Scrittologia: che è ‘sto fantasy? Ovvero, attenti al genere.

questo_non_è_un_fntasylQuesto post, dedicato a un’altra delle brutture narrative che infestano i miei incubi, nasce da un commento a “il fantasy dei clichè” di Daniele Imperi su Penna Blu.

Quando mi chiedono “di che genere è il romanzo che stai scrivendo?” mi trovo sempre disarmata. “Fantasy”, poi mi correggo, “fantastico” e poi ancora “con una punta di fantascienza” e poi vado avanti con una serie di correttivi. Ma non ho ancora trovato un modo sintetico di spiegare cosa scrivo.
Sarebbe bello aprire una discussione sull’irriducibile imperfezione del linguaggio rispetto alle sfaccettature della vita. Ma, poichè mi richiederebbe un’enciclopedia in 12 volumi, ho deciso di dedicarmi a una singola briciola di questo enorme problema. Il genere: maneggiare con cautela.
Etichette. Lo vediamo nella vita di tutti i giorni: le etichette sono rassicuranti. Sentiamo la necessità di appiopparle agli altri, o di appiccicarle su noi stessi, perchè ci dona l’impressione, a volte illusoria, di conoscere la vita, di sapere chi siamo noi, e chi sono gli altri. Le etichette sono comode, parlano al posto nostro quando la vita ci lascia senza parole. Ma un individuo maturo sa di essere prima di tutto sè stesso. Non importa quello che ci piace o di cui siamo convinti, al di là dei “partiti” a cui ci siamo iscritti siamo prima di tutto individui particolari; e la nostra più grande ricchezza risiede proprio nella nostra irripetibilità.
Vorrei che questo percorso di vita penetrasse anche l’attività letteraria.
Le tavole della legge. Ci sono tantissimi aspiranti/emergenti scrittori che vivono un rapporto viscerale con il genere letterario a cui sentono di appartenere. Non scrivono altro, e ovviamente non leggono altro (è un circolo vizioso). E ovviamente si sentono irritati da chi scavalca con disinvoltura i saldi confini entro cui si sentono al sicuro. Più di una volta mi sono sentita rispondere “non puoi criticare queste caratteristiche, sono quelle che definiscono il genere fantasy! Se non ti piace leggi qualcos’altro!” oppure “ma questo non è fantasy, questo è new weird” o qualche altro genere bislacco che nessuno nomina mai oltre agli addetti ai lavori.
Meglio liberi. I generi letterari sono solo uno strumento per orientarsi nel mondo della narrativa. Ma se qualcuno ritiene inutili o nocivi i loro confini, ha tutto il diritto di criticarli, cambiarli, ignorarli, distruggerli. Chi conosce sè stesso non ha bisogno di etichette. Il bello della scrittura è proprio che ognuno nelle proprie storie è libero.  E le storie veramente importanti, quelle che ci ricordiamo anche a distanza di anni e ci hanno comunicato qualcosa di profondo, sono irripetibili. I loro autori hanno seguito solo le proprie regole. Non c’è niente che non possa essere messo in discussione.
In conclusione: scrivete quello che amate, e scrivetelo alla vostra maniera. La propria maniera non è affatto ovvia. Bisogna scovarla col lavoro, la riflessione e l’esperienza. Anche leggendo un po’ di tutto, per esempio tumblr_inline_mnqtr5LVEJ1qz4rgp

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5 pensieri su “Scrittologia: che è ‘sto fantasy? Ovvero, attenti al genere.

  1. In più questa mania definitoria che rasenta il delirio cronico sistematico fa comodo agli editori: così l’orda dei lettori compulsivi può essere teneramente avviata verso la propria nicchia di lettura, per non uscirne mai più (echeggia una risata malvagia, che fa tanto fantasy adolescenziale).

    Ma questo new weird cosa è? 😀

    1. Vediamo, apriamo Wikipedia. “Il new weird è un filone della letteratura fantastica, soprattutto fantasy, sviluppatosi a partire dagli anni novanta. Si caratterizza per la deliberata contaminazione di fantasy, fantascienza e horror, per l’abbandonarsi al bizzarro con creature e ambientazioni strane e originali, per i contenuti allegorici di tipo socio-politico e filosofico.” Cioè, non ho capito, è il genere di quelli che se ne fregano? Come al solito c’è sempre qualcuno pronto a guadagnare sulla stupidità altrui 😦

  2. Sull’imperfezione del linguaggio sì, c’è da discutere parecchio. L’oralità offre più mezzi, mentre la scrittura non ha a sua disposizione il tono della voce, lo sguardo, i gesti. Per questa ragione occorre essere precisi, efficaci, o si rischia di riempire pagine, invece di raccontare una storia.
    Le leggi: prima o poi si comprende che occorre tracciare una propria strada, e ciò che era per noi come la stella polare, perde peso. Le etichette: è inevitabile essere classificati, soprattutto perché chi scrive viene giudicato per il suo ruolo, non per la sua visione. Diciamo che Michelangelo era un artista “rinascimentale”, ma lui non lo sapeva. Di lui parliamo anche oggi, e parleranno tra 300 anni, per la sua visione, non perché legato a un periodo storico.

    1. La vita umana è così, un pendolo tra il cielo e la terra, tra la pace pietrificante delle leggi e la creatività ingestibile del particolare. E’ un problema anche in filosofia e nelle scienze sociali. Abbiamo bisogno delle definizioni; senza poter “inscatolare”, la nostra capacità di conoscere (che è forse l’unica arma degli esseri umani) annaspa di fronte alla realtà. Eppure non sarà mai abbastanza. Non è un problema da risolvere, quanto un dilemma senza risposta. E credo che il ruolo di tante discipline, tra cui la scrittura, sia diminuire il più possibile la distanza tra l’unico e il particolare, per quanto sia impossibile farle toccare..

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