Scrittologia: il senso del comico

Masks, Piazza San Marco Square, carnival in Venice, Veneto, Italy, EuropeQui infuria il Carnevale, e io voglio inaugurare la rubrica “Scrittologia” con un post a tema.

“Mettere tutto sul ridere mi aiuta a catturare l’attenzione dei bambini, ma poi ho paura che non riescano a prendere le cose importanti sul serio!” mi ha detto l’altro ieri mia madre, insegnante delle elementari. Io così, d’istinto, le ho risposto “Non puoi farci più di tanto. Il senso del comico ha sempre qualcosa di crudele.” E poi ho cominciato a pensarci su.

Ridere è umano. Il senso del comico è forse l’unica grande emozione che non condividiamo con gli animali. Un cane può essere triste, arrabbiato, felice o desiderare qualcosa, ma di sicuro non ridere. A mio parere, il comico è strettamente legato alla facoltà razionale; ed è molto più legato alla tristezza o alla rabbia che alla felicità.

Imprevisti. Quello che ci fa ridere è sempre un piccolo scandalo. Un evento, un elemento o una persona scoordinati dal contesto. Dai ripetuti schiantamenti umani di Paperissima fino a “ricordati che devi morire! Sì sì, mo’ me lo segno” di Troisi in “Non ci resta che piangere”, quello che ci fa ridere potrebbe benissimo preoccuparci, lasciarci perplessi, offenderci o farci dispiacere. Cos’è che cambia, allora?

Non so se ridere o piangere. A mio parere, cambia il contesto emotivo in cui la situazione viene posta, e la reazione emotiva del pubblico, che può concordarsi con l’interpretazione fornita oppure no (“rimanerci male” in situazioni comiche, oppure scoppiare a ridere in contesti inopportuni – quante volte ci è capitato?) La contrazione della nostra capacità empatica in favore della facoltà razionale provoca il riso. Il punto focale è l’incongruenza della situazione, che provoca un corto circuito della nostra capacità razionale, e sfocia in un botto emotivo, mentre viene ignorata la sua problematicità emotiva. Esistono anche narrazioni con un “filtro medio”, da cui il nome “tragicomico”.

Nella scrittura. Il tipo di umorismo che caratterizza le nostre storie dice molto su chi siamo, e sull’impronta che diamo, volenti o nolenti, alle nostre storie. Un umorismo basato sulle botte, le piccole incomprensioni lessicali o altri elementi semplici è relativamente innocente poiché considera i naturali inconvenienti della vita, mentre lo humor al vetriolo nasconde spesso una visione amara dell’esistenza, e il nonsense ha le sue radici nella sensazione che il mondo sia privo di regole e di appigli.

Voi che tipo di comicità usate?

Io prediligo il nonsense, fa parte di me. Nella vita scherzo di continuo, ma nei miei testi  molto di rado. Anzi, mi sto sforzando di inserire elementi comici più spesso, poiché danno un po’ di sollievo al lettore se la storia è tragica. Ma attorno al climax estinguo presto le risate, oppure le utilizzo come elemento dissonante per rendere la scena ancora più drammatica.

E poi, a dirla tutta, esiste il motivo più vecchio del mondo: quanto è difficile far ridere qualcuno!

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