autocritica. Alcune cose saranno migliori, altre peggiori, altre ancora saranno bruttarelle e forse è meglio limarle un bel po’, o addirittura accantonarle. Una volta che abbiamo preso atto di questa verità, possiamo fare una cernita, e rendere così un servizio ai lettori, agli altri scrittori, e soprattutto a noi stessi.

E dove vanno a finire tutti quei byte o quelle pagine scritte che non vedranno mai la luce del pubblico? E’ stata tutta fatica sprecata? No, non la vedo in questo modo. I nostri “tentativi falliti” sono la scaletta grazie a cui saliamo la strada faticosa del miglioramento.

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26 pensieri su “Quanto scrive un “vero” scrittore?

  1. Ciao! Tutto molto vero. L’aspetto più infido della scrittura è che devi lavorare sodo accettando la possibilità di non arrivare dove vuoi arrivare; il miglioramento, invece, è una certezza se si continua a esercitarsi.

    1. Ciao e benvenuta 🙂
      La scrittura è una delle attività più frustranti che esistano, ma allo stesso tempo, se accetti questo aspetto, è una grande possibilità di crescita personale, perchè plasma il tuo rapporto con te stessa e con la vita.

  2. Direi che la verità si trova nel mezzo.

    Devi scrivere tanto, e pubblicare poco. Essere spietato con te stesso e le tue parole, non pubblicare in rete tutto quello che ti passa per la testa, ma continuare a scrivere.

    La scrittura, come l’arte, è intuito.
    L’intuito lasciamolo alla fase della stesura, e consegnamo programmazione e logica al processo editoriale.

    Ciao 😉

    1. Ciao e benvenuto 🙂
      Sono fondamentalmente d’accordo con te. Poi, essendo io una “architetta” della scrittura, uso la logica anche durante la scrittura (non nell’esatto momento della scrittura, ma in quello della progettazione e della revisione) e mi piacerebbe mettere le mani anche nelle fasi del processo editoriale. Ma questo è solo un tratto caratteriale: noto che tanti altri scrittori, come te, hanno un approccio diverso, e in fondo “basta che funzioni”!

  3. Ottimi spunti e riflessioni,
    tuttavia io credo che si debba anche comprendere il motivo per cui si vuole scrivere. Se uno lo fa per diletto, no ha nessuna importanza di dove andranno quei byte, d’altro canto se uno vuole pubblicare o quantomeno essere un self-publisher la cosa ovviamente cambia.

    Tuttavia aumenterei la percentuale dell’ispirazione, di cui parlavi nel commento sopra, lasciando comunque al 90% il farsi un mazzo tanto 😉

    1. Ciao e benvenuto 🙂
      Capisco perfettamente quello che dici. Non ho considerato la possibilità di scrivere per diletto per… limitatezza mia, immagino. Come fa qualcuno a sgobbare tanto solo per hobby? Non riesco a crederci! 😉 Capisco anche la correzione delle percentuali. Diciamo che se l’ispirazione costituisce solo il 10% della forza che ti spinge a produrre e conclude…è il 100% della forza che ti spinge a cominciare ogni volta.

  4. Leggo solo ora… si, bisogna scrivere tanto, per diventare scrittori si deve scrivere sempre e si deve possedere del talento, che cresce con il tempo e con la pratica ma, come per tutte le cose, è innato. Le cose scritte e non piaciute o che non ci hanno portato a nulla o che non ci hanno convinto ? Passato. Fanno “punti esperienza”, ma, come nei giochi dove si progredisce di livello, magari non le useremo mai più, nemmeno come ricordo o spunto.
    Sulla domanda – spinosa – l’autore pubblicato è più bravo di chi non riesce, mah da un lato sì, perché per capacità sue ha toccato corde che hanno spinto qualcuno a pubblicarlo.
    L’autore che vende tanto è più bravo di chi ha venduto poco? Spesso sì, come spesso, in qualche caso, ha venduto molto solo dopo la sua riscoperta.
    Certo come sempre accade nel mondo reale non tutto è limpido, però un pochino si.

    1. Non so se il talento sia innato. Sono sicura però che innata è la voglia di scrivere anche se è una attività frustrante, e forse è la proprio perseveranza che, mattone dopo mattone, costruisce il talento. Mi piacerebbe avere più fiducia nelle case editrici, ma a me pare che vogliano solo vendere, e quindi pubblicano solo i libri che secondo loro venderanno, al di là della bravura o della mancanza di bravura. Molti di quelli che io giudico “libri belli”, sono gli stessi libri per cui ho sentito dire tante volte “eh ma io non voglio mica riflettere sempre, voglio anche svagarmi, spegnere il cervello!” Come se un libro brutto fosse divertente. Non bisogna sempre leggere Nietzsche, ma che ne so, Pennac, Benni, qualcosa che sia fatto bene! Eppure quello è il lettore medio, e la gran parte dell’editoria si rivolge a lui.

      1. Interessante.
        Questa è una chiacchierata che facemmo tra amici molto tempo fa, complice qualche birra di troppo. Nessuno di noi scriveva per gli altri in quel momento, ma solo per sé e, a memoria mia, solo io poi ho finito con il condividere la mia passione con qualche racconto. Alla fine, dicemmo, una casa editrice resta un’azienda e pertanto è costretta ad andare sul sodo, sul denaro, sul sicuro della grande firma. Una casa editrice seria è quella che media tra cassa e rischio, ovviamente non è mai facile e, come dappertutto, qualche nepotismo qua e là e qualche raccomandazione sicuramente mettono sugli scaffali delle librerie roba che prende solo polvere, innegabile.
        Riguardo i lettori, statistiche vorrebbero che il lettore “italico” sia composto da uno zoccolo duro, roba da 100 libri letto l’anno di cui almeno 30 comprati e un sacco di libri venduti occasionalmente… Entrambi i target vanno bene per le case editoriali, per i motivi di sopra… Anche se è triste.

      2. Poi non voglio essere disfattista: di sicuro ci sono tante case editrici più piccole che tentano di investire nelle letture un po’ più “di nicchia” proprio per soddisfare quella parte di pubblico lasciata a bocca asciutta dalla grande produzione. E’ sempre questione di soldi, solo che in questo caso vengono investiti con più intelligenza! E’ anche un brutto periodo per l’editoria in generale.

      3. Leggevo da qualche parte (ammetto non ho memoria della fonte ma forse la TV) che pure i lettori duri&puri hanno mollato. Da 50 a 20/30 libri l’anno comprati e, ammetto, anche io che rientro nella classe mediobassa (10-15 l’anno purtroppo) ne compro molti meno e preferisco le biblioteche (sante biblioteche) però sì, si percepisce eccome il periodo così così. Dobbiamo perfino essere grati ai best-sellers più dubbi! Sperando che quei soldi vengano investiti bene e non servano a coprire altre magagne, rimborsi milionari, spese strane, emorragie di denaro… Insomma a pagare il baraccone e non l’editoria vera e propria. OK mi fermo… t’ho riempito il post di chiacchiere! 🙂

      4. Anche io appartengo al gruppo di quelli che hanno un po’ mollato, purtroppo. E’ sempre più difficile scovare libri che mi piacciono, dall’esterno mi sembrano tutti belli!

      5. Piccola annotazione affatto secondaria: la voglia di scrivere è innata, per te! 🙂 Conosco persone che terminati studi anche di un certo peso e pregio hanno appeso la penna\matita\laptop al chiodo.
        Quindi da un lato si può affermare che sei “corrotta”, perché ardi della passione per le lettere, per lo scrivere (ovviamente è un rimprovero – non rimprovero! Averne di persone corrotte così) e quindi valuti l’esprimerti scrivendo come necessità anche per gli altri… Di nuovo, magari.
        Riguardo il mattone su mattone, quanto è vero! Diverse persone tra amici e conoscenti, sapendo che scrivo per diletto (e spesso finisco quello che inizio) mi hanno confessato di avere cominciato un sacco di volte qualcosa (racconto romanzo raccolta) e di essersi arenate. Fin qui niente di male. Cosa va storto ? Non concepiscono la fatica, l’impegno, la dedizione. Scrivi 10 pagine e già ti sembra un inferno? E’ così… 🙂
        Quindi di nuovo è vero: una casa si costruisce mattone su mattone, con tanti mattoni!

  5. le notifiche su questo ‘vecchio’ post hanno risvegliato anche il mio interesse per un argomento che sembra a prima vista banale ma non lo è affatto. A me infatti interessa moltissimo. Propongo un punto di vista un po’ diverso, direi complementare a quello finora discusso. Solo una breve premessa. Qualche tempo fa mi è stato chiesto di partecipare a un’iniziativa online. C’era da scrivere una specie di editoriale ogni giorno su un sito web e a rotazione ognuno doveva scriverlo su un proprio tema. La consegna era: racconta la tua storia in 1000 battute, poco più, poco meno. Dopo un primo disorientamento devo dire che questo è stato per me un esercizio di scrittura formidabile. In totale ne ho scritto un centinaio. Per me ciascuno significava qualcosa, significava molto. Però mi sono reso conto che non lo era per molti dei miei lettori, almeno così mi è sembrato. Il punto allora è: data una storia, qual’è il numero minimo di parole perché possa essere veicolato a un lettore ‘compatibile’ con la storia, il contenuto emozionale della medesima. È evidente che c’è di mezzo il contesto comune tra scrittore e lettore, ma non mi voglio spingere oltre. Se il tema vi interessa lo sviluppo eventualmente in risposta ai vostri interventi, così evito di fare monologhi poco interessanti su questo blog super interessante!!!

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