Scrittologia: fedeli a se stessi

Il dubbio e l’orrore sconvolgono
i suoi pensieri turbati, e dal profondo in lui
si agita l’inferno, ché egli si porta l’inferno
dentro di sé ed attorno, e non si può staccare
dall’inferno o da sé di un solo passo, fuggire
mutando luogo.

Io non scrivo così.
*ovvie grida di stupore da tutto il mondo*

Che rapporto c’è tra lo stile di uno scrittore e la sua fedeltà a sé stesso? All’occasione, ho scomodato uno che di fedeltà a sé stessi se ne intende, il Lucifero di Milton.

Ti copio, ti amo. Molte persone credono che la capacità letteraria sia un afflato spontaeo, innato, che si libra sopra le teste mediocri crivellate dal vano esercizio. Credono nella strana idea romantico-idiota che certe persone “nascono imparate”per l’arte, la letteratura e la ricerca intellettuale. Non è affatto vero. Copiare lo stile degli autori che amiamo di più è un buon esercizio, così come da bambini abbiamo imparato a parlare solo ascoltando, imitando gli altri. Sperimentare è necessario, e non c’è niente di meglio che la copiatura per imparare qualcosa, come il disegno. Capire cosa ci ha fatto innamorare di un romanzo, di un racconto o una poesia, capire dove questi parlano con voce affine alla nostra. Bisogna inquinarsi al massimo per tirar fuori una voce pulita.

Però, mi capita ogni tanto di leggere un romanzo, un racconto e pensare ah, questo fa il verso a Baudelaire, questo fa il verso a Tolkien ecc. Perchè? Cosa ha spinto quello scrittore a prendere una maschera e appiccicarsela addosso?
Io non posso definirmi matura né come scrittrice né come persona. Però ho pur sempre quel poco di esperienza che mi consente di dire la mia.

Immaturi. Moltissimi lo fanno per immaturità. Reputano un certo autore il non-plus-ultra della letteratura mondiale, e si mettono a fare i suoi discepoli. Nessuno dovrebbe essere messo alla gogna per la sua immaturità, quando è una caratteristica ingenua, dovuta alla mancanza di esperienza o di ricerca letteraria, attraverso cui tutti, senza eccezione, devono passare.
Vanitosi. Ma ho incontrato alcuni che lo facevano per semplice vanità. Per alimentare un ego tanto fragile quanto ingombrante, che non si accontenta delle proprie “semplici”, “prosaiche”, “non collaudate” parole, ma ha bisogno di parole illustri, già premiate da decenni, secoli di applausi.

Starsi a sentire. Gli immaturi e i vanitosi sono due categorie accomunate dalla mancanza di autostima, da una insincerità con sé stessi più o meno dissimulata.
Uno scrittore deve avere una attenzione costante e sensibile verso il mondo esterno. Ma deve rivolgere quella stessa attenzione verso se stesso. Starsi a sentire. Ascoltare le parole che scrive e chiedersi aderiscono a quelli che penso, a quello che sento? Mi sto censurando? Oppure sto solo giocando, mi sto atteggiando a qualcuno che non sono? Sono sincero con me stesso? Credo nella mia voce? E’ una sensibilità che si acquista con l’esercizio continuo, ma secondo me è l’unico modo serio di scrivere. Bisogna sentire la vita che brucia tra le narici. Sedersi e sanguinare, come diceva Hemingway. La scrittura non è fatta di cose belle. E’ fatta di cose vere, dense, perforanti. La bellezza verrà dopo, di conseguenza.

In sintesi io non scrivo come John Milton, e va bene così. Lui è Milton, io sono me stessa. Se io non scriverò come Francesca Sidoti, nessuno lo potrà fare al posto mio.

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