A scuola di lettura

Si sente spesso “lui/lei legge tanto” con un tono di ammirazione. Ma cosa legge, esattamente?

Leggere è come l’attività fisica. Non è un’operazione bella e buona a prescindere. Se non si impara un metodo preciso, appreso e trasmesso dagli specialisti del campo, le abitudini sbagliate deformano e danneggiano le nostre capacità. Per questo esistono i classici (e gli istruttori di ginnastica).

I lettori voraci sono tantissimi. Quelli che “mangiano” un libro alla settimana, oppure ogni 4-5 giorni. Quelli che portano avanti 2 o 3 libri al contempo, e li hanno conclusi tutti alla fine del mese. Bene, come al solito voglio concorrere alle olimpiadi dello snobismo: se un libro è in grado di comunicarvi tutto quello che deve entro una settimana, probabilmente è un libro di valore mediocre, passeggero quanto l’intrattenimento che può fornire. Molti, da un libro, non cercano di più. Ma un libro può darvi molto di più – può insegnarvi a raffinare il linguaggio, quello stesso linguaggio che, come il corpo, usiamo rozzamente, il minimo indispensabile, nella vista quotidiana.

Chi sa usare il linguaggio in modo preciso, sfaccettato, è una persona più felice. Il linguaggio è il nostro ponte verso gli altri, verso il mondo, verso noi stessi. Non possiamo fare a meno di mantenere i contatti con queste realtà. Se il nostro linguaggio è piatto, approssimativo, anche la nostra capacità di sentire e ragionare sul mondo si ovatta, si confonde. Secondo Bob Levy i suicidi sono altissimi a Tahiti perchè nella lingua nativa non esiste una parola che indichi adeguatamente il dolore psicologico. La forma è sempre il contenuto, sia che ci dilettiamo di scrittura, sia che siamo esseri umani qualsiasi, inseriti nel nostro contesto. I libri sono la ruota su cui affilare le nostre parole, quindi la nostra capacità percettiva e cognitiva.

Non ho mai letto J. K. Rowling (esclusi i 2 Harry Potter e mezzo che ho accantonato in tarda infanzia) – ma non riesco a fare la bulla con chi vende un petilione di copie (ingenua, vero?) Così in libreria ho agguantato Il Richiamo del Cuculo e ho letto le prime pagine. Mi sono depressa. Se questa qui, che vende un petilione di copie, scrive “perbenismo” invece di mostrarmelo, e usa espressioni gergali come “folla di curiosi” sperando che questo mi renda vivida la descrizione…

L’editoria è diventata un’industria; i libri sono diventati prodotti soggetti non alla regola della qualità, ma a quella della novità perpetua; e i lettori, in base a questa enorme operazione commerciale, devono diventare pozzi senza fondo e senza criterio. Ma non lasciatevi divorare da questo meccanismo, abbiate dignità e cura di voi. Dobbiamo stare attenti ai libri che scegliamo, perchè da parole banali vengono pensieri banali, e la banalità è nociva perchè è contagiosa. E’ facile, non crea sfide, quindi dà assuefazione. Nutrirsi di certi libri significa disimparare a comunicare, e quindi disimparare a sentire e a pensare.

Alla lettura di Lolita ho dedicato tre mesi del mio tempo. Avrei potuto soffermarmi su ogni parola, su ogni scena, su ogni descrizione, perchè da ogni angolo di questo romanzo avrei potuto trarre una lezione di lettura, di scrittura, di vita. Non è altisonante come “quest’estate ho letto 5 libri”, ma vale altrettanto, o anche di più.

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2 pensieri su “A scuola di lettura

  1. Io da un po’ dico che bisognerebbe aprire scuole di lettura, non di scrittura. Per insegnare ai lettori ad apprezzare la costruzione di una frase, un periodo. La cura per i dettagli. Penso alla bellezza di “Madame Bovary”: lascia senza fiato. Ci sono 2 categorie di persone: i lettori, e i bravi lettori. Se i secondi fossero di più, in classifica non si vedrebbero certi titoli.

    1. Eppure mi sento ancora dire che “se sei un esperto, se stai sempre a cercare il pelo nell’uovo, poi non ti godi niente di quello che leggi!” Penso che sia in egual misura ignoranza e ricerca volontaria dell’ignoranza…

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