Murakami Haruki, il caos alle porte della materia

urlHo terminato da poco la lettura di  1Q84 di Murakami.
E’ la sua opera più ambiziosa, e le peculiarità del suo stile si fanno sentire a spron battuto.

Non so se il lettore medio di Murakami sa che in patria questo autore è ritenuto narrativa commerciale, di consumo. Per la precisione, è ritenuta commerciale tutta la sua produzione da Norwegian Wood in poi (ovvero tutto ciò per cui egli è più famoso.)

A mio parere, non sono tanto i libri di Murakami ad essere oggetto di consumo. Piuttosto, nelle sue storie la società dei consumi è un vero e proprio personaggio.

Uno dei tratti più peculiari dello stile di Murakami sono le succulente gallerie di oggetti cheurl tappezzano le vicende dei personaggi. Mobilio, vestiti, cibi ecc. Cose semplicissime e linde, e per questo tanto più attraenti, in una specie di semplicità compiaciuta, elegantissima, che richiama un po’ l’estetica minimal “alla macintosh” tanto diffusa nella moda e nel design degli ultimi tempi -ma tradizionalmente presente nell’estetica giapponese (una tra tutte, l’arte zen). La cultura giapponese parla attraverso le cose.

Dov’è il discrimine fra tradizionale e moderno? (Qui, volendo fare le persone serie, sarebbe come parlare del sesso degli angeli, quindi lasciatemi dire la mia e ignorate il resto).

Laddove prima c’era la preziosità vissuta dell’artigianato artistico, adesso c’è la preziosità immacolata della serialità.
L’oggetto artigianale reca forti i segni della vita: la vita di chi lo ha creato senza poterne produrre copie esatte; la vita che esso accumula resistendo al tempo, accumulando graffi e sbrecciature. Questa è l’estetica wabisabi tradizionale. Invece l’oggetto seriale, per come ci viene presentato da Murakami, ha pregi del tutto opposti: la sua iper-novità. Il “non essere mai stato usato prima”. E in quanto seriale, la mancanza di segni ditintivi. Sugli oggetti di Murakami non è percepibile alcun segno di vita vissuta. La loro bellezza consiste nella loro propaggine al Vuoto, il Mu 無.

Il legame tra bellezza e vuoto è un altro elemento di estetica e di filosofia tradizionale. Teniamoci forte perchè questo è un discorso complesso. Tutte le cose emergono dal vuoto e affondano nel vuoto. E’ bello ciò che permette al Vuoto di trasparire, mostrarsi agli occhi umani. Quindi è bello, tradizionalmente, l’oggetto rovinato e consunto, che ha perso del tutto il suo lustro e potrebbe rompersi da un momento all’altro. Ma è anche bello l’oggetto “appena nato”, appena affacciato all’esistenza, che come un bambino appena nato potrebbe ritornare nel Vuoto da un momento all’altro.

L’impressione generale che si ha leggendo Murakami, è che le esistenze dei personaggi si muovano su una crosta sottilissima. Una crosta di oggetti, abitudini, avvenimenti calati in una realità tranquilla, quasi atemporale. Una crosta sottile che galleggia sul Vuoto, un mare oscuro di cose inintellegibili, ma di cui la presenza è palpabile distintamente. Però, ad un certo punto la crosta si crepa. Nel mondo reale comincia ad infiltrarsi il caos. Come una forza sotterranea, silenziosa e implacabile travolge con sè le vite dei protagonisti seguendo strade imprevedibili, prive di una vera logicità.

“Le cose vere della vita non si studiano né si imparano, ma si incontrano”, diceva Wilde.

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